IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

“L’uomo di legno”, un racconto di Vincenzo Fiaschitello

Vincenzo Fiaschitello

Vincenzo Fiaschitello

-Rosa, Carmela, siete pronte? Dove sono i bouquets dei fiori? Quel velo, piegatelo verso destra. E tu Rosa, figliola mia, sorridi un po’, non siamo a un funerale!-

Correvano da una stanza all’altra, cugine zie amiche; tutte si erano date un compito ben preciso, ma nessuna vi si atteneva e finivano col sovrapporsi, col rimproverarsi vicendevolmente.

Alla fine, un po’ in ritardo, si mossero e uscirono dall’appartamento, scendendo l’ampia scalinata del palazzo.

Giunte in strada, ricevettero gli applausi dei vicini di casa, si sentirono le grida augurali di chi, rimasto al balcone o alla finestra, chiamava a gran voce i nomi delle spose.

Gennaro Fusco, benestante di via Sant’Agostino alla Zecca di Napoli, portava all’altare le due figliole più grandi, dandole in spose ai due figli di un suo carissimo amico.

Ora restavano da sistemare le altre due figliole minori: Annuccia e Assuntina.

Le cose, però, in casa Fusco, dopo il felice matrimonio delle sorelle più grandi, non andarono secondo quanto aveva sperato don Gennaro. In poco tempo due o tre affari finiti male costrinsero i Fusco a lasciare il palazzo signorile dove abitavano e a trasferirsi in una modesta casa di periferia. La malattia della moglie e la brutta piega che prese la vita di Annuccia, prostrarono il povero don Gennaro.

Annuccia fu sedotta da un giovane militare, il quale, trasferito in una città del nord, non fece più sapere nulla di sé, dimenticando la promessa di matrimonio.

Varie storie sentimentali negative portarono Annuccia in una “casa chiusa”.

Qui conobbe Ciro, un contrabbandiere di sigarette, che divenne un suo assiduo compagno. A lui raccontava quei pochi momenti di umana simpatia che si creavano tra le donne nelle pause del lavoro: scherzi, barzellette.

La battuta che aveva fatto ridere di più le ragazze era stata quella di una di loro, non più tanto giovane: “Quando morirò finalmente potrò riposare con le gambe unite!”

Lo smercio clandestino delle sigarette aumentò, i guadagni si fecero più consistenti e Ciro decise di prendere con sé Annuccia.

Allo scoppio della guerra, Ciro, costretto ad arruolarsi, partì per il fronte orientale.

Nei primi tempi Annuccia ricevette qualche lettera, poi più nulla.

Assuntina, la sorella minore, aveva fatto la scelta di entrare in convento, come suora carmelitana. Lì, Annuccia andava spesso a trovarla!

Finita la guerra, Annuccia decise di ricercare Ciro, che non aveva dato più sue notizie, affrontando un lungo viaggio verso la lontana Russia.

Spesso, seduta su un carro carico di granoturco o di fieno, tirato da due robusti cavalli, ammirava con commozione le ampie distese di campi di girasoli. Le fattorie si susseguivano sempre uguali, ma senza esito. A ogni fattoria si fermava dietro la palizzata: attorno alla casa giocavano bambini e animali. A volte si affacciava da una finestra una donna. Annuccia a gesti diceva qualcosa, ma quella non capiva.

L’estate era già passata da un pezzo e l’autunno avanzava velocemente.

Una mattina gli alberi sembravano incatenati dal gelo. A un tratto, superato un boschetto di larici, si spalancò una fila di casette di legno tutte uguali che si tenevano quasi per mano. Si fermò fiduciosa alla prima, chiamò ma non ebbe risposta. Si sentì solo l’abbaiare di un cane legato alla catena. Avanzò di una ventina di passi e provò a scampanellare alla seconda casetta. Qui apparve una vecchietta sorridente, che non avendo ricevuta dall’estranea una risposta comprensibile, capì che si trattava di una straniera. Uscì da dietro la casetta una giovane donna che, con straordinario intuito femminile, disse: -Tu italiana? Sì, tanti italiani…italiani!- E con la mano indicò una di quelle casette.

Annuccia fu presa da una grande emozione.

Quando arrivò alla casetta, trovò un uomo che spaccava la legna, imprecando in italiano. Si accorse subito che non era Ciro.

Quell’uomo la fece entrare in casa: -Viene dall’Italia e vuole avere notizie del suo uomo -disse alla donna russa con cui viveva. Poi continuò: -Qui ci sono alcuni italiani che come me hanno trovato una famiglia, ma nessuno risponde al nome di Ciro. So di un italiano che vive ricoverato in un istituto di un paese vicino. Può provare a cercarlo là!-

L’informazione si rivelò esatta.

A Annuccia tremavano le gambe, salendo le scale dell’istituto. Percorse lunghi corridoi dalle finestre strette che lasciavano passare una scarsa luce. Finalmente giunse alla stanza che le avevano indicato.

Seduto su una vecchia poltrona, vicino a un letto, stava un uomo in una posizione alquanto strana, con una coperta fino al collo.

La riconobbe subito: -Tu, qui? Come hai fatto a trovarmi?-

Gli occhi si inumidirono di lacrime. Lei lo riconobbe dalla voce e si precipitò ad abbracciarlo. Ma Ciro non rispose all’abbraccio. Non poteva, non aveva le braccia.

Alzando la coperta, lei si accorse con orrore che gli mancavano pure le gambe. Era solo una testa e un torso d’uomo.

Piansero a lungo insieme, mentre Ciro raccontava della granata che gli era scoppiata a pochi passi e del lungo tempo trascorso su un letto d’ospedale tra la vita e la morte.

A un tratto Annuccia si calmò, si rassettò la veste, lo abbracciò e gli disse:- Ti porto via con me!-

Conosciuta la storia, le autorità locali le dettero, dopo alcuni giorni, il permesso di partire con il suo uomo, o meglio con quel che restava del suo uomo.

La via del ritorno fu durissima. Lei con in braccio il “suo bambino” gesticolava per farsi capire, lungo le interminabili strade nelle immense distanze. Su carri, su vecchi autocarri, su chiatte lungo i corsi d’acqua, su vecchi e lenti treni merci, che si fermavano anche nelle più piccole stazioni, riuscirono ad attraversare tre frontiere.

A ognuna, i controlli erano lunghi e severi. Molta gente veniva fermata. Quando toccava a loro mostrare i documenti, i militari con il mitra al collo avevano un senso di ribrezzo e di pietà alla vista di quella larva d’uomo. Facevano una smorfia e subito li sollecitavano a passare.

Mangiavano quel poco che trovavano. Di solito pane nero, qualche frutto. Una volta riuscirono ad avere anche un pezzo di carne salata e delle patate bollite.

Quando giunsero al confine italiano, si rallegrarono: finalmente gente che parlava la loro lingua. Ma la strada per Napoli era ancora lunga e difficile.

Sul treno verso il sud si imbatterono in un napoletano, allegro e chiacchierone, che diede loro un grande aiuto. Suonava la fisarmonica e cantava canzoni napoletane, riscuotendo applausi tra i viaggiatori.

Furono necessari diversi giorni prima che potessero arrivare alla meta.

Era l’alba quando scesero dal treno. Napoli e il suo mare si svegliavano in una vertigine di luce, una vertigine che penetrava nei loro cuori. Una paura si impadroniva di lei che, in quei mesi trascorsi in viaggio, aveva tenuta lontano. Ora, stranamente, giunta nella sua terra, aveva angosciosi presentimenti, il pensiero di non farcela.

A un tratto il suono della campana di una chiesa la rincuorò. Pensò subito al convento dove c’era la sorella per chiedere consiglio e i primi aiuti. Man mano che si avvicinava al convento con il suo fardello, l’ansia che fino a quel momento l’aveva oppressa fino a toglierle quasi il respiro, cominciò a evaporare.

Per i primi tempi, Ciro trovò ospitalità nel vicino monastero dei frati cappuccini, i quali lo accolsero con cristiana pietà e premura. Lo assistettero e non gli fecero mancare nulla.

Annuccia non si scoraggiava a bussare alle porte di coloro che potevano aiutarla. Cercava chi potesse in qualche modo fornirle una protesi per le braccia e le gambe del suo uomo. Ma quando apprese l’enorme cifra di denaro necessaria, si arrese.

Un giorno un’amica le disse: “Perché non provi ad andare in via di San Gregorio Armeno, proprio vicino al campanile della chiesa, chiedi di don Gaetano: è un puparo molto bravo”.

Annuccia seguì il consiglio dell’amica e espose il caso a don Gaetano:- Domani portatemi il vostro Ciro e vedrò quel che si può fare-

Don Gaetano si rese conto della difficile situazione, ma volle provare. In poco tempo preparò un dispositivo di sua invenzione, composto da una sorta di giacca per le braccia e un pantaloncino, entrambi di cuoio, ai quali si avvitavano rispettivamente braccia e gambe di legno. In questo modo il corpo era completo e Ciro poteva indossare camicia giacca e pantaloni, nascondendo le sue menomazioni.

-Annuccia, non devi per ora pagare niente. Devi fare una domanda di rimborso all’ufficio dell’assistenza comunale e quando riscuoterai la somma potrai pagarmi-

Annuccia e Ciro, il giorno seguente si disposero a fare la fila presso l’ufficio di assistenza, ma non riuscirono nemmeno a entrare. Una fila impressionante di malati, giovani vecchi ciechi paralitici, accompagnati da parenti o da soli, stavano dinanzi al portone di ingresso, aspettando il momento dell’apertura.

La stessa cosa si ripeté per alcuni giorni, finché un mattino d’inverno al buio e al freddo, Ciro e Annuccia guadagnarono una buona posizione e, quando scattò l’ora di apertura, riuscirono finalmente a entrare.

Annuccia con un braccio tirava lungo il corridoio una grande valigia di cartone dove c’era il dispositivo di don Gaetano e con l’altro spingeva una carrozzina su cui era adagiato Ciro, protetto da una coperta.

Dinanzi agli sportelli, nonostante la presenza di due guardie, erano spintoni e urla. Ciascuno voleva precedere l’altro:

“ A me mi manca un occhio!”

“E a me mi manca un braccio!”

“Eppure a me!

“A me, una gamba e una mano!”

“E a vui che vi manca?”

“Oh, Santa Madonna del Carmine!” Così esclamò quel poveretto, quando Annuccia, sollevata la coperta, gli mostrò solo un busto umano e nient’altro.

“- E ora col vostro permesso, noi facciamo la pausa per il pranzo. Pasquale, portami gli spaghetti, quel po’ di pizza avanzata stamattina e la bottiglia di vino”-

L’impiegato chiuse lo sportello in faccia agli astanti. Costoro gridarono in coro:

“Noi il permesso non ve lo diamo!”

Ma quello ebbe pure la faccia tosta di riaffacciarsi allo sportello e dire:

“E io me lo prendo lo stesso…avete capito?”  E richiuse, sbattendo lo sportello!

Alla riapertura, dopo la pausa, Annuccia e Ciro presentarono la domanda e fecero esaminare il dispositivo di don Gennaro.

-“Vi arriverà una lettera a casa. Potete andare!”

Passarono tre lunghi mesi, finché un giorno un messo comunale portò una lettera ad Annuccia.

C’era scritto, tra l’altro: “Siamo spiacenti di comunicarVi che non si può concedere alcun rimborso, perché la protesi non è affidabile”.

– “E’ meglio così, disse Ciro, non avrei potuto sopportare a lungo a vivere come un burattino di legno. Sono ancora un uomo!”


Rivista online Il Pensiero Mediterraneo - Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Genova - Lecce - Marsala - Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. |Newspheredi AF themes.