Lavoro e politica, il saldo di una contraddizione

di Paolo Protopapa
Seguiamo con apprensione i tanti, molteplici casi, del destino politico di chi esaurisce il proprio mandato istituzionale. La loro vicenda sembra diventata, data la sciatteria dei tempi che viviamo, un fatto abbastanza diffuso di normale avvicendamento democratico tra vita professionale e impegno istituzionale. La scelta se tornare, dopo molti anni, al lavoro precedente, oppure continuare nella carriera politica in attesa di altre possibili candidature nei gangli rappresentativi nazionali, è pane quotidiano della cronaca dei nostri salotti politici. Addirittura taluni cosiddetti principi di accorsati programmi televisivi invitano normalmente alcune figure a ‘parlare’ di politica, non si capisce in base a quali referenze e competenze specifiche, stante la presenza di insigni studiosi e figure particolarmente esperte e competenti.
Chi, tuttavia, abbia servito la pubblica amministrazione rivestendo cariche pubbliche e lavorato nei settori più disparati dell’apparato statale, ricorderà senz’altro la gioia con cui finalmente il politico di turno poteva ritornare – una volta cessato il mandato – nel proprio impegno professionale naturale precedente.
Non solo perché in passato non esistevano emolumenti pubblici attraenti, bensì perché in democrazia non si nasce in alcun modo per ‘fare politica di mestiere’, ma per lavorare. Ciò che distingue, infatti – almeno sino ad un trentennio addietro – i notabilati pre-democratici dal sistema rappresentativo a sovranità popolare, è che la politica di professione non è di ispirazione democratica. Si dirà che lo stia diventando, certo; e che in buona misura lo sia già ampiamente diventata da alcuni decenni. E, tuttavia, non compare nel DNA civile del sistema elettivo costituzionale.
Fuori da ogni retorica o ridondanza moralistica, allora, è il lavoro il “Gattungswesen”, ossia l’essenza naturale umana che nella modernità sociale si umanizza naturalizzandosi e si naturalizza umanizzandosi.
Questo perché tra etica del lavoro, giustizia sociale e civiltà dell’uguaglianza si conferma un sinallagma virtuoso. l’Italia, repubblica democratica fondata sul lavoro, e la sovranità appartenente al popolo ed esercitata secondo procedure rappresentative, costituiscono un sillogismo ineludibile. In fondo molti dei discorsi di questa rubrica sulla civiltà delle piante ineriscono la connessione sentimentale, prima ancora che formativa, tra natura e cultura, evoluzionismo biologico e processualità storica. Ecco perché, allora, gli alberi, nella più compiuta accezione universale di ‘natura naturans’, ossia di natura produttrice e vivente, garantiscono la mediazione indifferibile tra bios e poiein, tra l’Essere e il Creare. A questo punto il lavoro, in quanto “attività consapevole finalizzata ad una meta” (Marx) trova nella natura il fine stesso che la identifica.
Non già come mezzo di cui l’uomo-padrone si serve per proprio egoismo, quanto (heideggerianamente) di custode e protettore dell’Essere. Ora, se proviamo a tirare le fila, ci rendiamo conto che nel passaggio tra Ottocento e Novecento si consuma, da una parte il divorzio tra natura e cultura. Nel senso che la natura-cosa cade definitivamente nel dominio privatistico dell’uomo che la imprigiona nel sistema borghese dello sfruttamento seriale. E, nel rapporto tra politica e solidarietà sociale, il Kràtos, cioè la forza come potenza autarchica, tende a sostituirs al principio egualitario diffuso della partecipazione al potere di decisione.
Può benissimo accadere, pertanto, che, dietro la perseveranza apicale delle scelte di potere, non si intraveda inizialmente una degenerazione tanto radicale tra lavoro e politica, tra provvisorietà o temporaneità e assolutezza della funzione acquisita. Rimane, però, il fatto che in questa fase assai matura e ‘suprema’ del post-imperialismo attuale, dobbiamo stare molto attenti ad esigere che il dovere del lavoro sia rispettato. Anche perché non è tanto un piccolo problema di discrezionalità individuale, quanto un dovere etico di dignità e di custodia democratica essenziale.