LUCIANO FLORIDI e la rivoluzione digitale
Intelligenza artificiale e creatività artistica
di Vincenzo Fiaschitello
Luciano Floridi (Roma 1964), filosofo italiano naturalizzato britannico, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione presso l’Università di Oxford, non ha dubbi nell’affermare che viviamo in una società ibrida. Non c’è una netta linea di demarcazione tra vita analogica e vita digitale, tra realtà in presenza e realtà virtuale delle tecnologie, tra uomo e macchina.
Questa sorta di contaminazione che Floridi chiama onlife, perché appunto non si riferisce soltanto al fatto che siamo costantemente in connessione online (internet, servizi web, touch screen, smartphone…), ma a un terzo tipo di realtà fenomenologica che è il contesto ibrido, simile alla condizione di quelle piante che prosperano nell’acqua salmastra, che non è né acqua dolce di fiume, né acqua salata di mare.
La commistione delle due realtà, delle due sfere analogica e digitale, la sperimentiamo ogni momento del nostro attuale modo di esistere: siamo connessi a internet, per esempio, per esplorare un qualcosa che è oggetto della nostra ricerca ed ecco che improvvisamente altre informazioni ci giungono da altri motori di ricerca a integrare le nostre conoscenze. E comunque una tale situazione si è globalmente sperimentata al tempo del Covid: riunioni, incontri, meeting, lo stesso spazio di lavoro, sono stati largamente influenzati dal sistema online, al punto da obbligarci a rimodulare i nostri tempi privati.
La direzione ormai sembra segnata sempre più dai sistemi di Intelligenza Artificiale, alla quale abbiamo delegato compiti che essa riesce a fare meglio di noi. Le conseguenze dell’onlife non solo riguardano la riduzione della distanza spazio-tempo tra noi e la macchina intelligente, ma anche la necessità di interrogarci sulla nuova visione del mondo che va emergendo come una nuova rivoluzione copernicana. E giustamente Luciano Floridi parla di una nuova ontologia che deve guidare l’uomo del terzo millennio a una maggiore consapevolezza, responsabilità e moralità (L. Floridi, Infosfera Etica e filosofia nell’età dell’informazione, Torino, Giappichelli, 2009).
Nel 2012 venne pubblicato il testo di L. Floridi, Informazione: una brevissima introduzione, Torino, Codice edizioni, tradotto dall’inglese con il titolo La rivoluzione dell’informazione. Nella prefazione Juan Carlos De Martin approva pienamente la decisione dell’editore perché in effetti la lucida analisi di Luciano Floridi non solo illustra efficacemente ciò che si intende per informazione nei vari ambienti della cultura del nostro tempo, ma mette in rilievo il concetto di rivoluzione.
Dal contesto storico sappiamo che le rivoluzioni hanno avuto sempre origine da uno stato di insoddisfazione dell’uomo, da un desiderio profondo di innovazione, che lo ha spinto ad agire per modificare il presente ritenuto inadeguato e negativo, spesso rapidamente e sanguinosamente come nella Rivoluzione francese e americana.
Floridi separa ovviamente questo tipo di rivoluzioni politiche da quelle scientifiche e tecnologiche (la rivoluzione di Copernico, la rivoluzione cartesiana del metodo scientifico e conseguentemente di quelle di Galileo e di Newton, la rivoluzione culturale di Darwin e di Freud, la rivoluzione industriale), per rivolgere la massima attenzione a quella più vicina a noi, la rivoluzione dell’informazione di Norbert Wiener, padre della cibernetica moderna. A partire dalla seconda metà del secolo scorso si cominciarono a stabilire le prime regole che dovevano essere alla base delle relazioni tra soggetti animati e soggetti inanimati, cioè tra uomini e macchine o sistemi meccanici mediante segnali di comando e controllo grazie a circuiti elettrici.
L’introduzione di sistemi informatici sempre più sofisticati ci induce a rivoluzionare le nostre idee sulla natura, sulla realtà. Non siamo più entità isolate, ma organismi informazionali immersi nel mare dell’infosfera, cioè in un ambiente globale che condividiamo con entità meccaniche, inanimate. In questa prospettiva rivoluzionaria non possiamo più agire all’antica maniera come se ancora la terra fosse al centro dell’universo, come se l’uomo fosse il padrone assoluto delle risorse del pianeta: acqua, luce, aria, minerali. E’ vero che l’umanità ha sempre reagito con una certa resistenza di fronte alle trasformazioni, ma oggi è assolutamente urgente adottare nuovi modelli di pensiero che guardino prioritariamente non all’egoismo personale che genera ostilità e guerre, ma piuttosto a una nuova metafisica, fondata sulla com-passione, sulla solidarietà, sulla umanità.
Allo stesso tempo è altresì necessario per un corretto sviluppo del progresso informatico della nostra era, tener conto di due importanti aspetti della questione.
Il primo riguarda il problema della eccessiva fiducia che si vorrebbe riporre sull’IA: se crediamo che ora o meglio in futuro essa possa sostituire l’intelligenza dell’uomo, ci sbagliamo in maniera grossolana e ridicola, per la semplice ragione che l’IA sa e opera soltanto su quanto è stato “immesso” nel suo circuito, invece l’uomo crea, interroga con ipotesi la realtà e la modella finché non viene smentita da successive idee e ipotesi. Dunque è come dire che all’IA riversiamo la “spazzatura” delle nostre ricerche che sa gestire con efficacia e riproporci ogni volta che lo chiediamo. A noi spetta il compito di interrogare la realtà e produrre il nuovo.
Il secondo aspetto cruciale è relativo al problema del “come fare” perché sia sempre più estesa la fascia di popolazione capace di accedere alle informazioni per partecipare ai vantaggi che l’IA offre, al fine di evitare possibili sfruttamenti e pericolose discriminazioni se non la nascita di una vera e propria nuova plebe. Intorno a questo secondo aspetto è indispensabile mettere a punto una seria riflessione filosofica. Ed è proprio questo che L. Floridi fa in uno dei suoi ultimi libri: Etica dell’intelligenza artificiale, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2022.
Premesso che oggi non c’è più un qualsiasi aspetto della nostra vita che non sia stato influenzato dalla rivoluzione digitale e che la nostra realtà è diventata sempre più digitale fatta di zero e uno, gestita da software e dati, piuttosto che da hardware e atomi, occorre dare un senso, una direzione al nuovo modo in cui percepiamo noi stessi, sia online sia offline, cioè onlife e nell’infosfera, sia analogicamente che digitalmente.
Queste realtà “hanno modificato il modo in cui impariamo, giochiamo, lavoriamo, amiamo, odiamo, scegliamo, decidiamo, produciamo, vendiamo, compriamo, consumiamo, pubblicizziamo, ci divertiamo, ci
preoccupiamo e ce ne prendiamo cura, socializziamo comunichiamo e così via” (Etica, cit. pag. 25).
Il dibattito attuale ci pone dinanzi alla questione centrale se tutto ciò costituisca un bene o un male. Spetta a noi far sì che l’impatto del digitale sulla nostra vita sia positivo e non negativo. La condizione fondamentale è quella di utilizzare al meglio l’IA, permettendo una vera autorealizzazione umana, migliorando la capacità di agire, incrementando le capacità sociali e la coesione sociale. La realizzazione dell’autonomia del singolo individuo deve avere una corrispondenza nel miglioramento della società. Nessuno può restare indietro per ignoranza, per paura dell’innovazione, per preoccupazioni ingiustificate o pregiudizi. L’obiettivo è quello della buona società.
Separare i rischi di una utilizzazione eccessiva o di una sua sottovalutazione è possibile se riusciremo a consolidare la consapevolezza che dovranno restare ben saldi e irrinunciabili il controllo e la responsabilità dell’uomo sull’agire IA, nonché sugli sviluppi e sui loro effetti, e se sapremo approntare un quadro filosofico-etico e giuridico-normativo.
Nel nome del primo si dovrà tenere lontana la tentazione di un uso cattivo delle tecnologie IA particolarmente legato alla ingordigia umana, al dio denaro, alla avidità, all’odio e a qualsivoglia intento malevolo.
Nel nome del secondo appare indispensabile progettare i sistemi di IA in vista di un rafforzamento di nuovi principi morali condivisi.
Sono molteplici gli interventi che si prospettano.
Si pensi al problema della identità personale che con le tecnologie IA è strettamente connessa ai dati sensibili sanitari, ai dati di scelte politiche e culturali, ai dati riservati familiari, ecc.
Si pensi alla territorialità del soggetto: è presente in uno spazio e contemporaneamente in altro luogo. Ciò naturalmente è legato a problemi giuridici, fiscali.
Si pensi alla richiesta di oblio che diventa sempre più complessa per la presenza di varie piattaforme dislocate in vari luoghi lontani.
Si pensi al problema del lavoro: l’introduzione di novità nel mondo lavorativo ha sempre diffuso tra la gente la convinzione che il lavoro diminuirà. In realtà non c’è nulla di più falso. Un robot non divora una quantità di lavoro che non sia compensata (anche in misura maggiore) dalla nascita di nuove occupazioni, perché saranno necessarie nuove interfacce tra i servizi forniti dai computer, tra i siti web, tra le applicazioni di IA. Ci sarà bisogno di formatori, di nuove strutture e quindi di un certo tempo, ma il lavoro non verrà mai meno.
Di fronte a tali sfide, non si può non riflettere sulle responsabilità dei programmatori dei sistemi IA e di tutti coloro che sono impegnati nel campo etico-politico e giuridico-normativo.
L. Floridi scrive: “Le precedenti rivoluzioni…agricola e industriale, hanno portato a trasformazioni macroscopiche nelle nostre strutture sociali e politiche…con profonde implicazioni concettuali ed etiche. La rivoluzione dell’informazione… non è meno decisiva. Avremo grossi problemi, se non prendiamo sul serio il fatto che stiamo costruendo i nuovi ambienti che saranno abitati dalle generazioni future, un approccio etico è essenziale…Il compito è quello di formulare un quadro etico che possa trattare l’infosfera come un nuovo ambiente degno dell’attenzione morale…potremmo negoziare una nuova alleanza tra il naturale e l’artificiale. Ciò richiederà una seria riflessione sul progetto umano e una revisione critica delle nostre attuali narrazioni, a livello individuale, sociale e politico” (Etica…cit. pag.337). Il nostro impegno di responsabilità morale e la nostra capacità ingegneristica sicuramente ci aiuteranno a ricordarci che le tecnologie IA saranno tanto stupide quanto le nostre vecchie tecnologie e che gli uomini dovranno sempre restare padroni dei loro destini.