IL PENSIERO MEDITERRANEO

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L’Odissea tradita. Pragmatica, censura e manipolazione nella traduzione di Pindemonte

Odissea vista da Ippolito Pindemonte

La sanzione empirica e la purificazione del dato testuale

di Ivan Pozzoni

Ogni impianto testuale arcaico, interpretato secondo il pragmatismo di Charles S. Peirce («How to Make Our Ideas Clear», 1878), la teoria degli atti linguistici di John L. Austin (How to Do Things with Words, 1962) e l’inferenzialismo di Robert B. Brandom (Articulating Reasons, 2000), deve essere descritto come un sistema di enunciati volto a codificare esperienze e modelli d’azione, il cui contenuto semantico coincide con il ruolo pragmatico esercitato all’interno di una determinata comunità linguistica. L’epica omerica non sfugge a questa logica: essa descrive un mondo in cui i concetti di giustizia, proprietà e diritto si identificano con la capacità materiale di esercitare la forza, il saccheggio e la sanzione biologica. Però, quando la critica letteraria analitica considera l’opera nella mediazione della celebre traduzione ottocentesca di Ippolito Pindemonte, si trova dinanzi a un esteso processo di riscrittura ideologica, interpretabile come una forma di manipolazione culturale del testo, secondo il paradigma della Translation Studies elaborato da André Lefevere (Translation, Rewriting, and the Manipulation of Literary Fame, 1992) e, successivamente, sviluppato da Mona Baker (Translation and Conflict, 2006). Il traduttore compie un’operazione di chirurgia linguistica, mirata a purgare l’antico testo dalle sue componenti di spietata efferatezza per renderlo compatibile con le coordinate morali del proprio salotto aristocratico e del retroterra cattolico. I meccanismi di questa rettifica agiscono tramite una censura sistematica dei dati di realtà non conformi al decoro del pubblico ricevente, composto in larga parte dall’alto clero, da vescovi e da nobildonne. Dal punto di vista della pragmatica degli enunciati, il traduttore opera una sistematica sostituzione eufemistica per azzerare il potenziale d’urto del testo originale. Scompaiono le asperità materiali della vita arcaica: i «porci» di Eumeo vengono convertiti in «madri feconde», e lo stesso termine «porcaio» viene rimosso o nobilitato per cancellare il marchio della degradazione sociale. Allo stesso modo, le dinamiche carnali e di abuso erotico – come le relazioni tra le ancelle e i Proci, o l’unione sensuale tra Marte e Venere- vengono interamente neutralizzate e private di ogni forza biologica. Il risultato è la creazione di un Ulisse pacificista e moralmente inappuntabile, privato di quel fondo barbaro e realistico che ne costituiva l’autentico nucleo antropologico.

La pragmatica di speech acts e framing dell’egemonia

Alla luce della filosofia del linguaggio, dalla teoria degli atti linguistici di John R. Searle (Speech Acts, 1969) e della teoria del significato di H. Paul Grice (Logic and Conversation, 1975) all’inferenzialismo di Robert B. Brandom (Making It Explicit, 1994), la traduzione si rivela non un mezzo neutrale di trasferimento semantico, ma un dispositivo interpretativo che riorganizza la forza illocutoria degli enunciati originari, ridefinendone gli impegni inferenziali e gli effetti pragmatici all’interno della cultura ricevente. Il traduttore applica rigidi meccanismi di framing (incastonamento ideologico) e manipola speech acts (atti linguistici) ad orientare il giudizio del lettore. Un esempio macroscopico di questa alterazione analitica si riscontra nel libro XVI, dove viene interamente eliminata e omessa la traduzione del versetto in cui i Proci esplicitano la cruda intenzionalità del loro disegno economico e criminoso: «teniamoci noi la sua sostanza e le sue ricchezze, e dividiamoci tra noi ogni cosa». L’esibizione di una simile assenza di riprovazione morale nei confronti dell’appropriazione violenta dei beni avrebbe incrinato l’orizzonte etico e psicologico del pubblico borghese ottocentesco, inducendo Ippolito Pindemonte a espungere il passo. L’universo originario dell’Odissea presuppone, infatti, uno statuto dell’azione nel quale il prelievo predatorio, la razzia e la pirateria costituiscono pratiche socialmente legittimate, coerenti con l’economia del bottino e dell’onore ricostruita da Moses I. Finley (The World of Odysseus, 1954) e dalle analisi dell’etica eroica elaborate da Jean-Pierre Vernant e Pierre Vidal-Naquet (Mythe et tragédie en Grèce ancienne, 1972). Emblematico è il passo in cui Odisseo ricorda la presa di Ismaro, descrivendo «la distruzione della città e l’uccisione degli abitanti maschi e la cattura in schiavitù delle donne», dove la popolazione femminile viene esplicitamente assimilata al bottino di guerra, al pari dei beni mobili razziati. La traduzione pindemontiana sopprime integralmente questo segmento, sostituendo la rappresentazione dell’economia predatoria omerica con un modello assiologicamente compatibile con la sensibilità morale della cultura borghese ottocentesca. L’operazione deve essere interpretata, secondo la prospettiva sistemica di Theo Hermans (Translation in Systems, 1999), come l’effetto delle norme e dei vincoli culturali che regolano il sistema letterario ricevente, entro cui la traduzione non agisce come mezzo neutrale di trasferimento semantico, ma come pratica di mediazione capace di rifunzionalizzare il testo originario conformandolo alle aspettative ideologiche della comunità di destinazione. L’interprete forza il testo attraverso formule stereotipate, introducendo l’epiteto fisso «il saggio Ulisse» e attribuendogli enunciati interamente dominati dai concetti di «mitezza» e di «pacifico regno».

Neuroestetica della ricezione e habitus del consumo culturale

Il dibattito scientifico sviluppatosi tra il 2000 e il 2026 ha profondamente rinnovato l’analisi delle varianti traduttive, ponendo in dialogo la critica letteraria analitica con la sociologia della cultura, l’antropologia cognitiva e la neuroestetica. Le ricerche di Theo Hermans (The Conference of the Tongues, 2007), Mona Baker (Translation and Conflict, 2006), Yves Gambier (sulla svolta interdisciplinare dei Translation Studies), Ellen Dissanayake e Semir Zeki hanno progressivamente decostruito il paradigma della trasparenza traduttiva, mostrando come le scelte linguistiche di Pindemonte debbano essere interpretate quali espressioni di uno specifico habitus culturale, nel senso sociologico elaborato da Pierre Bourdieu, orientato alla modulazione delle risposte cognitive ed emotive del pubblico borghese. La riduzione dei protagonisti a tipi psicologici fissi e prevedibili – si consideri Telemaco, costantemente ricondotto alla figura del «buon figliuolo» vigilato da una ferrea «ragione e dalla buona educazione ricevuta»- risponde alla necessità di offrire al pubblico un modello rassicurante di ordine sociale, immune dai traumi delle rivoluzioni storiche. Parallelamente, la prospettiva della neuroestetica offre strumenti per analizzare i processi cognitivi ed emotivi attivati dalle strategie di riscrittura testuale. Gli studi di Semir Zeki (Splendors and Miseries of the Brain, 2009), Anjan Chatterjee (The Aesthetic Brain, 2014) e Vittorio Gallese sulla simulazione incarnata (embodied simulation) mostrano come le configurazioni linguistiche e narrative influenzino l’attivazione dei meccanismi di elaborazione emotiva e dell’empatia. Il testo omerico, con la rappresentazione della violenza bellica, dei corpi mutilati, del cannibalismo e dell’ambivalenza erotica – emblematica la permanenza di Odisseo presso Calipso, in un luogo «tale da poter incantare perfino gli dèi»- produce nel lettore un’intensa risposta cognitivo-affettiva, riconducibile a quelle dinamiche di perturbazione che, sul piano estetico, rinviano all’Unheimliche teorizzato da Sigmund Freud (Das Unheimliche, 1919). L’adattamento neoclassico interviene invece mediante una sistematica attenuazione degli stimoli percettivi e affettivi: la riduzione della violenza, la regolarizzazione sintattica e la sostituzione delle tensioni tragiche con un lessico moralmente orientato favoriscono una più stabile regolazione della risposta emotiva del lettore. In tale prospettiva, i marcatori testuali individuati dall’analisi microscopica – dalle iperboli moralizzanti all’epiteto «sovrumano provvido», distribuito strategicamente nei canti VII, VIII, XIII, XVI, XVII, XVIII, XXI e XXII- devono essere interpretati come segnali di orientamento ermeneutico, idonei a guidare i processi inferenziali del destinatario e a ricondurre la complessità tragica dell’archetipo omerico entro coordinate assiologiche compatibili con la sensibilità neoclassica.

Pragmatismo concettuale e il controllo dell’alterità filosofica

Questo imponente lavoro di addomesticamento e di riduzione della complessità del poema arcaico instaura un dialogo fecondo con le riflessioni della filosofia contemporanea dedicate alla normatività del linguaggio e alla formazione dei codici culturali. La sistematica attenuazione della componente dionisiaca, predatoria e antropologicamente estranea dell’eroe omerico, ricondotta entro un orizzonte morale precostituito, richiama la critica che Friedrich Nietzsche rivolge al platonismo in Die Geburt der Tragödie (1872), individuando nell’espulsione dell’elemento tragico e dionisiaco il momento inaugurale di una razionalizzazione della cultura occidentale. Il parallelismo rinvia direttamente alla Repubblica di Platone (libri II, III e X), dove la poesia viene sottoposta a un rigoroso controllo normativo affinché possa assolvere una funzione educativa coerente con l’ordine della πόλις. Analogamente, la traduzione ottocentesca riconfigura l’alterità storica del mondo omerico secondo le coordinate etiche e pedagogiche della cultura borghese, trasformando il testo antico in un dispositivo compatibile con il sistema di valori della società ricevente. Tale dinamica trova un significativo riscontro nella filosofia del linguaggio di Cristina Lafont, che in The Linguistic Turn in Hermeneutic Philosophy (1999) e Truth, Dialogue, and the Politics of Pluralism (2020) interpreta la comprensione come un processo governato da condizioni normative di intelligibilità linguisticamente mediate, e nella riflessione di John McDowell (Mind and World, 1994) sulla normatività del giudizio. In questa prospettiva, l’intervento di Pindemonte deve essere interpretato non come una semplice sostituzione lessicale, ma come una riconfigurazione delle condizioni di intelligibilità degli enunciati originari: le norme interpretative che ne orientano il significato vengono ridefinite affinché l’epica omerica risulti conforme all’orizzonte assiologico, pedagogico e culturale della società ricevente. Il traduttore si rapporta al testo originale non con la postura del testimone storico, ma con quella di un legislatore che impone le proprie regole semantiche. Il mondo frastagliato e problematico di Omero viene espropriato della sua storicità e convertito in un feticcio ideologico, un alter ego narcisisticamente glorificato in cui l’aristocrazia del tempo potesse specchiarsi per trovare una legittimazione estetica e morale. L’antico signore di Itaca viene così privato della sua complessità e trasformato in una rassicurante figura patriarcale, «a tutti padre / Più assai, che Re», compiendo un atto di normalizzazione che azzera la distanza critica e impone un monologo conformista sul panorama selvaggio del mito.

Conclusioni: la favola morale e il silenzio del mito

Per riassumere la questione nei suoi termini essenziali, si deve affermare che l’Odissea trasmessa ai lettori dell’Ottocento riflette l’orizzonte culturale, morale e pedagogico della società ricevente in maniera maggiore di quanto restituisca l’alterità storica del mondo omerico. La traduzione di Ippolito Pindemonte non persegue un criterio di ricostruzione filologica, ma opera una sistematica rifunzionalizzazione del testo antico, riconducendolo entro i codici etici e stilistici propri della cultura neoclassica. In tale processo, Odisseo cessa di incarnare la complessa figura dell’eroe arcaico, nella quale convivono intelligenza strategica, violenza predatoria e capacità di adattamento, per assumere i tratti di un sovrano prudente, di un padre esemplare e di un governante moralmente irreprensibile. Parallelamente, gli elementi che testimoniano la distanza antropologica dell’epica omerica – dalla concretezza materiale della vita pastorale alle forme di violenza ritualizzata, sino alla dimensione apertamente erotica dei rapporti tra uomini e divinità- vengono sistematicamente attenuati, omessi o ricondotti entro un registro espressivo compatibile con la sensibilità del pubblico ottocentesco. Nel suo complesso, la traduzione si configura pertanto come una mediazione culturale che, più che conservare la radicale alterità dell’epica greca, la rielabora secondo le condizioni di intelligibilità e le aspettative normative della società di destinazione, confermando come ogni traduzione costituisca anche un’interpretazione storicamente situata del testo originario.


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