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Lo specchio del comando. Borges, L’Aleph e il caso Trump–Maduro

Lo specchio del comando. Borges, L’Aleph e il caso Trump–Maduro

Di Simona Mazza

Nei giorni in cui Donald Trump ha fatto arrestare e trasferire Nicolás Maduro con un vero e proprio atto di forza, rileggere Borges e L’Aleph produce un effetto preciso: riconoscere una forma che ritorna

Una lingua che precede la cronaca: Aleph

Una storia di specchi riflessi

Non ricordo se Borges abbia mai scritto che l’universo si giustifica solo come errore, o se questa frase l’abbia soltanto pensata mentre scriveva. In ogni caso, leggendo L’Aleph si avverte con chiarezza che ciò che chiamiamo realtà non è altro che una disposizione provvisoria di immagini, destinate a ricomporsi altrove secondo una logica che difficilmente coincide con quella della narrazione ufficiale.

A questo punto ci si potrebbe chiedere che cosa c’entri una simile premessa con gli eventi di attualità evocati in apertura.
Il legame, a ben vedere, non è un parallelismo nel senso classico del termine, bensì il suo rovescio: una somiglianza che nasce dallo scarto. La cronaca tende infatti a cercare sequenze ordinate, nessi lineari, responsabilità nettamente assegnabili. Borges, al contrario, incrina questa esigenza e lascia affiorare analogie inquietanti, che disturbano proprio perché non si lasciano collocare con precisione e continuano a tornare, deformate ma riconoscibili. Cercherò di essere più chiara, seguendo un esempio preciso.

L’episodio che torna in mente

Dentro L’Aleph c’è un racconto che mi ritorna addosso con una precisione quasi sgradevole: Deutsches Requiem. È la confessione di Otto Dietrich zur Linde, ufficiale nazista colto e raffinato, responsabile di crimini commessi in un campo di concentramento, che parla la notte prima della sua esecuzione.

Colpisce anzitutto la voce con cui si racconta: controllata, misurata, priva di esitazioni. Zur Linde non implora e non cerca attenuanti emotive. Espone, argomenta, costruisce il proprio discorso come se stesse ancora adempiendo a un compito. L’idea che attraversa il monologo è semplice e terribile: che la violenza, se inscritta in una necessità storica, possa perdere il carattere della scelta e assumere quello del dovere. Fin qui, nulla di sorprendente. Lo aveva mostrato Hannah Arendt seguendo il processo Eichmann, e lo confermano le deposizioni di molti altri funzionari del regime, uomini più simili a diligenti burocrati che a mostri, capaci di parlare con la stessa calma e la stessa adesione a un ordine percepito come impersonale.

Eppure Deutsches Requiem non si esaurisce affatto in questa figura. Borges spinge il discorso più in là, in una zona molto meno rassicurante. Nel monologo di zur Linde emerge infatti un punto di rottura decisivo: la sconfitta della Germania non è vissuta come una catastrofe, ma come un esito necessario, quasi come un compimento morale. Il crollo non mette in crisi la logica che ha guidato il male; al contrario, la porta alle estreme conseguenze. Zur Linde arriva persino ad accettare la disfatta come una forma di espiazione, come se l’ordine a cui ha aderito dovesse dimostrare la propria assolutezza anche attraverso la propria distruzione.

Insomma, un passaggio chiave, in cui Borges introduce qualcosa che eccede la semplice obbedienza.

Lo specchio non è mai innocente

È dentro questa logica che prende forma la figura di David Jerusalem, l’intellettuale ebreo che zur Linde non riesce a collocare nella categoria rassicurante del nemico assoluto. La sua presenza introduce una prossimità inquietante, segnata da una stima segreta, forse mai pronunciata, che rende il rapporto instabile e ambiguo. In Jerusalem, zur Linde riconosce una tensione affine alla propria, una fedeltà all’idea portata fino all’estremo. Ed è proprio questo riconoscimento, rimosso e inconfessabile, a trasformarsi in accanimento.

Da qui il racconto smette di offrire appigli semplici, perché la responsabilità non appare più come un punto isolabile, ma come qualcosa che si distribuisce lungo una trama più ampia, dentro cui le azioni trovano un senso prima ancora di essere compiute.

La colpa come prossimità

In questo spazio, la colpa perde allora la forma dell’attribuzione immediata. Non si lascia più assegnare a un solo soggetto o a un solo lato della scena. Ciò che affiora è una zona di contiguità, in cui l’identità, specchiandosi troppo a lungo, finisce per non tollerare ciò che le restituisce un’immagine non governabile. In fondo, è una colpa che nasce dalla prossimità, non dalla distanza, e che proprio per questo tende a mascherarsi come necessità.

Questa intuizione ha continuato a lavorarmi dentro fino a intrecciarsi con la cronaca recente, con l’episodio in cui Donald Trump ha fatto arrestare Nicolás Maduro, trasformando un conflitto politico in un gesto di coercizione esibita. In quel passaggio ho infatti intravisto una risonanza più profonda: il riaffiorare di una stessa grammatica del comando, capace di attraversare epoche e contesti diversi.

Una grammatica che ritorna

Pensare oggi a Trump e Maduro attraverso Borges significa osservare come il potere, quando si percepisce come necessario, tenda a costruire lo scontro come conferma di sé. Trump agisce all’interno di una cornice che viene definita “democratica”, e proprio questa cornice permette a molti di leggere le sue azioni come espressione dell’ordine. Quando però le procedure smettono di funzionare come limite e iniziano a operare come investitura, l’uso della forza può presentarsi come sviluppo coerente di quella stessa legittimità.

Maduro, dal canto suo, ha costruito nel tempo un potere che si alimenta della pressione esterna, trasformandola in racconto interno di resistenza. Al di là delle oscillazioni del suo status politico, ciò che conta è questa narrazione: una sovranità che si definisce attraverso l’assedio e trova nello scontro la propria giustificazione. In questa dinamica, le due figure finiscono per occupare posizioni complementari all’interno dello stesso dispositivo, rafforzandosi reciprocamente senza bisogno di somigliarsi. Così, se in Deutsches Requiem la violenza viene sostenuta da parole che suonano elevate — disciplina, destino, nuova epoca — e proprio questa elevazione le sottrae il carattere della scelta, nella cronaca contemporanea il vocabolario cambia, ma la funzione resta riconoscibile: sicurezza, interesse nazionale, ripristino dell’ordine. Le parole appaiono razionali, mentre il gesto conserva la sua natura coercitiva.

L’Aleph che non si è mai spento

Borges diffidava delle spiegazioni totali, forse perché assomigliano troppo ai progetti dei dominatori. E tuttavia l’Aleph resta un’immagine utile proprio per questo: perché mostra la coesistenza senza gerarchia, senza riparo. Se la vicenda di Trump e Maduro entra in quell’Aleph, smette di apparire come episodio isolato e si lascia leggere come una variazione su un tema antico: il potere che si contempla, si giustifica e, nel farlo, pretende di coincidere con la realtà.

Questo sguardo, lungi dall’annullare le differenze o cancellare le responsabilità, le mantiene, con le loro asimmetrie. Accanto a esse, però, lascia intravedere una somiglianza più profonda, che riguarda la struttura mentale del comando e la tentazione di essere sovrani della storia, invece che amministratori provvisori di una parte di mondo.

L’errore dello stupore

Resta, alla fine, non una conclusione, ma un’inquietudine. Forse l’errore non sta nel credere a queste figure, ma nello stupirsi ancora del loro ritorno. Quando Borges fa parlare un carnefice colto, oltre a raccontare un orrore storico, espone un meccanismo capace di cambiare lessico, bandiera e giustificazione, e di tornare chiedendo sempre la stessa cosa — una forma di assenso.

Ed è forse questa la trappola più moderna: non la violenza che urla, ma quella che sa argomentare.

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