L’uovo, la gallina e la mia terra: una scelta di campo
di Antonio Pistillo
C’è una domanda che mi porto dietro da tempo, e non ha nulla a che fare con la biologia, ma con l’anima dei luoghi che vivo, attraverso e racconto. “È nato prima l’uovo o la gallina?”. Per noi, figli di un Mediterraneo fatto di polvere, luce e attese, questa non è una battuta da bar: è la metafora perfetta del bivio in cui si trovano oggi i nostri territori.
Ogni volta che vedo un borgo antico accendersi all’improvviso per un festival di tre giorni, per poi ripiombare nel silenzio più cupo il lunedì mattina, non posso fare a meno di pensare che stiamo commettendo un errore di prospettiva. Stiamo celebrando l’uovo, dimenticandoci della gallina.
Il miraggio dell’immediato
L’uovo è la tentazione del “tutto e subito”. È l’evento che porta il grande flusso, il post virale, la stagione turistica fortunata che gonfia i numeri ma non i cuori. Non fraintendetemi: l’uovo serve. Senza visibilità, senza quel guizzo di vitalità, un territorio rischia di apparire fermo, invisibile, quasi rassegnato.
Ma il rischio è sotto i nostri occhi: vivere di soli episodi significa vivere di consumo, non di rigenerazione. Se inseguiamo solo l’uovo, trasformiamo le nostre radici in una scenografia: bella, fotografata, ma tragicamente vuota.
La bellezza faticosa di chi resta
Poi c’è la gallina. Ed è qui che la mia riflessione si fa personale, quasi carnale. La gallina per me ha il volto di chi resta e di chi torna. È il lavoro quotidiano dell’artigiano, la resistenza del contadino, la visione di chi apre un’attività culturale sapendo che non avrà un applauso immediato.
La gallina è la visione. È il progetto che non cerca il consenso rapido ma la durata. Nel Mediterraneo la cura è un gesto sacro: è la responsabilità verso chi verrà dopo di noi. È la capacità di trasformare una risorsa in un sistema, un incontro in memoria. È la comunità che decide di non vendersi, ma di raccontarsi.
Una nuova gerarchia del cuore
Spesso ci sentiamo dire che la scelta è obbligata: “O l’uovo oggi o la gallina domani”. Io credo che questa sia una contrapposizione falsa, figlia di una cultura che ha perso il senso del tempo. Un territorio maturo sa che le due cose devono coesistere: senza gallina non ci saranno uova, ma senza uova la gallina non avrà di che nutrirsi.
Eppure, se sono chiamato a decidere da dove far partire il cambiamento, la mia risposta è netta: la priorità è la gallina.
Perché solo un territorio che investe sulla propria struttura profonda — sui saperi, sulle relazioni, sul paesaggio — può accogliere il mondo senza smarrire se stesso. Può offrire “uova” straordinarie proprio perché figlie di una creatura sana, rispettata e amata.
Generare futuro
Il futuro non si improvvisa. Si prepara con la stessa pazienza con cui si attende che il pane lieviti o che l’olio decanti. Raccontare un territorio, oggi, per me significa fare una promessa: non consumarne il presente per un briciolo di visibilità, ma generare il domani.
L’uovo è importante, sì. Ma è la gallina che custodisce il senso di ciò che saremo.