IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Luigi Federico Menabrea, la cibernetica dello Stato e l’ontologia dell’esocorteccia

Manebrea e la cibernetica

di Ivan Pozzoni 

La fessurazione dell’intenzione: dalla meccanica dell’algoritmo all’ontologia dell’informazione

L’atto di nascita della modernità computazionale non coincide con la fabbricazione materiale dell’hardware microelettronico. Nasce con un gesto di mera astrazione teorica: la fessurazione epistemologica tra il pensiero giudicante e la sua esecuzione meccanica. Quando Luigi Federico Menabrea pubblica nel 1842 le Notions sur la machine analytique de M. Charles Babbage, non sta, semplicemente, redigendo una memoria descrittiva a vantaggio della comunità scientifica francofona; sta tracciando l’atto costitutivo di un nuovo dominio ontologico. In questa prospettiva, l’epistemologia contemporanea della computazione offre una formulazione particolarmente pertinente: Osman Yaşar sostiene che il computational thinking debba essere distinto tanto dal semplice pensiero esperto quanto dall’uso di dispositivi elettronici, individuandone il nucleo in un processo di astrazione che precede la specifica macchina che lo realizza; la computazione diviene così un principio «device-independent», capace di essere concepito indipendentemente dal dispositivo materiale che ne esegue le operazioni («A New Perspective on Computational Thinking», in Communications of the ACM, 61/7, 2018, 33-39).

Formulando la celebre distinzione tra la parte meccanica del calcolo – assoggettata a leggi rigorose, cieche e invariabili- e la parte speculativa spettante all’intelligenza, Menabrea anticipa di un secolo e mezzo l’architettura dei sistemi informatici e le sue immediate implicazioni filosofiche. Il testo menabreano articola una  anatomia dell’automa, individuando nel «mulino» il centro propulsore dell’elaborazione algebrica (l’attuale ALU) e nelle «colonne delle variabili» il luogo della persistenza e del deposito (la RAM). Attraverso l’adozione delle schede perforate del telaio Jacquard, la materia algebrica viene sgranata in una serie discreta di istruzioni sequenziali, introducendo i vettori fondativi del controllo di flusso: dal salto condizionale (branching) all’iterazione ciclica (looping). Questo processo lineare di traduzione concettuale parte dall’intenzione pura della mente umana, la codifica nella forma materiale del simbolo sulla scheda perforata (il performative token) e giunge infine all’azione fisica del «mulino», determinando una radicale desostanzializzazione dell’informazione. Sotto la lente della filosofia del digitale contemporanea, in particolare secondo l’impostazione della filosofia dell’informazione di Luciano Floridi, l’operazione di Menabrea costituisce la prima riscrittura del mondo in chiave d’infrastruttura infosferica. Floridi sottolinea come l’ontologia contemporanea non consideri il reale come un insieme di oggetti materiali costituiti da sostanza e forma, ma come un tessuto di agenti informazionali connessi. In questa prospettiva, l’«infosphere» è definita come «the whole informational environment constituted by all informational entities, their properties, interactions, processes, and mutual relations» (The Fourth Revolution: How the Infosphere Is Reshaping Human Reality, Oxford University Press, 2014, 41).

Menabrea compie esattamente questo salto meta-teorico: desostanzializza la matematica, privandola della sua aura puramente ideale o empirica, per ridurla a procedura eseguibile, a un insieme di relazioni astratte e manipolabili dall’esterno. Sotto il profilo della pragmatica del linguaggio e della critica analitica, il discorso menabreano funziona come un dispositivo performativo (speech act theory). Utilizzando le categorie di John L. Austin e John Searle, il testo sulle Notions non si limita a un’esposizione constatativa, formalizza una direttiva illocutoria: la scrittura del codice diviene un’azione che modifica lo stato della macchina. Le schede perforate assurgono a simboli d’azione che impongono al «mulino» un’operazione fisica. Le clausole condizionali descritte nel saggio – come l’emissione di un segnale acustico o l’interruzione della sequenza al verificarsi di una singolarità matematica- rappresentano la trasposizione testuale dell’interruzione di controllo (exception handling). In questa prospettiva, la sintassi algebrica cessa di essere descrizione passiva e si trasforma in dinamica causale.

Questo passaggio trova un’illuminante sponda teorica nel concetto di «razionalità algoritmica» elaborato dalla filosofa contemporanea Antoinette Rouvroy. Secondo Rouvroy, la governamentalità algoritmica opera prescindendo dal significato, dalla comprensione concettuale e dalla soggettività: essa agisce esclusivamente su dati grezzi, correlazioni matematiche e segnali operativi. Come osservano Rouvroy e Thomas Berns, «la gouvernementalité algorithmique ne produit aucune connaissance sur les individus, mais seulement des profils»; essa «ne vise pas à produire des sujets, mais des comportements» («Gouvernementalité algorithmique et perspectives d’émancipation. Le disparate comme condition d’individuation», in Réseaux, 177, 2013, 173/174). Menabrea inaugura questa modalità del sapere: la macchina non ‘comprende’ la natura della funzione che sta risolvendo; essa reagisce a un’immanenza di impulsi codificati. La mente umana viene sollevata dalla fatica del calcolo esecutivo per potersi concentrare sulla progettazione dell’architettura logica, e, in questa delega, si consuma il primo, fondamentale, passaggio verso la quantificazione integrale dell’esistenza.

La biopolitica dell’elasticità e l’amministrazione del vivente

La figura di Luigi Federico Menabrea non deve essere scissa nella polarità tra uno scienziato astratto e un uomo politico pragmatico; la sua opera è contrassegnata da una spietata unicità metodologica. Il matematico che formalizza il Principio del lavoro minimo per i sistemi elastici è esattamente il medesimo Statista che, in veste di Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, gestisce il rigore finanziario del Paese post-unitario imponendo la famigerata tassa sul macinato. In questo nodo storico e concettuale si palesa il passaggio dall’algoritmo algebrico alla biopolitica statale. Esiste infatti un parallelismo perfetto tra i due ambiti: sul piano fisico-matematico il Principio del lavoro minimo impone di calcolare la distribuzione delle tensioni per raggiungere l’equilibrio della struttura con il minimo sforzo; sul piano biopolitico la tassa sul macinato applica il medesimo calcolo all’estrazione di valore dai corpi e dal grano per raggiungere l’equilibrio del pareggio di bilancio statale. Nel pensiero del filosofo Byung-Chul Han, la transizione dal potere disciplinare classico al regime della trasparenza e dell’ottimizzazione digitale si fonda sulla trasformazione della vita umana in un insieme di dati da prestazione e rendimento.

Han osserva infatti che «Big Data are a powerful instrument of psychopolitics. They allow knowledge about the unconscious of the collective» (Psychopolitics: Neoliberalism and New Technologies of Power, Verso, 2017, 85). La quantificazione digitale non si limita, dunque, a registrare comportamenti manifesti: rende possibile l’estrazione di correlazioni e informazioni dalle tracce lasciate dagli individui, trasformando progressivamente la soggettività in materia prima per dispositivi di previsione, ottimizzazione e controllo. Menabrea anticipa questa dinamica con lucido cinismo industriale: la gestione dello Stato si converte in una formula di ottimizzazione delle risorse, in cui la popolazione è assimilata a una struttura soggetta a sollecitazioni e tensioni. Come nei suoi studi sull’elasticità i vettori di forza devono distribuirsi in modo da minimizzare il lavoro energetico del sistema, così nell’amministrazione pubblica il corpo sociale deve essere sottoposto a un prelievo fiscale calcolato con spietata precisione aritmetica. La tassa sul macinato – letteralmente una tassa sulla farina, sul pane, sul sostentamento biologico primario- rappresenta la traduzione algoritmica della biopolitica foucaultiana: il calcolo matematico si incarna direttamente sul corpo dei cittadini, trasformando il bisogno fisiologico di nutrirsi in un parametro di bilancio statale. Se trasferiamo questa visione nell’ambito della sociologia e della politologia dell’arte contemporanea, incrociando le riflessioni di teorici quali Hito Steyerl e Boris Groys, l’automa analitico di Babbage e Menabrea cessa di essere un mero strumento di calcolo per rivelarsi come la materializzazione dell’ideologia industriale del XIX secolo. Per Steyerl, la tecnologia e l’immagine tecnica non sono mai neutrali, ma costituiscono la cristallizzazione delle forze di produzione e dei rapporti di potere di un’epoca. La Machine Analytique celebra visivamente e strutturalmente il trionfo della borghesia positivista, della regolamentazione oraria e del capitalismo espansivo.

Come osserva Hito Steyerl, «images are also a way of creating a certain kind of social reality» (The Wretched of the Screen, Sternberg Press, 2012, 46). L’immagine tecnica non si limita dunque a rappresentare un ordine sociale, partecipa alla sua produzione e alla sua organizzazione percettiva. Analogamente, Boris Groys sostiene che l’artefatto tecnologico inserito nello spazio pubblico o nel discorso teorico agisce come una messa in scena del potere: l’automa di Menabrea è una vera e propria «opera d’arte totale» dell’era meccanica, dove l’estetica dell’ingranaggio e il ritmo delle schede perforate prefigurano la totale calcolabilità della società industriale. Nella riflessione di Groys, infatti, «the installation is the space in which the artwork is made public» (Going Public, Sternberg Press, 2010, 47): l’artefatto non è separabile dal dispositivo spaziale e istituzionale che ne determina la visibilità, la circolazione e il regime di attenzione. La politica perde ogni residuo di dialettica o di utopia per trasfigurarsi in pura ingegneria dei sistemi, un’attività di amministrazione in cui la fame, la forza lavoro e la demografia non sono che variabili all’interno di un’equazione di stato.

L’esocorteccia meccanica: l’estensione della mente e la dissoluzione del soggetto

L’aspetto maggiormente audace delle intuizioni di Menabrea risiede nella sua prefigurazione dell’esternalizzazione della memoria e dei processi cognitivi. Riconoscendo che la macchina, potendo svolgere autonomamente tutte le operazioni materiali, «risparmia il lavoro dell’intelligenza che potrà essere usata più utilmente», Menabrea pone le basi per quello che la filosofia della mente e le neuroscienze contemporanee definiscono l’ipotesi della Mente Estesa (Extended Mind), teorizzata originariamente da Andy Clark e David Chalmers. Secondo questa prospettiva, la mente umana non è confinata entro i limiti biologici della scatola cranica o della pelle, ma si estende nell’ambiente esterno integrando strumenti, supporti di memoria e dispositivi tecnologici come costituenti dei processi cognitivi. Clark e Chalmers formulano il principio in termini estremamente netti: «If, as we confront some task, a part of the world functions as a process which, were it done in the head, we would have no hesitation in recognizing as part of the cognitive process, then that part of the world is (so we claim) part of the cognitive process» («The Extended Mind», in Analysis, 58/1, 1998, 12). Gli autori precisano inoltre che «the mind extends into the world» quando gli elementi esterni svolgono una funzione equivalente a quella normalmente attribuita ai processi cognitivi interni (ibid., 12). Il «mulino» e le «colonne delle variabili» di Menabrea e Babbage non sono semplici aiuti alla memoria, sono una esocorteccia meccanica: una protesi cognitiva esterna in grado di riorganizzare la struttura stessa del pensiero.

Libera dal carico di lavoro della memoria a breve termine (working memory load) e dalla ripetizione esecutiva, la mente biologica è in grado di ritirarsi nel regno della mera progettazione metaprogrammatica. Tuttavia, questo trasferimento di sovranità cognitiva porta con sé una frattura radicale, analizzata con straordinaria lucidità dal filosofo della tecnologia Yuk Hui. Nel suo lavoro sulla ricorsività e sulla contingenza, Hui evidenzia come l’esternalizzazione dei processi logici all’interno di macchine ricorsive modifichi la natura stessa dell’esperienza umana. L’automazione del pensiero non è una semplice liberazione dell’intelletto, ma una riconfigurazione dell’umano, in cui il soggetto rischia di trovarsi espropriato della propria capacità di giudizio. Quando il calcolo si automatizza, la decisione si trasforma in un automatismo e la contingenza dell’esistenza viene progressivamente riassorbita dalla rigidità del codice. Come scrive Hui, «recursivity is not merely a technical operation but an ontological condition» (Recursivity and Contingency, Rowman & Littlefield International, 2019, 7). La ricorsività non designa, quindi, soltanto una modalità di funzionamento delle macchine, è una struttura capace di ridefinire il rapporto fra l’umano, la tecnica e la contingenza: ciò che prima richiedeva l’intervento del giudizio deve essere progressivamente incorporato in una procedura formalizzata e reiterabile.  In definitiva, la figura di Luigi Federico Menabrea si erge come un crocevia fondamentale della modernità. Nella sua opera scientifica e politica si condensa la traiettoria che conduce dal telaio meccanico all’intelligenza artificiale, dalla gestione dei sistemi elastici alla razionalizzazione finanziaria dei popoli. L’architettura dell’automa da lui descritta nel 1842 resta lo specchio in cui la civiltà contemporanea continua a riflettersi: un mondo in cui l’algoritmo non è soltanto un’invenzione per risparmiare tempo, è la forma stessa attraverso cui pensiamo, governiamo e definiamo il confine del nostro essere umani.


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