IL PENSIERO MEDITERRANEO

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L’arte come ponte tra ragione e fede. Dalla ragione allo slancio della trascendenza

Per articolo di Aorta

di Claudio Aorta

L’arte come spazio intermedio tra metodo scientifico e apertura al mistero. Un percorso che conduce dal dominio della spiegazione al riconoscimento del limite.

C’è una sicurezza quasi rassicurante nel modo in cui oggi guardiamo il mondo: tutto deve avere una misura, un peso, una prova. Siamo figli del dato certo, della spiegazione che vorrebbe ridurre ogni incertezza. È la nostra ragione, uno strumento formidabile che ci fa sentire padroni del sistema, ma che a volte finisce per chiuderci in una stanza dalle pareti strette. Ciò che non riusciamo a classificare o a prevedere ci sembra talvolta meno degno di fiducia. È il mondo del “tutto e subito”, dove il risultato conta più del percorso e dove ciò che non è dimostrabile viene declassato a illusione. In questo perimetro, ci sentiamo al sicuro, ma spesso ci sentiamo anche soli, intrappolati in un meccanismo che non sempre prevede l’imprevisto.

Dall’altro lato della strada abita la fede. Non parliamo qui di un elenco di precetti o di tradizioni polverose, ma di quel senso profondo di affidamento che emerge proprio quando le nostre forze e le nostre logiche non bastano più. È la consapevolezza che la realtà non finisce dove arrivano i nostri occhi, che c’è un senso che non si lascia afferrare ma che, se ci mettiamo in ascolto, ci viene incontro. Nonostante la scienza autentica non elimini il mistero ma lo renda parte integrante del suo percorso, la ragione cerca di illuminare la verità pezzo dopo pezzo. La fede invece accetta che una parte resti sempre ancor più alta della luce. È il coraggio di restare nell’incertezza sapendo di essere accolti. È, in fondo, la capacità di vedere l’invisibile dietro il visibile.

Il problema è che il salto tra queste due rive è spesso troppo ripido. La cultura tecnologica del nostro tempo fatica ad accettare l’imponderabile della fede: quel territorio dove non esistono algoritmi a fare da paracadute e dove la verità non si misura, ma si vive. Allo stesso tempo, chi vive di fede a volte teme la freddezza della tecnica: ha paura che vivisezionare la realtà, riducendola a atomi, impulsi elettrici o calcoli economici, finisca per descriverne i meccanismi senza profondità, trasformando il creato in un ingranaggio privo di spirito.

È qui, allora, che l’arte lancia il suo ponte. L’arte non è l’assoluto, ma è il riflesso della luce sulla terra. È il calore che umanizza la tecnica, ricordandoci che anche un’equazione può essere bella, ed è al contempo la mano che disegna il mistero, rendendolo accostabile ai nostri sensi. Se la fede abita l’invisibile, l’arte è il primo passo per iniziare a immaginarlo.

Per questo l’arte non è evasione. È un esercizio dello sguardo. Ci insegna a restare davanti a ciò che non comprendiamo del tutto senza sentirci minacciati. L’artista è colui che prende il dato reale e lo deforma, lo colora, lo interroga, addestrando la nostra mente a non aver paura del mistero. Attraverso un quadro, una melodia o un verso, iniziamo ad accettare che possa esistere una verità che non ha bisogno di essere “dimostrata” per essere vera. L’arte ci rende elastici: ci permette di sfiorare l’infinito mentre restiamo ancora con i piedi piantati a terra, trasformando il trauma del limite in un’occasione di stupore.

L’arte, infatti, ha il potere di sospendere il nostro scetticismo. Uno scienziato che in laboratorio esige prove ferree per ogni minima ipotesi, davanti a un’opera di fantascienza o a un racconto sull’ignoto, accetta di abitare temporaneamente una possibilità immaginativa di civiltà aliene o viaggi nel tempo. Perché in quel momento non sta cercando una conferma galileiana, ma una suggestione.

In un quadro o in una poesia, la realtà può deformarsi fino a diventare irriconoscibile: i colori possono non rispettare la natura, le prospettive possono ignorare le leggi della fisica e il tempo può riavvolgersi su sé stesso. Noi accettiamo tutto questo senza gridare all’errore: ‘Tanto è arte, mica è realtà’, diciamo a noi stessi. Ma è proprio in questa concessione che l’uomo compie il suo primo vero tentativo di apertura al mistero. Se riusciamo a farci piacere l’impossibile sulla tela o nelle pagine di un romanzo, stiamo allenando il muscolo dell’immaginazione a concepire che la realtà abbia più strati di quelli che vediamo.

Pensiamo a quando guardiamo un cielo stellato dipinto con pennellate che non esistono in astronomia, o a quando ci commuoviamo per una melodia che sembra venire da un altrove inafferrabile. In quegli istanti, accettiamo l’assurdo. E se possiamo accettare che un uomo voli tra le nuvole in un affresco di Chagall, stiamo inconsciamente aprendo una porta: quella che ci permetterà, un giorno, di non restare paralizzati davanti a ciò che la fede chiama miracolo o destino.

Per visualizzare meglio questo percorso, immaginiamo una scala fatta di tre gradini, tre modi diversi di guardare lo stesso frammento di natura: un girasole.

La ragione come la sponda della prova. Per lo scienziato, il girasole è una macchina biochimica perfetta, governata dalla legge di causa-effetto. Esiste lo stimolo (la luce) e la risposta (l’ormone vegetale che fa curvare lo stelo). È il mondo della rassicurazione e dell’eliotropismo: sappiamo come accade ma non perché accade. Tutto è utile e logico, ma questo sguardo, da solo, ci restituisce una natura muta.

L’arte come la zona del ponte. Davanti a quel fiore, chi si ferma ad ammirarlo o a dipingerlo non cerca la reazione cellulare o la fotosintesi clorofilliana. Cerca l’immagine sfavillante, la forza del giallo, il modo in cui quella forma rompe il grigiore del campo. Qui la mente si allena all’irrazionale controllato: accettiamo che la realtà possa essere sfumata e che un’emozione valga quanto una formula. L’arte ci educa a dire “è meraviglioso” prima ancora di chiederci “perché”. È il primo addestramento a ricevere il mistero senza restarne schiacciati.

La fede come la sponda della testimonianza. Se la scienza guarda le radici e l’arte i petali, la fede ne guarda la direzione. Il movimento del fiore richiama al teotropismo: la spinta incessante dell’anima che non stacca gli occhi dal suo Creatore. Qui non si tratta più di spiegare o di ammirare, ma di vivere dentro quel movimento. È il riconoscimento di un disegno superiore: le creature non seguono il sole per un calcolo, ma per un amore che le tiene rivolte verso l’alto, anche quando hanno le radici nel fango. Forse è anche questo il cuore del nostro pensiero mediterraneo: avere i piedi nella polvere e gli occhi pieni di luce.

Se l’uomo contemporaneo passasse di colpo dal laboratorio alla preghiera, subirebbe uno shock emotivo, un vero e proprio “crash di sistema”. La mente abituata al controllo fatica ad attraversare ciò che non può prevedere; di fronte all’imponderabile talvolta si ribella.

È qui allora che il senso estetico attua la sua opera terapeutica. L’arte ci educa a ricevere l’imprevisto. Chi è abituato a cercare la luce sulla tela possiede già gli occhi per non rimanere cieco di fronte a una folgorazione interiore. L’esperienza della bellezza rende il trauma del limite umanamente accettabile, prima ancora che spiritualmente necessario. Diventa un ammortizzatore culturale ed emotivo che ci permette di processare l’assurdo senza impazzire.

Finché ci muoviamo nel perimetro delle nostre competenze, dei nostri strumenti tecnologici e del nostro status, non avvertiamo il bisogno di andare oltre. In laboratorio o dietro a una scrivania siamo noi i “capi progetto” della nostra esistenza. Cerchiamo le prove.

Ma la vita, prima o poi, ci spoglia. Basta un imprevisto, un fallimento della tecnica, la perdita improvvisa dei nostri punti di riferimento materiali per ritrovarci nudi, come caduti nel fango. È in quel vuoto, dove la ragione finisce le risposte e i telefoni restano muti, che avviene il passaggio chiave: dalla ricerca della prova alla scoperta della testimonianza.

Quando si perde tutto, la logica fallisce, ma non tutto è perduto se si conserva la capacità di vedere la bellezza. Quel girasole, rimasto intatto in mezzo al degrado, non è più un dato vegetale e diventa un maestro. Insegna che anche quando siamo circondati dalle miserie della terra, la nostra natura profonda è continuare a guardare verso l’alto.

L’arte, in fondo, è l’unico punto di ripristino che non si corrompe nel passaggio dalle certezze della mente alle domande del cuore.

Ci insegna l’umiltà di non voler dominare la realtà con un microscopio, ma di lasciarci colpire dalla sua luce.

Un piccolo, decisivo atto di ammirazione che assomiglia, non poco, all’inizio di una preghiera.


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