Libro Fotogrammi di Mariacristina Pianta Mimesis editore 2025 a cura di Renzo Vidale-recensione

di Paola Barni
Il fotogramma è una singola immagine statica che, se vista in rapida successione con altre, crea un movimento illusorio. Mi pare che partire dal titolo spieghi il senso di questo libello: stasi e dinamismo, realtà e apparenza, vita e morte, in un dualismo che forse sottende un conflitto (si veda ad esempio, nella poesia Il faro, il verso finale, quasi ossimorico “Raffiche di vento / sostano inquiete”), anche se mai tragicamente vissuto, ma, anzi, quasi guardato a distanza, con la levità e la delicatezza che caratterizzano la parola e la persona di Mariacristina Pianta.
È una poesia dell’indefinito (di leopardiana memoria?), dove il ricordo lascia sospesi ed incerti (“Da anni nessuna / traccia di quella / casa, custode / di parole e silenzi”, Epilogo) ma nello stesso tempo si esprime, recuperando la tradizione della cosiddetta “Linea lombarda”, attraverso luoghi concreti (si vedano i titoli Balerna, Carloforte, Gironico, Linosa), in una ricerca di radici, di sicurezza, di un appiglio per non perdersi nei meandri della nostalgia, simbolicamente rappresentati dalla nebbia, dal grigio, dall’ombra: “Vivono ancora / giorni lontani, / si schierano tutti / tra nebbie autunnali”, p. 20; “Resta una luce / grigia, uniforme”, La nipote; “Nera l’ombra / ci accompagna”, Ombra; “Tra dense nubi / privo di certezze / gira a vuoto / l’ago magnetico”, Il viaggio. Questo io che teme di naufragare chiede tra l’altro spesso alla mente di riposare, in un desiderio, forse, di ricomporsi e trovare un senso: “Anche il pensiero / si arrende al flusso / della vita senza / argini e confini”, Il viaggio; “Si adagia in un pigro / torpore la mente”, Torpore.
Il tempo, legato anche alla parola, è tema centrale, quasi ossessione, come già emergeva nel precedente “cameo” Villa Belloni (Mimesis 2021), a dire la precarietà delle cose, fino ad arrivare, talora, a un non senso: “Riprende il ricamo / dimenticato, invano / cerca un senso / nell’intreccio dei fili”, In visita; “Si confondono / si intrecciano i ricordi / come giganti in fuga”, Immagini; “Ma chiuse le imposte, / incolto il giardino, / più non si apre il cancello”, Giorgio (questi ultimi versi di chiara ascendenza montaliana).
Se tuttavia il passato che non torna se non in ricordi talora sbiaditi può portare angoscia, la luce appare, soprattutto nell’ultima sezione, Ritratti (secondo la raffinata tecnica dell’acrostico), a dire che è nella relazione profonda d’amore che la vita prende senso: qui ritroviamo la leggerezza e il desiderio di vivere che caratterizzano Mariacristina Pianta, ben evidenti, solo per fare un esempio, nell’ultimo testo della sezione dedicata alle persone, Luisa: “Sei partita / senza rimpianti. / Un ultimo sguardo / ai tuoi cari, / alla cucina, / alle tende ricamate, / ai dolci preparati. / Ti accoglie una sera / di intensa luce”.
E i ritratti dei gatti, che chiudono il libro, sono forse simbolo di saggezza, di una sana e concreta gestione del tempo, in una dimensione di calma e contemplazione: si veda, tra tutti, il testo dedicato a Mafalda, a nostro parere uno dei più riusciti della raccolta: “Da una finestra / conosci il mondo. / Guardi curiosa / spegnersi le luci / e il colore / di giorni pigri. / Scorre tranquilla / la vita, senza scosse / tra i soliti riti”.

