IL PENSIERO MEDITERRANEO

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LUIGI MERCANTINI: UN POETA DIMENTICATO E RICORDATO NEL TRAVAGLIO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE E DELL’ITALIA SABAUDA

Luigi Mercantini

Luigi Mercantini

di Eliano Bellanova

Luigi Mercantini è un poeta popolare del Risorgimento Italiano. Forse uno di quelli di cui non si può parlare in tempi in cui si sta rivisitando la storia per riconoscere al Mezzogiorno ciò che con la conquista del Regno di Napoli forse gli è stato tolto.

La questione è aperta. Essa si può riassumere in una domanda: “L’unità d’Italia si doveva fare o no?”. Poi si può scendere nei dettagli, uno dei quali primeggia: “Chi doveva farla?”.

Sappiamo che le opinioni sono diverse. L’annessione del Regno di Napoli all’Italia piemontese e sarda avviene in un periodo molto travagliato del Mezzogiorno.

La situazione nella Repubblica Partenopea era incerta. Tasse e balzelli potevano gareggiare con l’Italia attuale. Lo scontro fra nobili di provincia, borghesi e dignitari di corte ricordava il quadro antecedente la Rivoluzione Francese. A tale proposito è bene ricordare che la Francia prima del 1789 deteneva il 51% del PIL europeo. La Rivoluzione avviene dunque in una nazione ricca, in cui, però, la sperequazione è innegabile. È un quadro analogo a quello esistente oggi in Italia, al quale non vi è alcuno che voglia porre rimedio, sopportando un convento povero con frati ricchissimi e senza alcun senso dello Stato.

Forse i sudditi del Regno di Napoli avrebbero dovuto avere il coraggio di opporsi alle ingiustizie dei Borboni. I Borboni avevano posto particolare attenzione alle città (Napoli, Bari, Taranto, Palermo, etc.) trascurando le province, che versavano in una condizione precaria, complicata e talvolta drammatica.

Inoltre l’intellettualismo tipico del Sud creava barriere fra la classe colta e il popolo. La classe colta era in possesso di un linguaggio incomprensibile per il popolo. Il popolo, a sua volta, non disponeva dei mezzi per comprendere il linguaggio colto. Per questo il popolo si rassegna al tanto peggio-tanto meglio e diviene estraneo ai processi politici, esattamente come sta avvenendo attualmente, con una popolazione che diserta le urne e consente ai vincitori di affermare di detenere la maggioranza. Si tratta in effetti della maggioranza della minoranza, per cui con l’approvazione del 15% del totale degli elettori si governa.

Nel Regno di Napoli la rottura fra popolo della provincia e Borboni è innegabile. Coloro che si elevavano al di sopra della massa pensavano al loro benessere e si trasformavano in carrieristi intriganti e… dissoluti.

L’asserzione “troppa trippa di là, troppo poco pane di qua” – diviene un assioma accettato come destino, sicché il proverbio dialettale “Se Dio mi avesse voluto ricco, non mi avrebbe fatto poveretto” diviene una massima inopinabile.

Se le Banche del Sud erano pingui, ciò incideva poco sulla popolazione, poiché 999 persone su 1000 non avevano l’accesso al credito, per cui l’usura da parte dei “signorotti” e del patriziato locale aggravava le condizioni socio-economiche della gente.

Le tasse erano in gestione al Concessionario Generale delle Gabelle, carica alla quale si riconosceva la più alta prebenda del Regno delle Due Sicilie. Questa carica induceva talvolta sdegno in coloro a cui era assegnata. Fa testo il rifiuto di Oronzo Mattei (diplomatico del Regno di Napoli e nativo di Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi; uomo di umili origini assurto al ruolo di alto dignitario di corte) al decreto di nomina reale proprio a responsabile delle Gabelle. In calce al decreto costui rispose: “Oronzo Mattei non è mai stato venditore di maccheroni”. La risposta gli rende merito, ma non possiamo tacere che egli aspirasse a ben altri riconoscimenti a mezzo della Regina (della quale si mormorava fosse l’amante, sebbene brutto e repellente nella figura fisica, così come il fratello Vincenzo) e del Re.

Il Regno di Napoli del ‘600 e del ‘700 è dominio in gran parte dei capitali stranieri: fra questi anche quelli toscani che sono presenti nel Banco di Napoli, fiore all’occhiello degli istituti bancari europei. Non è neppure da escludere che nel Banco di Napoli si ripulisse quel denaro “sporco” che in ogni epoca è stato croce e delizia, a seconda delle vittime e dei beneficiari.

L’imposizione fiscale esosa trae dal periodo di Bartolomeo D’Aquino, potentissimo “depositario” del potere centrale e acquirente di immensi poderi nel Regno. C’è da precisare inoltre che gli Angioini dal lato fiscale non erano stati migliori dei Borboni.

Per quanto riguarda i cosiddetti “rani”, considerati una moneta virtuale, essi traggono la loro origine dall’imposizione di “cinque grana per tomolo di olive”. In dialetto grana si corrompe di “rano”, “rana” e nel plurale “rani”.

Non sempre il Governo centrale padroneggia il fisco. Nel Regno delle Due Sicilie avviene ciò che si sta preconizzando con gli Stati Uniti di Donald Trump a mezzo di Elon Musk, il potentissimo signore delle finanze mondiali. Costui è stato infatti invitato nella “corte statunitense” per compiere un atto di neutralizzazione della sua potenza economica per devolverla al bene comune, in base al consolidato asserto “promoveatur ut amoveatur”.

Il duello Stato-privati si accentuerà poi nell’epoca di Roosevelt con il “New Deal”, a mezzo del quale il capitalismo si dimostrerà decisivo nel contesto mondiale, contribuendo a creare i presupposti per la Seconda Guerra Mondiale, attraverso l’esasperata corsa agli armamenti.

Il Regno di Napoli diviene dunque il Regno dei balzelli, al punto che gli “impositori fiscali” locali possono permettersi di emanare leggi fiscali senza un preciso controllo dello Stato. Sottrarsi al fisco diviene quasi un obbligo per i poveri, che dispongono di poche e risibili risorse economico-finanziarie. Essi dichiaravano così meno tomoli di prodotto per non raggiungere la quota “cinque” e non pagare i “cinque grana”. Gli impositori fiscali in alcune zone furono denominati “i cinquerani”, trasmettendo agli eredi un soprannome che non aveva più alcun senso. Spesso gli “impositori fiscali” (che si erano assimilati alle famose “decime” richieste dalla Chiesa feudale e dai signorotti del Sacro Romano Impero) sono nobili non primogeniti, a cui i genitori assicurano una vita dignitosa a mezzo dell’introduzione nel sistema finanziario, laddove costoro rifiutassero la carriera militare o ecclesiastica.

Ne consegue che la popolazione del Regno del Sud fosse indolente e irritata nei confronti dei meridionalisti, dediti più alle parole forbite che a concetti concreti e programmi perseguibili e realizzabili.

…e il poeta Luigi Mercantini?

Il poeta risorgimentale Luigi Mercantini è un poeta puro, un grande letterato, un sentimentale. Appartiene all’Italia di mezzo, quella a cui, a causa dell’influenza della Chiesa, è difficile schierarsi.

Nasce a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno. La sua data di nascita è il 19 settembre 1821. Suoi genitori sono Domenico Mercantini, Segretario del Vescovo vicario della diocesi, e Barbara Morelli.

Napoleone è scomparso da pochi mesi a Sant’Elena. Il Conte Camillo Benso di Cavour è nato undici anni prima. Entrambi compiranno il loro tragitto terreno per lo stesso arco di tempo: circa 50 anni. Al loro tempo si è adulti prima di oggi.

Cavour sarà il tessitore dell’Unità Nazionale e uno dei più importanti artefici. Quando il Regno nasce, a lui restano pochi mesi di vita e non potrà vedere i primi passi del nuovo Stato e l’unificazione delle zone irredenti.

Luigi Mercantini finirà i suoi giorni a Palermo il 17 novembre 1872. Palermo e la sua ultima patria, una patria adottiva in cui si è recato per la sua attività di docente.

Bibliotecario a Fossombrone, passato all’insegnamento di retorica ad Arcevia, sposa di lì a poco Anna Bruni, che soccombe dopo appena otto mesi di matrimonio. Mercantini diviene triste e riflessivo, ma si riprende dal duro colpo.

È un cantore popolare del Risorgimento. Diviene celebre con il componimento “La spigolatrice di Sapri”, che, dopo l’indigestione successiva all’unità, diverrà una poesia recitata per “rinforzare” la memoria degli allievi scolastici, con tanto di docente pronto a non far superare la “manita” nel caso in cui uno studente dimenticasse un solo verso. Apprendere senza capire è stato ed è il dramma della scuola italiana.

Mercantini segue con attenzione il pontificato di Giovanni Maria Mastai Ferretti, eletto con il nome di Pio IX nel 1846.

Nel 1849 aderisce alla Repubblica Romana di Mazzini, Armellini e Saffi. Come tutti i poeti, sogna l’Italia Unita. Prende parte alla difesa di Ancona, posta sotto assedio dalle truppe imperiali austriache.

La città cede all’assedio delle soverchianti forze nemiche e a lui si aprono le porte dell’esilio. Zante e Corfù costituiscono il suo domicilio coatto. Qui incontra Daniele Manin, Niccolò Tommaseo e Gabriele Pepe. Sono esuli e sognatori anch’essi.

Nel 1852 può fare ritorno in Italia, in quell’Italia che è ancora, come sosteneva Clement Metternich, “un’espressione geografica”.

Raggiunge Torino e partecipa dei patrioti piemontesi. Nel 1854 riceve l’incarico di docente di letteratura italiana al Collegio Femminile delle Peschiere.

Incontra in questa città il nuovo amore, nella persona della ventenne Giuseppa De Filippi, appassionata di musica classica e pianista. Cinque figli allieteranno il matrimonio: Adele, Corinna, Mario, Costanza e Guido.

Appassionato giornalista e scrittore, nel 1856 dirige la rivista periodica “La Donna”, un primo esempio di giornale al femminile, a cui partecipano Francesco dell’Ongaro e Niccolò Tommaseo.

Un incontro sensazionale risale a questa epoca. Nel 1858 conosce Giuseppe Garibaldi, il controverso Re dei due Mondi, che in effetti aveva conosciuto parte dell’Europa e parte dell’America del Sud.

Giuseppe Garibaldi è approssimativo conoscitore della lingua italiana, stenta a parlare lo spagnolo, biascica il francese e dice alcune sconnesse parole in inglese. È però uno sperimentato uomo di mare. Partito da mozzo di bordo, diverrà Capitano di Lungo Corso, per meriti speciali e politico-militari.

Garibaldi è uno straordinario ammiratore di sé stesso. Invita Mercantini a glorificarlo. È così che nasce la “Canzone Italiana”, successivamente accompagnata dalla musica di Alessio Olivieri. Passerà alla storia come “Inno di Garibaldi”.

I suoi primi versi hanno un senso apocalittico e “invitante”. Eccoli:

“Si scopron le tombe, si levano i morti,

i martiri nostri son tutti risorti”.

Mercantini scrive un altro inno patriottico: “Patrioti all’Alpe Andiamo”. Come consuetudine del tempo, anche questa poesia gode di note musicali di cui si incarica Giovanni Zampettini.

Il 1860 è l’anno dei Mille, della controversa spedizione garibaldina contro il Regno di Napoli, retto da un monarca discusso e forse troppo debole o forse troppo tradito: Francesco II.

Per Mercantini la via è un’altra. Ad Ancona, nelle Marche, dà vita al giornale “Corriere delle Marche”, che diverrà poi il “Corriere Adriatico”.

Ordinato docente di storia ed estetica all’Accademia delle Belle Arti di Bologna, corona il sogno di un insegnamento più consono alla sua formazione e tendenza.

Nel 1861 nasce il Regno d’Italia, in seguito alla caduta del Regno borbonico. L’Esercito regio affronta di lì a poco la ribellione dei “Briganti”, che gli costerà più vittime di tutte le campagne risorgimentali.

Il 3 febbraio dello stesso anno Mercantini è eletto alla Camera dei Deputati del Regno d’Italia per il collegio di Fabriano in provincia di Ancona. Ottiene 157 voti su 195 elettori. L’elezione è però dichiarata nulla.

Luigi Mercantini aderisce alla “Loggia Massonica” della città di Bologna “Galvani”, il cui fondatore e Venerabile è Lorenzo Salvi (Direttore dal 1865 della Banca Popolare di Credito). Ne fanno parte Quirico Filopanti (oratore) e Augusto Aglebert (Segretario). La data di nascita della Loggia è il 1863 e il poeta aderisce subito dopo.

Il suo percorso accademico si chiude al Sud, in Sicilia. Riceve la nomina di docente di Letteratura Italiana all’Università di Palermo.

Siamo nel 1865. Nello stesso anno è fondatore del giornale “La Luce”.

Il 17 novembre 1872 cessa il suo percorso vitale e la sua salma è ospitata nel Cimitero di Santa Maria di Gesù. In questo stesso anno a Pisa scompare la figura più appassionante del Risorgimento, Giuseppe Mazzini, che muore fra le braccia della sua amante Giannetta Nathan Rosselli.

Giuseppe Garibaldi, invece, ormai ospite di Caprera, passerà all’altro mondo circa dieci anni dopo, nel 1882. Alla sua morte tante vie e piazze saranno intitolate a lui, come ad uno dei maggiori artefici dell’unità. Il poeta che lo ha glorificato avrà intitolate meno vie e piazze, perché la cultura ha sempre soggiornato a un gradino inferiore dell’azione.

Luigi Mercantini, questo appassionato patriota, lega il suo nome alla “Spigolatrice di Sapri”:

“Eran trecento, eran giovani e forti,

e sono morti!”

Essa è ispirata dal fallimento della spedizione di Sapri capeggiata da Carlo Pisacane: una pagina dolorosa del Risorgimento, che rievoca le Termopili e Leonida e altre successive dolorose tragedie, come Curtatone e Montanara.

Le città in cui ha dimorato ricordano Mercantini con busti, iscrizioni e statue, sicché la sua pagina di poeta e letterato è in parte ancora da capire e scoprire.

Mercantini, divenuto siciliano di adozione, rimane patriota risorgimentale. Dei grovigli inestricabili del Regno di Napoli si interessa marginalmente. È un’anima pura, un uomo sentimentale, una persona che ha creduto nei principi e nelle idee, un religioso non bigotto, in contraddizione con il suo “credo massonico”.

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