Le Janas nel Bosco Rauccio: “l’amore ai tempi della guerra”. Festival Nat, Teatro Astragali con “Le voci di Astarte”

Le Janas nel Bosco Rauccio
di Enrico Conte
Ieri sera ho incontrato una Janas, si era persa, vagava inquieta nel Bosco Rauccio, vicino alle paludi di Torre Chianca, nelle campagne di Lecce. Appena mi sono avvicinato è scappata via. Ho chiesto se ne sapesse qualcosa al mio amico Luigi Sansò, che abita sui bordi del parco.
Ti farò parlare con il Direttore delTeatro Astragali, Fabio Tolledi, mi ha detto, quello che ha organizzato il Festival Nat, Nature Arts Technologies,“L’amore ai tempi della guerra”, e ti farai raccontare dalla regista dello spettacolo,Sabrina Barlini. S’incantu,questo il titolo, è realizzato dalla compagnia “Le Voci di Astarte” .
In sardo S’incantu significa incantesimo, infatti la performance esplora il potere evocativo e trasformativo del rito e della narrazione.
Fabio Tolledi: il Festival vuole essere un’esortazione, un richiamo, il riecheggiare di ciò che il teatro può fare. Gli spazi delicati di una natura sofferente, rispecchiano lo sconcerto davanti al delirio che invoca le armi, che asseconda distruzioni e devastazioni. Se vuoi la pace costruisci il dialogo, non pensare a come distruggere l’altro, cercando nel piccolo di uno spazio forse dimenticato, di rendere grande l’umanità tutta, in un’ area ai bordi della città, un fuori che cerca di ridare senso al pieno. Una necessaria rigenerazione, prima di tutto, del nostro sguardo, del nostro stare ai bordi di un mondo che si fa divorare dalla guerra, che si abbaglia nel sacro orizzonte delle apparenze, irretito da chi invoca grandi eventi e non ha occhi per nutrire, riconoscere e sostenere ciò che gli sta intorno. “L’amore ai tempi della guerra” cerca di donare uno sguardo verso ciò che resiste, nella bellezza, nella parola che si fa poesia, nella danza dei sensi, nelle sere di settembre, quando questa terra ricomincia a respirare.
Sabrina Barlini: il lavoro nasce da una ricerca di antropologia culturale in Sardegna. Ho attinto ai racconti popolari che parlano delle Janas e ai testi di autori sardi,Grazia Deledda, Sergio Atzeni, Maria Carta, Mirella De Cortes, per raccontare chi fossero questi esseri misteriosi che, secondo la tradizione, abitano leDomus de Janas.
Non essendoci fonti popolari dirette se non rielaborazioni artistiche come il Dio Distratto cheGiuseppe Dessìscrisse perMaria Lai, da lei trasformato in un’opera tessile straordinaria, ho immaginato che possano essere nate dallaDea Madre, figura fortemente radicata in Sardegna.
Non esiste un testo organico a loro dedicato, le Janas compaiono in narrazioni sparse, legate a contesti specifici. Talvolta fate benevole, altre volte streghe o creature vampiriche. Ho cercato di mantenere un racconto fedele alla tradizione popolare orale immaginandole come esseri complessi le cui caratteristiche non possono essere ridotte solo a forme benevole ma, come gli esseri umani, sono dotate di diverse sfaccettature. Ho anche cercato di mantenermi fedele alle qualità e ai mestieri loro attribuiti, tessitrici, artigiane, sacerdotesse.
Lo spettacolo prende forma da un progetto Por-Fesr 2019-2023 dedicato alle Domus di Prunittu e Sorradile-Oristano, siti archeologici diventati di recente patrimonio Unesco. La narrazione scommette su di un linguaggio poetico e mitico e vede in scenaIsella Orchis(attrice storica del Teatro di Sardegna) le danzatriciRachele Montis e Silvia Bandini, le attriciGloria Ucchedddu e Maria De Bortoli.
Le musiche sono affidate aAlberto Balia, Sergio Lecis, Maria Basilia Calaresu.
La compagnia “Le voci di Astarte”porta avanti il suo progetto artistico con una scommessa chiara. Contribuire alla rigenerazione culturale dei borghi che, come tanti altri luoghi interni della Sardegna e dell’Italia, sono destinati allo spopolamento, con uno sguardo volto alla valorizzazione e diffusione della cultura sarda attraverso l’arte, riletta attraverso percorsi di ricerca teatrale, e con l’intento di restituire un racconto non folkloristico che affonda le sue radici in una cultura arcaica della quale, anche a livello di storia antica, sfuggono i veri contorni.
Le Janas sono quindi figure mitiche, donne, sacerdotesse e artigiane sapienti, trasfigurate nei racconti della tradizione orale in fate e streghe che continuano ad abitare l’intersezione tra mito e memoria, tra sacro e profano. I luoghi scelti per le rappresentazioni, altamente attrattivi, diventano palcoscenici simbolici per un racconto immersivo, una scelta site-specific già preceduta da esperienze di Teatro di Strada.
Un connubio capace di esaltare l’evento inquadrandolo in una cornice di bellezza naturalistica o archeologica che può divenire, al contempo, richiamo ed evento magnete per la promozione del territorio, contribuendo ad attrarre i flussi del turismo storico-culturale.
Uno spettacolo emozionante e una storia senza tempo, un invito a scoprire le proprie radici con un’esperienza autentica e immersiva. Che vorrebbe stimolare un pensare e un sentire per immagini mitiche, come gesto di restanza, di resistenza e di cittadinanza in grado di metterci in relazione con gli altri, in un luogo da rigenerare che diventi microcosmo di senso.
Assistere e partecipare a questo spettacolo, pensato non come intrattenimento ma come incontro agevolato dalla formula site-specific, per alimentare comunità fertili, e per sottrarsi alle visioni catastrofiste e di guerra, in Ucraina e a Gaza: immagini di distruzione e di oscena uccisione di innocenti (una strage di Shabra e Sciatila moltiplicata per mille, un genocidio riconosciuto dall’ONU), per alimentare, piuttosto, uno spazio fertile dove l’immaginazione e il pensiero critico possano fiorire, nel deserto assemblato dalla rimozione e sovraffollato delle nostre città e dei nostri social, dove certe parole sembrano inutili, se non dannose.











