L’Italia che non vota più: cronaca semiseria dell’ennesima incoronazione dell’astensionismo
di Pompeo Maritati
L’Italia ha appena celebrato l’ennesima consultazione elettorale e, come ormai accade da tempo, il vero vincitore non è stato un partito, un candidato o un programma, ma il grande sovrano invisibile che regna incontrastato: l’astensionismo. In Veneto, Campania e Puglia, tre regioni diverse per storia, cultura e temperamento, il copione è stato identico: seggi vuoti, urne deserte, presidenti di seggio che hanno passato la giornata a contare le mosche e a chiedersi se non fosse stato meglio portarsi un cruciverba.
Il dato medio parla chiaro: un ulteriore 15% di astensionismo rispetto alle già magre affluenze precedenti. Ormai la gente non va più a votare, e non si tratta di una svista, ma di una scelta consapevole, quasi orgogliosa, come se non votare fosse diventato un nuovo sport nazionale.
Il cittadino italiano, davanti alla scheda elettorale, si sente come davanti a un menù di un ristorante dove i piatti sono sempre gli stessi, solo cucinati peggio. E allora decide di non ordinare nulla, di alzarsi e tornare a casa, magari passando dal bar per un caffè. Le motivazioni sono infinite e tutte degne di un’antologia satirica. C’è chi dice “non cambia nulla”, e in effetti per molti votare equivale a inserire una monetina nel jukebox: la musica che parte è sempre la stessa, solo più stonata.
C’è chi non conosce nessuno dei candidati e si ritrova a pensare che la scheda elettorale sia un album di figurine di sconosciuti, con facce che sembrano uscite da un casting di comparse. C’è chi trova la burocrazia insopportabile: carta d’identità, tessera elettorale, fila al seggio, matita copiativa, un percorso a ostacoli più impegnativo della maratona di New York. C’è chi semplicemente non vuole rinunciare al pranzo della domenica dalla nonna, perché tra lasagne e tiramisù il voto passa in secondo piano.
C’è chi non si sente rappresentato da nessuno e allora decide di rappresentarsi da solo, davanti allo specchio, con un discorso motivazionale che finisce sempre con “io non vado a votare”. C’è chi percepisce la politica come un pianeta lontano, non Marte ma Plutone: freddo, irraggiungibile e declassato.
C’è chi dice di non avere tempo, anche se passa tre ore a scrollare Instagram. C’è chi non si fida, convinto che qualunque voto venga tradito subito dopo. E poi ci sono le giustificazioni creative: non voto perché piove, non voto perché c’è il sole, non voto perché il seggio è lontano, non voto perché il seggio è troppo vicino e mi mette ansia, non voto perché la matita copiativa non è ergonomica, non voto perché ho paura di sbagliare scheda e finire su TikTok, non voto perché tanto decide l’Europa, non voto perché tanto decide mia moglie, non voto perché tanto non decido io.
In Veneto l’astensionismo è stato accolto con pragmatismo: “se non serve, non si fa”. In Campania è stato vissuto come un melodramma: “non voto perché mi hanno deluso, ma soffro dentro”. In Puglia ha avuto il sapore dell’aperitivo in spiaggia: “votare? dopo, forse, ora c’è il tramonto”. Tre regioni diverse, un solo copione: il seggio vuoto. Il vero partito vincente è quello del divano, che non ha simbolo, non ha leader, non ha programma, ma raccoglie milioni di consensi silenziosi. È il partito che non chiede nulla, se non un cuscino comodo e una coperta. Il suo slogan è “restiamo a casa”, il suo inno è il rumore della televisione accesa, il suo congresso si celebra ogni sera davanti al TG.
L’astensionismo non è nato ieri, è una tradizione che si tramanda di generazione in generazione. Il nonno racconta: “ai miei tempi si votava sempre”, il nipote risponde: “ai miei tempi si vota mai”. E così la democrazia diventa un racconto nostalgico, come le foto in bianco e nero. Immaginiamo un futuro distopico: i seggi elettorali trasformati in musei, con guide turistiche che spiegano “qui un tempo si votava”, le urne usate come vasi da fiori, le schede elettorali riciclate come tovagliette per la pizza, i presidenti di seggio sostituiti da manichini Ikea.
Un Paese che non vota più, ma che continua a discutere di politica al bar, perché l’italiano non vota, ma parla, sempre. Dietro l’ironia resta la verità: l’astensionismo è una china pericolosa. Quando metà del Paese non vota, la democrazia perde metà della sua voce. E se la voce si spegne, resta solo il brusio del televisore. Il rischio non è che vinca un partito o l’altro, il rischio è che non vinca più nessuno, perché nessuno si presenta. E allora la proposta finale, rigorosamente satirica, è introdurre il voto da remoto, direttamente dal divano, con un’app chiamata “Voto&Netflix”, che permette di scegliere il candidato tra un episodio e l’altro. Così, forse, l’astensionismo perderà il suo trono. O forse no, perché l’italiano troverà sempre una scusa per non votare.