Lavoro e democrazia in Brunello Cucinelli

di Paolo Protopapa
Brunello Cucinelli (M. Angelone, Cucinelli: “Ora dovremo aumentare la nostra qualità e trovare nuovi mercati”, La Stampa, 29 luglio 2025) da artigiano-imprenditore (e non da finanziere inerziale) conosce bene il valore-lavoro. Scritto così, con il trattino, la formula rinvia alla famosa teoria di Marx, dietro la quale si apre a metà Ottocento il processo storico e politico al capitalismo. L’Idea socialista, la prospettiva rivoluzionaria dell’Occidente e la liberazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo si originano da quella “attività umana finalizzata ad uno scopo” chiamata lavoro. Il tutto dentro la cornice ideologica e culturale del sistema democratico e del nuovo ordine rappresentativo coincidente con lo Stato di diritto dell’ordinamento liberale di circa due secoli addietro.
Lavorare per vivere, certo, ma soprattutto vivere per lavorare, questa mi pare la filosofia cucinelliana.
Il Realizzarsi, dunque, dell’uomo comunitario nella propria essenza ontologica (e antropica) ‘egoistica’ e immersa nella società dei bisogni e delle mutue necessità collettive. Il che, a nostro giudizio, non può che avvenire, oggettivandosi – e ricomponendosi politicamente e almeno tendenzialmente – come ‘Gattung-Swesen’, ossia ente del genere naturale-umano integrale, di cui ogni uomo sociale è partecipe. Ora, nel momento specifico che tanto dolorosamente viviamo sotto la sferza estortiva di Trump, relativa ai dazi anti-europei, Cucinelli richiama esemplarmente l’Europa al lavoro e alla qualità. La qualità del lavoro che, in quanto “manodopera qualificata”, impone sia il “ripensamento […] delle retribuzioni adeguate”, sia il grande tema del “lavoro operaio”; il quale deve avere una rivalutazione anche morale e sociale”.
Sembrano – queste di Cucinelli – osservazioni normali, addirittura protocollari, spese nel campo della prassi politica e del discorso pubblico tradizionale. Se non fosse che esse assumono, invece, rotondità e rilevanza proprio perché proferite con l’autorevolezza di un ‘self-made-man’ di sicura affidabilità imprenditoriale e sociale. La fabbrica per eccellenza del lusso italiano (il caschemire è roba per ricchi!) non è, per l’imprenditore di Solomeo, il lusso elitario della fabbrica. È, invece, un esempio vitale di organizzazione produttiva all’avanguardia sia delle relazioni industriali tra padronato e gestione della forza-lavoro, sia visione progettuale di un società democratica aperta e tendenzialmente più giusta e egualitaria.
I dazi – pensa acutamente Cucinelli – non riguardano più il manifatturiero angusto e protettivo di appena pochi decenni fa, ma si proiettano in una società-mondo inedita e perennemente in progress. E che, tra l’altro, appare sempre più caratterizzata da peculiarità identitarie legate a intrinseche necessità innovative e originali. Un punto cruciale, questo, per l’imprenditore umbro, che rinvia decisamente al e ai mercati di esportazione, verso cui la nostra eccellenza nazionale, insieme ad un’Europa forte e politicamente sovrana, non può non farsi valere verso chiunque. Mi pare, in conclusione, che, più di tanti politici corrivi e inconcludenti – così servilmente proni ai diktat di un boss prepotente e scomposto, quale il presidente americano conferma di essere – il grande ‘artigiano’ del caschemire abbia dato una bella lezione di democrazia commerciale e di oculata politica sociale.