L’INFANZIA E LA VITA ADOLESCENZIALE DI CARMELO BENE IN UNO STRAORDINARIO LIBRO DI BRUNO PUTIGNANO

di Maurizio Nocera
Il libro di Bruno Putignano – Carmelo Bene. Magia di un sogno. L’infanzia – L’adolescenza (Libreria Pensa Editrice, Lecce, 2013, pp. 632) non è un librettino che dir si voglia. No. È un libro di proporzioni enormi, per cui è indubbio che l’autore ha impiegato una non poco fatica per realizzarlo. È un libro importante che, sia pure sotto la forma della narrazione romanzesca, dice molte verità e tante, tantissime notizie sulla vita dell’irraggiungibile.
Carmelo aveva già scritto il libro Sono apparso alla Madonna (prima edizione Longanesi & C., Milano 1983, pp. 220), passato alla storia come la sua prima autobiografia, all’interno della quale egli parla della sua infanzia e adolescenza (dedica le prime 67 pagine), tuttavia il resto del libro scava sulla sua personalità di attore e di grande personaggio dello spettacolo italiano. Putignano invece si sofferma e anch’egli scava solo sull’infanzia e sull’adolescenza di Carmelo, traendo molto dall’esperienza perché insieme la vivono, soprattutto a Campi Salentina, durante i primi anni della loro formazione. Nel libro Sono apparso alla Madonna (da fare attenzione: non la Madonna appare a lui, com’è del tutto naturale, ma è lui che appare a lei. Da qui inizia il capovolgimento di tutto l’arsenale letterario e teatrante di CB), Carmelo parla di «magia di un sogno» (p. 35) e che Bruno Putignano sa a che cosa si riferiva l’amico, tant’è che egli la riprende e la pone come sottotitolo al suo libro.
Putignano presenta così il suo libro: «Ho compiuto gli studi dalla prima media alla maturità classica presso l’Istituto dei Padri Scolopi di Campi Salentina (LE). In tale esaltante periodo ho vissuto l’esperienza singolare di conoscere l’amico Carmelo Bene, compagno di banco sin dalla prima media./ Ho seguito da vicino il suo incredibile percorso artistico e letterario iniziato all’età di dodici anni./ Ho sempre frequentato con lui la stessa scuola e con lui sempre in contatto ogni giorno. Sin dall’infanzia ho potuto constatare la sua spiccata propensione verso l’arte espressa sempre con dovizia di particolari al limite dell’incoscienza. Questo libro possiede la valenza di onorare in tutto il mio amico a dieci anni dalla morte, intende ripercorrere con accentuata eleganza culturale e stilistica le sue eccellenti qualità personali e in particolar modo il suo inebriante percorso interiore da cui scaturiva un’intelligenza al di là del comune sentire./ Comprendeva a livello istintivo lo scibile umano quasi al limite del non-senso, il tutto impensabile in un ragazzo di appena 13 anni» (v. aletta di prima di copertina).
Ecco, qui in questa premessa, Bruno Putignano stigmatizza l’intento dei motivi per cui egli scrive questa memoria su Carmelo Bene. Dedica il libro che apre con un distico: «Amare Carmelo è/ amare me stesso e il mondo». Poi, nel frontespizio, pubblica una bella immagine di lui con il suo amico Carmelo. I capitoli sono in tutto sei, così divisi: 1. L’infanzia e l’adolescenza; 2. La personalità; 3. L’itinerario artistico nella poesia; 4. L’itinerario artistico nella letteratura; 5. L’itinerario artistico nella filosofia; 6. L’itinerario artistico nell’arte drammatica. Ai sei capitoli vanno aggiunte le Conclusioni e i Detti di Carmelo.
Nel testo ci sono tante notizie, ma veramente tante. È impossibile citarle tutte. Dico solo che mi ha colpito quel dire di Putignano quando afferma: «Eravamo prossimi al termine degli studi scolastici, la personalità appariva più irruente ma nello stesso tempo più meditativa, la monomania della recitazione era più accentuata, molto tempo trascorreva in delle esibizioni teatrali accentuate da un eccezionale rigore artistico. A scuola era sempre irrequieto, questioni continue costringevano il direttore ad intervenire presso i suoi genitori, il profilo disciplinare era scadente, nulla riusciva a placare la sua eccessiva esuberanza. Il disordine materiale era all’ordine del momento, non curava più i suoi libri, l’applicazione allo studio diventava più scarsa» (pp. 55-56).
Da questo quadro vediamo venir fuori un CB del tutto inedito: un “ragazzaccio” per dirlo con le parole di un padre Scolopi, disturbato dal comportamento dell’allievo.
Altro passo: «Pretendeva che i suoi pensieri venissero ascoltati, apprezzati dagli amici con maggiore insistenza, impegnava molto tempo nel tentativo spesso vano di convincere i suoi amici nei suoi propositi. Si adombrava quando notava che in alcuni momenti della giornata non intendevamo seguirlo nelle sue fantasticherie, ma passava poco tempo per riprendere nuovo vigore e rilanciare le sue intenzioni» (pp. 56-57).
Anche qui, un altro dato caratteriale di CB che abbiamo conosciuto nell’artista maturo, quando si alzava e se ne andava da una certa situazione che sembrava oscurarlo.
Altro passo: «L’anno scolastico volgeva al termine, la sua condizione di studio era peggiorata, durante l’anno spesso aveva litigato con i professori, era insensibile ad ogni richiamo dei suoi genitori. Al termine dell’anno scolastico la sua famiglia e la mia decisero di traslocare in via definitiva a Lecce, e così, con rammarico, abbandonammo quel paesino di Campi Salentina, dove avevamo trascorso gli anni più straordinari della nostra vita» (p. 57).
Da come ce lo descrive Putignano, CB è un “ragazzaccio” indisciplinato e non ligio ai richiami di professori e di genitori. Se non fosse stato così, è certo che noi non avremmo avuto quel grande artista che poi si è rivelato nella sua maturità letteraria e attoriale.
Altro passo: «Quando aveva desiderio e intendeva riposare la mente la pittura lo rilassava e questa stanzetta serviva in particolar modo per questo altro svago. La mattina dopo, tornai a casa e mia madre mi chiese dove fossi stato tutta la notte, con Carmelo risposi, quando sentiva nominare Carmelo rideva, era convinta però che non facessimo nulla di male. All’uscita dalla scuola volle informarmi subito di una notizia straordinaria, il Preside con sua immensa soddisfazione, lo aveva nominato Direttore artistico del teatro studentesco “Liceo Palmieri [Lecce] che si trovava in fase di allestimento […] Mi avrebbe avvertito all’inizio delle prove, era eccitato nell’invitare gli amici e le amiche del suo corso di studi idonee a fare teatro. Finalmente per lui qualcosa di concreto che potesse far emergere le sue capacità teatrali, ci teneva molto, era contento./ Voleva sapere da me notizie, le migliori, sul teatro studentesco, era in dovuta attenzione, ogni giorno voleva seguire i regolari sviluppi del lavoro, fra due mesi avrebbe esordito nella prima opera che ricordo fosse Lo zia Vanya di Cechov. Non era soltanto il protagonista principale ma anche il regista e ciò lo esaltava alquanto. Mi parlava delle difficoltà che doveva affrontare con gli amici insegnando loro le prime lezioni di teatro, di provvedere a tutto poiché pochi erano i suoi amici che possedevano qualche attitudine alla recitazione. […] Finalmente pensavo, dopo molti anni, Carmelo si appropriava appieno del personaggio senza confusioni e contraddizioni, impegnato a dimostrare a se stesso qualcosa di eccezionale, di autentico, di vero. Egli era emozionato, anche i protagonisti accusavano un sensibile coinvolgimento in questa originale attività studentesca, ormai il momento della rappresentazione era vicino. Le prove avvenivano due volte la settimana, Carmelo aveva posto un certo ordine vigoroso nell’efficace composizione del quadro scenico, l’attenzione era sempre pressante, notavo coe dovuta tensione emotiva trapelasse su tutti i protagonisti./ Il giorno dopo andai al teatro per assistere all’inaugurazione, la sala era gremita di studenti e professori, io non rimasi eccessivamente soddisfatto della recitazione poiché nei protagonisti emergeva scarsa naturalezza, la loro esibizione non era guidata da una viva spontaneità, ma da uno studio mnemonico che possedeva scarsa valenza artistica./ Solo Carmelo spiccava fra tutti e si differenziava da tutti per l’immagine d’artista che sapeva proporre, riusciva a coinvolgere la platea per la completa assimilazione del personaggio e per la padronanza del suo dire e del suo fare» (pp. 61-63)
Notizia importante dà Bruno Putignano. Infatti ci dice quale che fu l’inizio dell’attività teatrale di CB. Addirittura Cechov, che è tutto dire.
Pagine molto interessanti del suo libro, Putignano le dedica a due grandi della letteratura mondiale: Federico Garcia Lorca e Pablo Neruda.
Scrive: «Nel visionare com’era suo costume la poesia europea, Carmelo si soffermò con piacere sul poeta Garcia Lorca, sulla sua tematica poetica, sulle sue vicende personali e politiche, sulle qualità di grande poeta e drammaturgo spagnolo. […] L’enorme passione poetica obbligava Carmelo a fare sue tutte le istanze poetiche provenienti di paesi diversi e luoghi diversi in cui era evidente trovasse giovamento il suo spirito inquieto e scontroso. […] Indubbiamente, spiegava Carmelo, Neruda poteva considerarsi la voce più alta della poesia ispano- americana, una figura di primo piano nel panorama mondiale della poesia, un personaggio dominante colmo di una potenza artistica eccezionale» (p. 310, 327).
Ecco. Mi fermo qui. Ma sono veramente tante le pagine dilettevoli di questo “grosso” libro dello scrittore Bruno Putignano.