IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Ma chi la vuole la parità di genere? L’ironia prima di tutto

Ma chi la vuole la parità di genere? L’ironia prima di tutto

Di Simona Mazza

«A femmina ha stari a casa», diceva mia nonna come un mantra, mentre io la contestavo con tutto l’ardore della mia adolescenza ribelle.
E se avesse avuto ragione?
Mentre rifletto su questo dubbio amletico, una sola risposta, ovviamente ironica, balena nella mia mente: «Io non voglio la parità di genere!»

Una frase in dialetto e una collocazione generazionale. Riflessioni sulla parità di genere

Donne di ieri e donne di oggi

Mia nonna Teresa, la “capostipite”, nota anche come Highlander (è morta alla veneranda età di 102 anni), era una matriarca nel senso più letterale del termine. Una donna che aveva retto, governato e ordinato l’esistenza di tre generazioni, imponendo una disciplina quotidiana che nessuno metteva in discussione. Tutte le decisioni passavano da lei, i tempi erano i suoi, le regole idem. In casa e nei campi, l’ultima parola era sempre la sua, e lo era senza bisogno di alzare la voce.

Affettuosa a modo suo, senza smancerie né gesti dichiarativi, riusciva a tenere insieme l’autorità e quella forma di accoglienza che appartiene da sempre al mondo femminile. Si alzava alle quattro del mattino e, senza sofismi, organizzava la vita dei campi: li amministrava, li faceva fruttare e, con la stessa tenacia, teneva in piedi una famiglia numerosa, preparava pranzi luculliani, badava ai nipoti, distribuiva incarichi e responsabilità. Tutti vivevano secondo il suo ritmo, stavano a bacchetta senza percepirlo come imposizione, ma come ordine naturale delle cose.

Eppure, nonostante questa autorità piena e indiscussa, era proprio lei a ripetere, come un ritornello, che «a femmina ha stari a casa».

Lo diceva senza intento pedagogico e senza bisogno di consenso, come si enunciano le cose che, in un determinato contesto storico, appaiono evidenti. Io, nata nel 1971, reagivo con l’automatismo ideologico di chi è cresciuta respirando l’aria del femminismo come orizzonte culturale dato. A quel punto replicavo con una ribellione che allora mi sembrava naturale: non avrei mai accettato un simile destino, sarei stata libera, autonoma, economicamente indipendente e, se proprio qualcuno avesse dovuto essere mantenuto, quello sarebbe stato mio marito. Oggi posso dirlo senza indulgenza verso me stessa: ho toppato alla grande.

La profezia realizzata e il prezzo dell’esposizione continua

Col tempo, quella frase ha smesso di sembrarmi un residuo arcaico e ha cominciato a mostrarsi per ciò che era: una diagnosi impietosa. La profezia, del resto, si è avverata con una puntualità quasi clinica. Lavoro senza tregua, con la sensazione persistente che la pensione — anche grazie alle donne che oggi ci rappresentano a livello istituzionale — appartenga più al repertorio del mito che a quello della progettazione razionale, e mi sorprendo a pensare che quella santa matriarca avesse colto un nesso che la mia generazione ha reciso con entusiasmo.

Non perché volesse davvero confinare le “femmine” tra le mura domestiche, ma perché intuiva il costo dell’uscita permanente: una mobilitazione continua, un’identità costruita sull’esposizione, sull’obbligo di esserci sempre, di dimostrare qualcosa. Aveva ragione? Vale almeno la pena guardare i fatti.

Una necessità storica che diventa norma

Le rivendicazioni femminili sono state storicamente necessarie, e negarlo equivarrebbe a cancellare secoli di esclusione giuridica e simbolica. L’accesso all’istruzione, al voto, alla proprietà, al lavoro retribuito e all’autodeterminazione del corpo ha rappresentato una frattura indispensabile in un ordine che relegava le donne a una minorità strutturale. In quella fase, il femminismo ha svolto una funzione autenticamente liberatoria, perché ha aperto spazi che erano chiusi per principio.

Come spesso accade nei processi storici, però, ciò che nasce come rottura tende col tempo a stabilizzarsi. Ed è proprio in questo passaggio che la spinta liberatoria ha iniziato a irrigidirsi, trasformandosi prima in modello e poi in criterio normativo.

Quando l’accesso diventa imitazione

A partire da quel momento, il percorso di autonomia femminile ha cominciato a coincidere sempre più con l’adesione a un paradigma unico, fondato sulla produttività, sulla prestazione e sulla competitività, cioè su categorie storicamente elaborate all’interno di un universo maschile. Essere riconosciute come libere ha finito così per significare dimostrare di saper reggere gli stessi ritmi, le stesse logiche, la stessa durezza di un mondo che, nel frattempo, non veniva realmente messo in discussione.

È qui che si consuma l’equivoco centrale. Mentre si parlava — e si parla ancora — di parità, ciò che si perde non è un privilegio, ma una differenza strutturale, che non coincide con la disuguaglianza, bensì con una diversa articolazione del reale, capace di produrre altri modi di stare, di decidere, di esercitare potere.

Il simbolo dei pantaloni e il suo fraintendimento

Negli anni Ottanta, questo processo si è condensato in un gesto simbolico tanto semplice quanto carico di significato: volere i pantaloni. In quel momento storico, il gesto indicava l’accesso, la legittimazione, il riconoscimento, l’attraversamento di un confine a lungo presidiato. Col tempo, tuttavia, ne è emersa anche l’ambiguità, perché il rischio implicito era quello di ridurre il cambiamento a una sostituzione simbolica, assumendo il modello dominante senza modificarne la struttura profonda.

Così, insieme alle possibilità acquisite, sono state ereditate anche rigidità, ossessioni prestazionali e derive proprie di un paradigma già affaticato, con il risultato che il cammino verso l’autonomia, invece di aprire spazi nuovi, ha talvolta prodotto un impoverimento simbolico.

Dal femminismo al patriarcato: una parola che assorbe tutto

In questo slittamento progressivo — dalla rivendicazione dei diritti alla loro normalizzazione, e poi all’imitazione del modello dominante — entra in scena una parola che oggi sembra spiegare tutto: patriarcato. Se ne parla ovunque, spesso come se fosse una realtà unica, compatta, immediatamente riconoscibile, capace di rendere conto di ogni asimmetria, di ogni conflitto, di ogni disagio. Proprio questa onnipresenza ne segnala l’ambiguità.

Il patriarcato, più che una struttura analizzata, è diventato una categoria riassuntiva, una parola-valigia dentro cui confluiscono fenomeni storici, sociali e simbolici molto diversi tra loro. Il passaggio è rivelatore: da una rivendicazione con obiettivi concreti e circoscritti si è giunti a una narrazione totalizzante del potere, in cui tutto ciò che precede o resiste viene ricondotto a un’unica etichetta, più per semplificare che per comprendere davvero.

È qui che il discorso si fa fragile. Quando una parola spiega tutto, smette di spiegare qualcosa. Finisce anche per oscurare quelle forme di autorità non evidenti, non esibite, non riconducibili al dominio diretto, che hanno attraversato a lungo le società tradizionali.

In molti contesti mediterranei — e in particolare in quello siciliano — il potere non coincideva automaticamente con la visibilità pubblica né con la titolarità formale. Sembrava che comandassero gli uomini, ma erano spesso le donne (nonna Teresa ne è stato un esempio) a regolare tempi, risorse, alleanze e continuità, esercitando una sovranità indiretta, relazionale, difficilmente traducibile nelle categorie contemporanee. Chiamare tutto questo patriarcato significa, allora, non tanto denunciarlo quanto appiattirlo, cancellando proprio quelle differenze che il discorso femminista, almeno nelle sue origini, voleva portare alla luce.

Quando l’autorità si fa spettacolo

Nel presente, lo scenario è mutato. L’autorità passa attraverso l’esposizione permanente, la polemica continua, l’aggressività verbale elevata a cifra identitaria. Figure mediatiche femminili, al di là delle singole posizioni, incarnano un modello di potere che replica le stesse modalità simboliche del dominio maschile, fondate sulla centralità della scena e sul conflitto costante. In questo contesto, l’assertività non diventa alternativa, ma ripetizione, e ciò che potrebbe essere differenza viene sacrificato sull’altare della visibilità.

Una conclusione senza proclami

Arrivo così, senza militanza e senza rancore, a una constatazione che ha la forma di una confessione. Io voglio un uomo che mi porti a cena, che paghi il conto, che apra la portiera. Non per sottomissione, ma per galanteria, per quella differenza che rende le relazioni meno rigide e meno ideologiche. Dirlo oggi appare quasi parodico, ed è proprio questo il punto.

Forse, nella corsa a diventare tutto, abbiamo dimenticato cosa fosse davvero nostro. E mentre lo penso, mi torna in mente la voce di nonna Teresa e il suo motto non argomentato, non giustificativo, non rivendicativo: «a femmina ha stari a casa». Non come un ordine, né come una minaccia. Piuttosto come una constatazione asciutta, pronunciata da chi il mondo lo aveva visto funzionare da vicino. E, forse, aveva già intuito il conto che sarebbe arrivato dopo.

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