IL PENSIERO MEDITERRANEO

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L’EPIFANIA: DAI MAGI ALLA BEFANA. TRA STORIA, LEGGENDE E TRADIZIONI

Re Magi

di Alessandra De Matteis

L’Epifania è considerata da tutti la festa che pone termine al periodo natalizio.

Collocata nel calendario liturgico e civile dodici giorni dopo il Natale, si trova la prima traccia di questa ricorrenza nelle parole del padre della chiesa Tito Flavio Clemente d’Alessandria, il quale affermava che le comunità cristiane di Alessandria d’Egitto celebrassero la “manifestazione del Signore al mondo” il quindicesimo giorno del mese di Tybi del calendario allora in uso in quelle comunità, corrispondente al nostro 6 gennaio.
Mentre per le chiese occidentali l’Epifania cade in questa data, per le chiese orientali, che seguono il calendario giuliano, essa si festeggia il 19 gennaio e viene chiamata Teofania, associando a tale solennità il battesimo di Gesù nel fiume Giordano.

Il termine epifania, dal greco ἐπιφαίνω, “mi rendo manifesto”, indica la rivelazione della divinità di Cristo al mondo, avvenuta in tre occasioni: a Betlemme nell’adorazione dei Magi, nel Giordano quando fu Battezzato da Giovanni Battista e fu chiamato “Figlio” dalla voce di Dio, e a Cana di Galilea quando durante un matrimonio Egli compì il primo miracolo trasformando l’acqua in vino.
La Chiesa di rito romano stabilì che il 6 gennaio si dovesse celebrare esclusivamente la manifestazione del Signore avvenuta attraverso l’adorazione dei Magi, episodio narrato nel Vangelo di Matteo: giunti da Oriente a Gerusalemme essi chiedono “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (Mt 2,1 – 12).

Nulla è certo rispetto a queste figure, né il numero, che tradizionalmente si indica in tre, né la provenienza precisa: il termine “magio”, vocabolo persiano dall’etimologia controversa che indicherebbe una tribù dell’Iran occidentale all’interno della quale venivano scelti i sacerdoti, può far supporre che essi provenissero proprio da lì.
Forse erano Re, forse no: è Tertulliano, nel II secolo, che attribuisce loro questa qualifica.
Secondo una leggenda armena, i Re Magi sarebbero fratelli: Melkon regnava sui Persiani, Baldassarre sugli indiani e Gaspare sul “paese degli Arabi”.
Infine, nell’omelia della solennità del 2011, Benedetto XVI li considera non dei re, ma dei Sapienti che “scrutavano il cielo per trovare Dio”.

Anche sui doni recati dai Magi, quantomeno a livello simbolico, vi sono diverse interpretazioni.
La tradizione ci ha insegnato che essi omaggiarono il bambino Gesù con oro, incenso e mirra: nel II secolo, Sant’Ireneo sostenne che la mirra, l’olio tradizionalmente utilizzato per la sepoltura, alluderebbe alla Passione e indicherebbe l’umanità di Cristo, l’oro sarebbe il segno della Sua regalità, mentre l’incenso, resina aromatica ancora oggi utilizzata nelle funzioni religiose, è il simbolo della divinità del Signore.
Nel XII secolo, Bernardo di Chiaravalle suggerì che l’oro fosse collegato alla povertà di Maria, l’incenso sarebbe servito a disinfettare la stalla in cui il Bambino era nato, e la mirra come vermifugo.
Infine, nel XVI secolo, Lutero associò questi doni alle tre virtù teologali: fede, speranza e carità.

Ma i racconti su questi misteriosi personaggi non si fermano qui, arrivando a sovrapporre i due piani, quello sacro e quello profano: il videoclip di “The power of Love”, famosissima canzone del 1984 dei Frankie goes to Hollywood, presenta proprio il viaggio dei Magi alla ricerca di Gesù.

Video
https://www.youtube.com/watch?v=WtdRv6GT9Zg

Un’altra leggenda narra che, durante il viaggio, essi chiesero informazioni ad un’anziana donna su come arrivare alla grotta. Quando le proposero di unirsi a loro per andare ad adorare il Salvatore, la vecchia, nonostante le insistenze dei pellegrini, rifiutò categoricamente, salvo poi pentirsene. Così, riempì un sacco di dolci e doni e si mise in cammino per raggiungere i Magi e la mangiatoia, fermandosi ad ogni porta e lasciando ai bambini che vivevano in quelle case un regalino tra quelli che si era portato dietro, sperando che uno di quei bimbi fosse proprio Gesù.
Quella donna era la Befana, nome derivato dalla corruzione linguistica del termine epifáneia, attraverso bifanìa e befanìa.

befana

Rappresentata come una vecchina curva, vestita di stracci, che utilizza come celere mezzo di locomozione una scopa con la quale vola sui tetti delle case di tutti i bambini, è una figura tradizionale tipica del nostro Paese e conosciuta quasi esclusivamente in Italia: durante la notte tra il 5 e il 6 gennaio passa di abitazione in abitazione a riempire la calza “appesa” al camino o in un altro angolo della casa con dolci e cioccolata per chi durante l’anno si è comportato bene, o con cenere e carbone per chi tanto buono non è stato.
In altri Paesi, come in Spagna o in Germania, chi in questa notte porta i doni non è lei ma sono i Re Magi, mentre la figura più vicina alla nostra Befana è, forse, la russa Babushka: poiché, in quanto Paese ortodosso, il 6 gennaio si festeggia il Natale, Babushka è una vecchina che aiuta Padre Gelo – il “nostro” Babbo Natale – nella distribuzione dei doni.

Un’altra tradizione tutta italiana, ormai in disuso, è la Befana del Vigile: nata nel 1946, nell’immediato dopoguerra, questa usanza prevedeva che la pedana sulla quale si posizionavano i vigili urbani fosse letteralmente sommersa di doni. Si trattava di un periodo in cui i bisogni erano pressanti e imminenti. Pertanto, i cittadini pensarono di donare a questa categoria di lavoratori beni di prima necessità, quale segno di aiuto per loro e per le loro famiglie: pasta, olio, farina, panettoni e bottiglie di spumante, ma anche bombole di gas. I doni venivano accatastati attorno alla pedana, poi venivano raccolti e smistati tra tutti i componenti della polizia municipale.
Questa consuetudine ha resistito fino agli anni ’60, quando la definitiva ripresa economica pose fine alla necessità che le aveva dato vita, e si è onorata anche a Gallipoli, come testimoniato da numerose foto d’epoca.

L’uso che invece resiste nella città è quello di preparare per il pranzo dell’Epifania la “sagna ncannulata”: non è esattamente la comune lasagna – che pure è “ammessa” in sostituzione – , ma un formato di pasta diverso, ed è un vero e proprio must di questa festa.

sagne ncannulate

Perché se è vero che la superstizione è una caratteristica che non appartiene più ai nostri tempi, è pur vero che è meglio non rischiare e non sfidare il vecchio detto secondo cui:

Ta Befana, ci nu mangia la sagna n’annu se lagna!
(chi della Befana non mangia la sagna, un anno si lagna!)


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