IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Le forze sane e progressive per la rinascita del Mezzogiorno

Albero di natale

di Paolo Protopapa

Ragionando da un po’ di anni sulla grave trascuratezza assunta dalla Questione meridionale nell’agenda degli impegni normali delle autorità politiche, trovo importante quanto in ogni circostanza può emergere su questo tema nel discorso pubblico. Giudico, pertanto, che ‘Un miliardo di motivi per darsi una mossa’ non sia solo un titolo veritiero (Rosario Tornesello, Nuovo Quotidiano di Puglia p. 1), ma molto di più. È l’epitaffio di una importante testata meridionale sul dramma di un Mezzogiorno irredimibile. Un’area del Paese enorme, fatta di storia e di storie, di lotte e conquiste, di sconfitte e tormenti lunghi oltre un secolo e mezzo. Chi voglia leggere i discorsi parlamentari dei rappresentanti delle forze politiche risorgimentali a Torino prima, a Firenze dopo, a Roma dal 1870 sino ad oggi, constaterà il sogno di una cosa, ossia il grande progetto di un’ entità morale costruita eroicamente come nazione, che stenta, però, a realizzarsi come comunità moderna e di impronta europea. Si accorgerà, insomma, che tanti, inenarrabili sacrifici collettivi, non trovano ancora – e che anzi, appaiono aggravati – soluzione e riscatto.

Quale è la novità, riverberata nel fondo del direttore di Nuovo Quotidiano di Puglia che induce a tanto pessimismo, quando non ad un vero e proprio dolore? Il miliardo del titolo, certo. La somma iperbolica di uno stanziamento per i meridionali, studenti e, su un piano diverso ma consustanziale, di bisognevoli di aiuto ospitati al Nord. Non è un fatto nuovo di dirà; da sempre la Questione meridionale è storicamente declinata (e consumata!) come intervento dello Stato e, quindi, della potenza politico-finanziaria del Settentrione verso le necessità del Meridione. È così? Per nulla. Dal vino ‘da taglio’ per il Chianti toscano alle braccia proletarie di classe degli ex braccianti per la grande industria del triangolo Milano-Torino-Genova; dai concimi e macchine agricole per la Riforma agraria del 1949-50 alle Partecipazioni Statali dei Poli di sviluppo, sino ai trasporti prevalenti su gomma delle autostrade; dai servizi sociali e gli asili-nido delle città centro-settentrionali ai politecnici e ai policlinici di eccellenza ecc. ecc., la musica non sembra cambiare.

Esisteva una volta la formula magica della ‘spesa storica consolidata’ per legittimare questa terribile forbice del dualismo economico-sociale, ma anche istituzionale e culturale, del divario tra Nord e Sud. E, a fronte di un tale, innegabile discrimine ideologico, neppure il contributo dei grandi schieramenti popolari di massa, in particolare le forze costituzionali di comunisti, democristiani e socialisti, costituisce il patrimonio ideale e politico per un’utile, essenziale cambiamento di prospettiva. Proprio la loro assenza sullo scenario pubblico storico della lotta politica contemporanea, ispirata da antichi ideali di perequazione economica e di attenuazione del divario sociale condanna il nostro Mezzogiorno ad un destino di allargamento, probabilmente irreversibile, tra le due Italie. Anche perché l’azione governativa dell’ultimo quindicennio, in concomitanza con l’illanguidimento delle politiche meridionalistiche e l’avvicendamento di inadeguati ceti dirigenti al governo del Paese, segna un colpevole arretramento e una rinuncia al dovere unitario di un popolo coeso sui principi essenziali della sua complessa identità. Se a ciò aggiungiamo – e non è certo poca cosa – il disordine internazionale e il disimpegno trumpiano dall’Europa democratica e progressista, il quadro generale non può non destare preoccupazione e pessimismo.

Ecco perché appare quanto mai vitale pensare al Mezzogiorno come all’unica sfida possibile, da parte delle forze della sinistra democratica. In primo luogo vuol dire che occorre invertire il trend in atto e investire nel Sud per il bene del Sud. Una tale scelta impone di scommettere sull’uso delle risorse per migliaia di giovani in grado di lavorare nel Sud per il progresso del Sud e realizzare l’unico, autentico ‘bonum’ condiviso da una politica eticamente sana e culturalmente obbligata.


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