IL PENSIERO MEDITERRANEO

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ll Natale: tra luci e solitudini, la festa che rivela le fragilità umane

Natale mercatini

di Pompeo Maritati

Attraverso la città in festa, negozi inghirlandati, luci variopinte che sembrano inseguirsi come bambini che giocano a nascondino, auto nervosamente in coda e tanta gente frettolosa che si accalca davanti alle vetrine, oramai da tempo addobbate a festa, dove a fare sfoggio di materialistico protagonismo sono i cartellini dei prezzi. Mi ritrovo a camminare con passo lento, non interessato all’acquisto di alcun dono natalizio, ma con l’intento di osservare i volti di coloro che ancora credono che basti una sola notte, quella di Natale, per sentirsi in pace con il mondo che li circonda. Qualcuno, forse un vecchio romanticone incallito come me, è alla ricerca delle letterine di Natale, che purtroppo non troverà, da preparare in complicità con il proprio nipotino, facendo così di necessità virtù, tirando fuori la propria verve artistica sopita e dimenticata, disegnando su un foglio di quaderno il classico albero e l’immancabile grotta, dove incastonare la promessa meno mantenuta al mondo, da almeno duemila anni, quella di essere più buoni.

Eppure, mentre la città si veste di luce e di colori, non posso fare a meno di percepire il rovescio della medaglia, quella tristezza sottile che il Natale porta con sé, soprattutto tra chi la fortuna o il mondo ha voltato pagina, lasciandoli soli, dimenticati, ai margini di una festa che sembra non appartenergli. Tanti gli extracomunitari che cercano in tutti i modi di vendere qualcosa pur di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, cosa ardua non solo per l’aridità degli uomini che si apprestano a festeggiare il santo Natale, ma anche per il fatto che giorno dopo giorno diventano sempre più numerosi. Li trovi in tutte le strade, fuori dai supermercati, che ti chiedono di comprare qualcosa della loro povera merce, per mangiare ci dicono, e in quei volti segnati dalla fatica e dalla speranza infranta si riflette la malinconia di un Natale che non è mai stato per tutti.

Il Natale oramai sta bussando alle nostre porte e tanti bambini escogitano i soliti piccoli trucchi per riuscire a vedere Babbo Natale, nella fatidica notte del 24, calarsi dal camino, e per i meno fortunati, che il camino non ce l’hanno, lo attenderanno svegli, al buio delle loro camerette, spiando da dietro le finestre. Ma accanto a questa innocenza, c’è chi già a sei anni ha perso la magia, come quel ragazzino che mi ha risposto seraficamente che Babbo Natale non esiste e che i doni li ha già ordinati ai propri genitori. In quell’infanzia abbreviata, in quella fantasia sottratta, si annida una tristezza più profonda, la consapevolezza che la vita non sarà mai favola, che la speranza di un sogno è stata recisa troppo presto.

Proseguendo la mia passeggiata tra tanti volti senza nome, osservo che una buona parte di loro è lì a passeggiare come me, senza pacchi dono, senza la nevrotica fretta di chi deve terminare gli acquisti natalizi, e mi chiedo se anche loro stiano osservando me che osservo loro, oppure se per loro il Natale non sia altro che un giorno qualunque, dove a prevalere sarà l’ipocrita promessa di esser più buoni, comprensivi, solidali, per poi mettere sul proprio giornalmastro natalizio il valore dei doni fatti e di quelli ricevuti.

In tutta questa girandola di sensazioni, emozioni e delusioni, quella che generalmente è la più disattesa è la solidarietà. Qualcuno, platealmente sommerso da pacchi dono, incrociando un mendicante, prova a mettere la propria coscienza in lavatrice donando qualche euro o peggio ancora una frazione di euro, mentre altri si sentono oppressi dalla miriade di mendicanti e, non potendo accontentare tutti, non accontentano nemmeno uno. In prossimità di un passaggio pedonale, in attesa che scatti il verde del semaforo, sento dire che quello è un drogato, che l’altro è un alcolista e che è meglio non dargli nulla, e mi sorprende la presunzione di chi crede di poter diagnosticare con un solo sguardo la vita altrui, senza mai fermarsi a pensare che dietro ogni volto c’è una storia, un dolore, una caduta, e che il Natale dovrebbe essere il tempo dell’ascolto e della comprensione.

Guardando anch’io di tanto in tanto le vetrine, soprattutto i prezzi, sono preso da una certa irritazione, perché la crisi economica e l’inflazione galoppante sembrano contraddire la frenesia degli acquisti, e mi chiedo se non sia tutto un grande inganno, un gioco di specchi dove la festa diventa occasione per mascherare le ingiustizie. Il Natale è la festa delle famiglie, la festa di chi vuole almeno per un giorno buttarsi dietro le spalle i problemi della vita quotidiana, come se allo scoccare della mezzanotte del 24 dicembre il mondo si fermasse e tutti gli esseri viventi diventassero più buoni.

Ma non è così, non per colpa del Natale, ma per colpa di noi stessi, che trasformiamo quella che dovrebbe essere la festa dell’amore solidale e della riflessione verso il prossimo nella festa dell’apoteosi dell’egoismo, perché dietro le luci e i sorrisi si nasconde spesso la solitudine di chi non ha nessuno con cui condividere la cena, la malinconia di chi ha perso un affetto, la tristezza di chi non può permettersi un dono, la rassegnazione di chi vive ai margini. Il Natale porta con sé una doppia verità: da un lato la gioia, la speranza, la comunità, dall’altro la nostalgia, la mancanza, il dolore. È la festa che più di ogni altra mette in evidenza le disuguaglianze, perché mentre qualcuno brinda, altri piangono in silenzio, mentre qualcuno riceve regali, altri si accontentano di un pasto caldo, mentre qualcuno si sente amato, altri si sentono dimenticati. Eppure, proprio in questa tristezza, in questa consapevolezza della fragilità umana, si nasconde la possibilità di un Natale autentico, un Natale che non sia solo consumo ma memoria, non solo festa ma compassione, non solo luci ma verità.

Perché il Natale, se vissuto con sincerità, può diventare il tempo in cui ci si ricorda che la vita è fatta di legami, di gesti piccoli ma essenziali, di parole che scaldano più di un dono costoso. E allora, forse, il vero miracolo non è che tutti diventino più buoni per una notte, ma che qualcuno scelga di esserlo davvero, ogni giorno, anche quando le luci si spengono e la città torna alla sua routine. Il Natale è questo: la festa che promette amore e spesso rivela solitudine, la festa che celebra la nascita e spesso mette a nudo la morte delle illusioni, la festa che dovrebbe unire e spesso divide. Ma è proprio da questo paradosso che può nascere la speranza. Se impariamo a guardare oltre le vetrine, oltre i prezzi, oltre le apparenze, e a vedere l’altro non come mendicante, straniero, problema, ma come persona, fratello, compagno di viaggio, solo allora il Natale potrà smettere di essere un paradosso e tornare ad essere ciò che dovrebbe: un tempo di verità, di solidarietà, di amore.


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