IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

L’Ombra

l'OMBRA

di Antonio Nahi

A volte circostanze di luogo e di tempo o particolari stati d’animo ci fanno vivere dei momenti in cui è difficile poter dire che tutto sia stato solamente un… sogno!

Raggiunsi Roca Vecchia alle quattro del mattino; posteggiai l’auto dirimpetto al Santuario Mariano, nell’ampio sterrato.

Era settembre inoltrato e avevo deciso di saggiare le coste rocciose con abbondanti pasture per insidiare le spigole, ma notai a ponente minacciosi nuvoloni e capii che la mia giornata di pesca era andata in fumo.

Cercai riparo tra le laure anacoretiche1; poco dopo iniziò a piovere. A ponente il mare spumeggiava nell’intermittenza dei lampi che squarciavano il cielo. Mentre ero lí, accovacciato contro l’umida roccia e infreddolito, mi sovvennero i versi di una mia poesia, riferiti alla città di Lecce, che rievoca il mito di “Sibari città del Sole2”: « …e se gli occhi poi frugano / tra la necropoli dormiente, / il respiro si smorza e / dagli antri piú occulti / pare ti seguano furtivi / sguardi d’antichi Messapi ».

Poi la stanchezza e il mormorio sommesso della pioggia quasi mi assopirono, mentre ricordavo l’ultimo verso:            « …t’assopisce un solfeggio liquido di voci ».

Improvvisamente una voce gutturale mi riportò alla realtà:

« Salve!.. », l’eco nella grotta sembrò giungere dalla notte dei tempi. Una figura bassa si stagliò sull’apertura che dava nell’altra grotta. Indossava un impermeabile con cappuccio (almeno cosí mi sembrò) e si appoggiava ad una lunga canna.

« Pure lei a pesca? », dissi.

« La mia pesca è terminata da qualche tempo, e ho liberato tutte le prede, affinché si moltiplichino nelle acque di Èruce3 », rispose.

« Mi scusi, non capisco… ».

« Ascolta: del tempo è padrone il Cielo; il mio scorre da giorni immemorabili. Le sabbie, rapprese nelle clessidre dalle acque e dalle nebbie, torneranno a scandire il tempo, se resterai con me finché lo scudo d’oro tornerà a splendere nel cielo…

Giunsi in questa terra quando ancora la foresta ombreggiava la pianura e argentei ruscelli scorrevano tra bianche rocce fino a riversarsi in mare.

Asportai la roccia tenera e scavai questa grotta, poco distante da un ruscello generoso, poi detto Theutra4, che mi dava ristoro con le fresche acque, mi recava i tenui profumi della foresta e mi donava fiori e bacche, radici ed erbe. Da esse traevo dolci elisir per vincere la calura e ritemprare le membra, dopo lungo meditare e lodare la magnificenza del Primo Padre nei cieli.

Altri fratelli, col tempo, unendosi a me, onorarono il mio desco e tutt’attorno ci fu un fermento di preghiere e canti di lode al Creatore. Attorno ai nostri rifugi ergemmo palizzate, perché gli animali dei boschi non turbassero la vita nostra. Là, dove nel tuo tempo sorge il Santuario Mariano, scavammo la sede del tempio nostro e lí si compiva il mistero Eucaristico, in comune preghiera. Nei pressi, facemmo deviare un rivolo, da cui traemmo l’acqua lustrale per lavare il peccato del Primo Uomo. Poco discosta vi è una grotta naturale, celata ora agli occhi del tuo tempo. In quella, s’imponevano le mani per l’assoluzione divina e la redenzione dei fedeli. Questi, lungo il cunicolo della grotta espiavano in pentimento e poi da sotto la roccia discendevano fino al mare, dove venivano purificati nel corpo e nello spirito.

Per un lungo tempo nulla contaminò  questi luoghi sacri per volere del Primo Padre, e serenità e semplicità regnavano nell’anima di chi qui dimorava.

Ma la superbia fu causa prima di sventura! La mente si volse alla foresta e volle risalire il rivo alla ricerca d’erbe, radici, tuberi e bacche prelibati, di cui il vento del destino aveva un dí parlato…

Un fratello seguí le orme di un altro fratello, ma dalla boscaglia non fecero mai piú ritorno. Un terzo fratello, saggio e pio partí, in autunno, in cerca delle due pecorelle smarrite. Ricomparve in inverno, con una lunga barba bianca, lacero e sfinito, prostrato da venti, piogge, gelo e chissà quali altre intemperie, fisiche e spirituali.

“Al di là del verde”, cosí cominciò il fratello, “ristagna il corso del nostro rivo, le acque dormono e gli uomini s’allontanano dai voleri celesti: là regna il Male! Veste corpo di donna, ha negli occhi l’abisso, lunghi capelli d’ebano come fiamme d’Averno avvolgono il suo corpo e scopre le sue forme il vento discostando il crine e rivelando il peccato…

È sola. Cerca la carne dell’uomo. Ha nome Thàmuria… Ai nostri due fratelli ha succhiato la vita, sradicato l’anima, strappandola al cielo per farla sprofondare negli abissi!”.

Cosí parlò quel fratello e, come il ghiaccio che d’inverno il ruscello porta al mare e, appena ne tocca il tepore, subito si scioglie, cosí, dopo aver rievocato l’immagine del peccato, il suo cuore si riaprí alla vita e alla serenità.

Thàmuria, figlia di demoni, come ombra che vela il sole impedendone la luce e il calore, cosí trasformò questo luogo in un limbo, in cui intristiva il nostro cuore. La preghiera saliva debole al cielo e l’ombra del peccato s’insediava ovunque, minacciando le nostre menti che ormai non discernevano piú il bene e il giusto, vedendo che la forza di una sola femmina era capace di vincere anche il discepolo piú devoto!

Molte lune tramontarono all’orizzonte di Èruce. Dal sonno invernale si svegliarono gli animali, si rinnovò la linfa nelle piante, ripresero a scorrere le acque dei rivi, portando vita in ogni luogo. Ma il nostro ruscello d’acqua lustrale ristagnò in un’enorme pozza, nessuna anima piú vi ricorreva ad espiare il peccato degli avi. Eruce moriva nel cuore della gente che vedeva ormai lontano il nostro  Signore. I fratelli sopraffatti dal peccato pesavano sulle nostre coscienze. La consapevolezza che la perdizione dilagava tra i monaci allontanò la gente dalla nostra comunità. Prima di allora, solo il mistero Eucaristico ci accomunava nel giorno dedito alla preghiera, ora, invece, sempre piú spesso lasciavamo l’eremo, quasi a cercare forza e conforto per lottare insieme contro l’infamia che ci consumava.

Thàmuria… Thàmuria…”, ripetevo instancabilmente in delirio nella notte. L’incubo svelava quel volto peccaminoso. Mi si presentava in sogno la femmina che apriva le braccia per afferrare l’intera Èruce, strapparla alla terra e costringerla negli abissi infernali, mentre il sorriso beffardo di quelle labbra sensuali echeggiava ripetutamente tra queste rocce fino a destarmi…

Ormai quella iena immonda si era insediata nei nostri occhi… Come responsabile del­la comunità monastica sentii il dovere di percorrere il terribile sentiero del peccato per debellare Thàmuria e cancellare l’infamia che bollava i fratelli.

Risalii il corso d’acqua tra il canto degli uccelli che volavano in cielo e tra gli alberi, colmando il cuore di gioia. Le folte erbe e gli arbusti sembravano scostarsi per agevolarmi il passaggio lungo il tragitto che portava al demonio!

Ben presto la foresta restò alle mie spalle, l’acqua del ruscello ora spumeggiava tra rocce levigate. Giunsi poi in una radura di alte felci che vibravano al vento e vidi in fondo una lingua di terra non piú larga di sette braccia, che tagliava, come un ponte naturale, il lago fino a condurre all’opposta sponda e poi perdersi, ingoiata dalle nebbie. Quel tratto di terra, sommerso dall’acqua, era ricoperto d’erba rigogliosa che impediva il cammino e fiaccava le gambe ad ogni passo. Ad un certo punto intravidi la punta affiorante di un sasso, che sembrava situato lí apposta per rincuorare il viandante, affinché non ritornasse sui suoi passi. Mi fermai a riprendere un po’ di forze. Ma sopraggiunse improvvisa la notte a coprirmi di buio e di nebbia fittissima, la quale presto, attraverso il saio, giunse a bagnarmi tutte le membra indolenzite. Provato da fatiche e digiuno, fui vinto dal sonno.

Mi ridestai quando l’alba già illuminava quei luoghi di una luce fioca e scialba, che cercava di rompere il muro delle nebbie. Davanti a me, la lingua di terra, immersa nel verde delle felci fino alla riva. Mi trascinavo nell’acqua ormai cosí profonda che mi giungeva quasi alla gola. Ma ecco che adesso la nebbia si diradava ed apparve all’improvviso un lago e nel bel mezzo un capanno fissato su dei tronchi: una specie di palafitta che certamente doveva essere il rifugio di Thàmuria. Il repentino cambiamento d’ambiente e la tranquillità del luogo mi avevano distolto la mente da ogni sospetto di pericoli.

Ad un certo punto, rasente la riva notai un tronco lievemente mosso dalla corrente; vi montai sopra e, agitando con vigore le braccia a mo’ di remi, raggiunsi la non lontana palafitta. Con qualche sforzo salii sopra e, guardingo, entrai nel capanno: vidi all’interno un giaciglio di rami e frasche, coperto da pelli di montone; in un altro canto notai una scure, dei coltelli, giunchi e dei rametti lunghi e sottili; e infine, un orcio contenente delle spore e fiori dal profumo denso e inebriante. D’un tratto, un raggio di luce, proveniente da dietro le mie spalle, penetra all’interno: qualcuno aveva spostato la pelle che riparava l’ingresso del tugurio.

Mi voltai lentamente, col cuore in gola. Una femmina, di notevole statura, stava ferma sull’uscio. Lunghissimi capelli neri le coprivano i seni e scendevano lungo i fianchi, dove una pelle di volpe le copriva la zona inguinale, lasciando nude le anche, lunghe e robuste. Il volto era lungo e smagrito, scavato alle mandibole sormontate da zigomi sporgenti, tagliato da labbra carnose che le davano un’espressione d’innocenza e tristezza al tempo stesso, incurvate sul mento appena prominente. Sul naso lungo e sottile, gli occhi… gli occhi erano privi d’espressione, ma emanavano una strana luce… Feci due passi per scostarmi dal raggio di luce e vidi chiaramente le orbite tutte bianche: non aveva le pupille… Era cieca!

Thàmuria…”, esclamai quasi inespressivo.

Thàmuria”, lei disse. “Sono Thàmuria, figlia di Theusone di Rodi. Mio padre mi ha allevata come un maschio, dopo che morí mia madre senza lasciare altri figli al mondo. Fui poi rapita giovinetta e venduta come schiava ad alcuni grandi della mezzaluna. Negai loro i miei favori e riuscii pure a fuggire, ma non molto lontano. Poco dopo fui catturata e resa cieca, affinché sino al termine dei miei giorni avessi a pentirmi del mio rifiuto, senza nemmeno la consolazione del pianto. Presi poi un veliero dei mercanti d’Ellade e giunsi qua, molte primavere or sono. Imparai a conoscere il trapasso del giorno con il mutare del calore sulla mia pelle; il volgere del tempo, fiutando l’aria e ascoltando i richiami dei boschi. Riconobbi il volgere delle stagioni, toccando erbe e muschi sugli alberi e sentendo nascere e morire diversi funghi e licheni. Imparai a sopravvivere cogliendo bacche e radici, cacciando con astuzia, pescando nelle pozze del lago dove l’acqua si ritirava nell’ora alta del giorno, isolando muscoli e pesci. Appresi infine a leggere il pensiero degli uomini; per questo ho già appagato le domande che ancora non hai posto.

Tu sei Ihan, l’eremita dei rifugi nella pietra; sei venuto per conoscere e vincere il peccato che ha mandato in perdizione i tuoi fratelli. Ma io ti dico: il peccato era già in loro, fin da quando giunsero in queste acque. Anche al vecchio eremita confidai queste cose, ma egli volle trattenersi qualche tempo per accertare e mettere alla prova la mia innocenza.

I tuoi giovani fratelli ascoltarono la voce della lussuria e cercarono il piacere della mia carne: ora le loro ossa biancheggiano sul fondo del lago. Quando poi venne il vecchio saggio, affermò che era il mio corpo a spingere al peccato, ma aggiunse che bisognava vincere le tentazioni del maligno per fare la volontà del Primo Padre. Per questo mise a dura prova la sua carne. Un giorno, però, sentii pulsare forte il suo cuore, mentre implorava e gridava al cielo: ‘La carne è debole!’; e, atterrito, scappò via nel canneto, inseguito dal peccato.

Bada eremita! Non sono io il demonio; non ho occhi per vedere la lussuria che agita l’uomo, ma sento il male, se quello è in voi. Dentro di voi sono i demoni, che vi scuotono come fuscelli al vento!”.

Cosí parlò Thàmuria. Io le chiesi di far sorgere tre volte l’astro celeste, prima di lasciare il suo regno. E l’astro tornò ad illuminare il lago fino a scaldarne le acque; ma io non trovavo la forza per allontanarmi da lei.

Lei non parlava, ma le sue orbite immobili sembravano leggere lo strazio che dilaniava il mio corpo. Dovevo restare, dovevo dimostrare alla carne la potenza dello spirito, dovevo vincere le brame della bestia che ruggiva dentro di me.

Una luna pallida lambiva le acque tremule del lago. Thàmuria intrecciava vimini e giunchi, s’aiutava con la bocca, stringendo con i denti i nervi vegetali, mentre veloci le dita tessevano la trama…

All’improvviso una febbre smaniosa infuocò la mia carne a lungo messa alla prova da quel corpo giovanile e sensuale della femmina, che svolgeva il suo lavoro con movimenti agili e ammalianti, alla luce della luna. Ansimai sconvolto, bramando ardentemente quel corpo… Lei s’arrestò. Come fiera braccata, fiutò il pericolo. Sfavillarono le orbite bianche e il corpo si chiuse a difesa… Il mio braccio calò la scure sul suo capo, spegnendo per sempre la fiamma del peccato, che aveva in lei il nutrimento…

In quel momento, invece, vidi chiaramente che il baratro piú profondo degli inferi non bastava a dannare la mia anima sconfitta! Il peccatore ero io, io che continuavo a calpestare i legni del capanno bagnati dal sangue dell’innocenza.

Tornai tra queste rocce e, peccato nel peccato, narrai ai fratelli d’aver vinto il Male, affinché la tranquillità tornasse a regnare su Èruce!

La notte mi colse un’alta febbre. Il rimorso consunse il mio cuore e la morte mi prese agonizzante, incapace di implorare perdono al Primo Padre.

Il mio spirito dannato ha continuato a vagare tra queste pietre e ora ha espiato le sue colpe. Le mie ossa nella terra possono riposare, finalmente, nella pace eterna…

Lo scudo dorato sta per illuminare il cielo di Èruce…

Il mio tempo è finito… ».

L’ombra s’appiattí contro la roccia e svaní… In quello stesso istante un tuono squassò il cielo, svegliandomi dal torpore che mi dominava…

Sbattei ripetutamente le palpebre. Restai immobile, a lungo, tra le laure, ripensando al racconto di quell’ombra…

rno ai nostri rifugi ergemmo palizzate, perché gli animali dei boschi non turbassero la vita nostra. Là, dove nel tuo tempo sorge il Santuario Mariano, scavammo la sede del tempio nostro e lí si compiva il mistero Eucaristico, in comune preghiera. Nei pressi, facemmo deviare un rivolo, da cui traemmo l’acqua lustrale per lavare il peccato del Primo Uomo. Poco discosta vi è una grotta naturale, celata ora agli occhi del tuo tempo. In quella, s’imponevano le mani per l’assoluzione divina e la redenzione dei fedeli. Questi, lungo il cunicolo della grotta espiavano in pentimento e poi da sotto la roccia discendevano fino al mare, dove venivano purificati nel corpo e nello spirito.

Ancora oggi non so dire con certezza se sia stato solo un sogno. Forse bisognerebbe verificare quanto rivelato dall’ombra: scavare, cercare il suo sepolcro, accertare l’esistenza di quell’acqua lustrale che ancora “ivi giace impantanata dal peccato”, o portare alla luce la grotta dell’espiazione “celata ora, agli occhi del tuo tempo”, come l’ombra raccontava…

L'OMBRA DI ANTONIO NAHI

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