Liriche inedite dalla nuova silloge in preparazione di Vincenzo Fiaschitello: Poetiche Appendici
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Parole ai lettori che credono nella poesia.
Il poeta è come colui che viene mandato avanti dal mondo a esplorare nel fitto di un bosco perché veda ciò che è difficilmente visibile, perché senta con il suo orecchio allenato ai silenzi e al mistero anche il più piccolo sussurro delle fronde. E’ colui che non ha un messaggio della ragione da far intendere agli altri, né un unico messaggio del cuore che possa valere per ogni circostanza; è colui che avverte un senso dell’imponderabile, di un assoluto in divenire, di una attesa.
Tuttavia non pochi pensano che sia un illuso, un fallito.
No, il poeta ha la consapevolezza non di un fallimento, di una delusione, ma di una incompletezza, di un impegno non portato a termine perché mai destinato al compimento, ma non per questo inutile e improduttivo. E’ un impegno strettamente naturale, com’è naturale il ciclo stesso della vita di ogni essere umano, animale, vegetale, minerale.
Quel che coglie il poeta attraverso le parole che si relazionano per giungere a un senso non è l’assolutezza dell’essere, rigido e immobile, ma il moto, il divenire, la mutevolezza, per cui gli accade di parlare del mare, della luna, del vento, oggi in un certo modo, domani in modo diverso. E’ come il pittore che non dipinge mai lo stesso panorama allo stesso modo in momenti o giorni diversi. Gli occhi e le mani guidati da quel che ditta dentro suggeriscono parole e colori sempre vari.
Il rapporto tra filosofia e poesia si intuisce molto chiaramente quando si fa ricorso alla più nota fra le degnità vichiane:
“Gli uomini prima sento senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura”.
Questo significa che “le sentenze poetiche sono formate con sensi di passioni e d’affetti a differenza delle sentenze filosofiche, che si formano dalla riflessione con raziocini: onde queste poi s’appressano al vero quanto più s’innalzano agli universali, e quelle sono più certe quanto più s’appropiano di particolari”. (Giambattista Vico, Principi di Scienza Nuova, in Opere, Milano, Rizzoli,1959, pp. 349-350).
Il poeta dunque è colui che si dedica alla moltiplicazione della realtà: la poesia moltiplica, la filosofia concettualizza e quindi sintetizza. Il poeta guarda con calma anche le cose più minute, non si preoccupa se il suo modo di guardare la realtà è produttore di certezze, di verità, di successo, che possa soddisfare la maggioranza o la minoranza della comunità con la quale si relaziona: sente il bisogno di manifestare le sue emozioni che i lettori possono condividere o respingere, ma mai ignorarle se giudicano che provengono dal cuore.
Se le stelle
Se le stelle hanno il loro lutto
quando a celarle si alza il sole
e bevono il latte della luna,
inutilmente il vento le consola
con svolazzi ora leggeri e sfuggenti,
ora falsamente deliranti e rabbiosi.
Che giorno ingordo di silenzi inquieti,
di ombre fuggitive tra i crinali
di monti e di colline!
Che giorno pieno di speranze
e di colori chiusi nei cuori
di bambini allegri!
Una allegria sciamante che accerchia
la loro vita nascente, felici di nulla,
ciascuno con la sua sorte,
con il suo vicolo di dolore ancora
nascosto tra mille strade misteriose
che si aprono nella città del tempo.
Io non sono ebreo
Se fanciullo provavo a contare
le stelle, non riuscivo a superare
il centinaio ché uno sgomento
il pensiero mi sgominava, ponendo
fine alla impari sfida. Similmente
oggi mi accade se guardo a un popolo
spregiato e disperso, a gente, dico,
di Abramo e d’Isacco, rifiorita numerosa
per divina promessa in contrade
di mari e di monti, di neve e di sole,
di città e di sperduti villaggi, come
stelle innumerevoli che hanno
forgiato il ferro e l’acciaio, la pietra
e il pensiero, mescolando dolore
e ricchezza, respirando passione
e cultura di chi li accoglieva.
Come non riconoscere che l’essenza
del nostro vivere è stata fecondata
da tale seme, ora nell’odio sepolto!
Io non sono ebreo, né greco, né romano
ma uomo, piccolo e mortale, ebbro
di sogni, di pace e di mistero.
Il carrubo
Il carrubo alto e frondoso
che da ragazzo malinconia
mi rapì tante volte e noia,
secco ora giace tra sterpaglie
e foglie di chissà quanti passati
ventosi autunni. A quei rami
nodosi affidavo la libertà
dei miei lunghi giorni estivi
e come uccello appena piumato
saltavo tra le foglie di vivida
luce trafitte. Vivevo la speranza
della futura vita e già si alzavano
le mie mani a un saluto immaginoso
verso di te che sparivi all’orizzonte,
fuggitiva fanciulla dai bruni capelli
al vento. Forse non era solo
il canto delle cicale che ti inseguiva,
ma il fremito dei miei piedi
e il brivido del cuore del primo amore.
Non so se ora alla mia età sia ridicolo
o vano ripescare nella superstite
memoria il tempo delle violette in fiore
che ti posavo sul banco di scuola
ogni mattina accanto al mio!
Silenziosi monti
Alti e belli i silenziosi monti
sembrano toccare l’azzurro cielo.
E se talvolta per invidia le nuvole
li nascondono, presto il sole
li libera con la vibrante luce
e di primavera li colora.
Quando una nuvola testarda non vuole
piegarsi, il generoso sole chiede
aiuto al vento furioso che straccia
quell’insolente orgoglio e nel nulla
la disperde, poi si riposa e fa
l’amore con la rosa.
Gli ultimi passi della sera
Gli ultimi passi della sera, forse,
hanno il suono amaro della sorte
prima della morte, dopo il lungo
percorso del sentiero della vita.
Cercando vado l’amorosa immagine
di un tempo che più non m’appartiene,
frange l’aria di questa sera d’autunno
ventoso, lieve si posa a maturare
il silenzio che dentro mi vive
e sfoglia il cuore, petalo a petalo,
spoglia di affanni tumultuosi
il grigio cielo e si rinserra a far
da coperta alle tremule stelle della sera
quando ogni tenue luce già dispera.
Solo la luna tarda e lenta sfida
il chiarore dell’alba, strema il sole
sorgente fino a logorare il giorno
che respirando s’apre.
Una donna
Sul nero asfalto della via con sfarzo
vola il pappo dei pioppi come bianca
nevicata dove affondano rosse femminili
scarpe. Odio e sete di sangue sono
il rovescio dell’amore:
mai più oggetto di rabbia il tuo corpo.
Temi la stretta della sua mano se s’alza
al tuo fragile collo che biancheggia
al sole mattutino e vita t’arresta
nel respiro dignitoso del silenzio
e della libera scelta.
Di giorno e di notte sempre pronta
a subire le botte, persino la morte,
e a dire a te stessa, mia la colpa,
non è niente la mia vita indifferente.
Lacrimosa rosa di rugiada chiudevi
il cielo, respiravi la ventata improvvisa
che spifferando dalla finestra sferzava
le tue spalle come la lama che trafiggeva
la tua carne. Eri solamente una cosa
da cestinare, ma una cosa viva
che portava in cuore la speranza.
Mestizia senza fine!