Lusso e politica
di Paolo Protopapa
Arnaldo Miccoli, da cui ho preso lo spunto con le sue ‘Arpie’, è pittore di vaglia e coglie d’intuito molte verità. Questo quadro fu commentato a Milano nel 1988 da Bruno Munari. Io ne ho estratto il valore paradigmatico della cupidigia e della diffusa passione del lusso, ormai da tempo vizio sociale diffuso e concrezione dis-etica (neologismo mio) dell’esistenza ‘benestante’. Non si può – e non si deve – tornare ad una (ormai) bizzarra etica della frugalità. Eccessiva e improponibile nell’età degli egoismi normalizzati dalla prassi tecnologica. E, tuttavia, ci sarà pure, tra eccessi e eccedenze, un ‘kata metron’.
Vale a dire una misura traducibile in uguaglianza democratica frutto di lotta per la giustizia sociale. Solo che il rapporto tra lusso, inteso come eccedenza, e ideale egualitario democratico (e non banalmente giuridico-tecnico puramente procedurale), menoma le e la democrazia. Ne inficia il fondamento peculiare della socialità come mutualità del riconoscimento essenziale tra simili in quanto uguali e uguali in quanto simili.
Siamo, come è evidente, oltre l’ “omologìa” greca, estranea alla redenzione sostantiva della democrazia sociale dei moderni. Qui, infatti, ci inoltriamo, invece, nei valori distributivi e re-distributivi dello ‘Stato sociale’.
Ora, si può pensare che l’ “estetica diffusa” (G. Dorfles) costituisca una sorta di lusso democraticio a misura umana e non necessariamente elitario? E che esso sia, pertanto, compatibile con il processo democratico della pratica di bisogni più evoluti e qualitativamente alti?
Certo. A patto, ovviamente, di vivere la e le classi come realismo sociale della politica o, che è la medesima cosa, di vivere organizzativamente il realismo politico della società. Solo così il riscatto individuale privato esce dall’ideologia moralistica dell’astrattezza e diventa, invece, azione sociale concreta di emancipazione egualitaria collettiva.