IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Margherita la Pazza — L’inferno secondo Bruegel

Margherita la Pazza — L’inferno secondo Bruegel

Di Simona Mazza

Tra le fiamme della Dulle Griet, Pieter Bruegel il Vecchio ritrae una donna, Margerita, e un mondo che bruciano insieme e, a ben vedere, nella “pazza” fiamminga il Cinquecento sembra riconoscere un’ombra della propria inquietudine. La follia, considerata per secoli un inciampo o una deviazione, diventa qui la condizione che espone la fragilità dell’uomo, quasi un contro-canto alla sua presunta razionalità

Il volto della dismisura: Margerita la Pazza

“Dulle Griet” Pieter Bruegel il Vecchio

Quando Bruegel dipinge la Dulle Griet, l’Europa del Nord vive una stagione convulsa in cui guerre di religione, pestilenze e fanatismi corrodono il tessuto morale. Non è soltanto un clima di tensione, perché a tutto questo si aggiunge l’impressione, diffusissima, che l’ordine del mondo non riesca più a reggersi. Inoltre, la brama di ricchezza — spesso dissimulata sotto forme di fervore spirituale — introduce nel clima del tempo un ulteriore elemento di sospetto che Bruegel coglie con particolare finezza. Tutto ciò contribuisce a un disordine che, ai suoi occhi, non appare come un semplice fenomeno politico, bensì come una frattura dell’essere, il segno di un uomo che tenta di oltrepassare se stesso senza più sapere su cosa poggia.

Per comprendere la figura di Margherita, allora, conviene tornare alla leggenda popolare. Il racconto fiammingo parla di una donna furiosa che aveva osato entrare all’inferno per derubare i demoni. Il popolo rideva, è vero, ma quella risata, se osservata con attenzione, aveva il sapore della difesa più che dello scherno, quasi un modo per tenere lontano ciò che sfugge al controllo, soprattutto quando ha volto femminile. Dietro la caricatura sopravviveva un’antica paura, quella che riguarda ciò che non riconosce limiti. Bruegel, artista mai moralista ma profondamente morale, intuisce che quella furia custodisce molto di più e vi riconosce la hybris, la stessa che nei miti, Ulisse in testa, spinge a oltrepassare la soglia che gli dèi hanno stabilito.

Quando si osserva la tavola del 1563, ci si accorge subito che la pazza non ha più nulla della figura grottesca della tradizione. È una donna massiccia, sola, che avanza tra rovine fumanti come se l’incendio fosse esterno e interno allo stesso tempo. Non si difende, anzi contrattacca, quasi fosse persuasa che la verità richieda di essere toccata anche quando brucia. Bruegel la guarda senza sarcasmo e nel suo gesto riconosce un tratto universale, il bisogno umano di cercare salvezza proprio nei luoghi in cui spesso ci si consuma.

L’eco di un mondo in fiamme

A questo punto, il mondo attorno a lei appare sul punto di disfarsi. Case che ardono, torri che cedono, creature deformi che divorano corpi: tutto suggerisce un universo in bilico, un ordine che non riesce più a sostenersi. Persino gli utensili quotidiani — chiavi, pentole, forzieri — sembrano perdere docilità e trasformarsi in strumenti ostili. Non ci troviamo di fronte a un inferno teologico, bensì a una creazione che non risponde più alla forma che la conteneva, quasi stanca della propria obbedienza.

E infatti ogni elemento vibra della stessa febbre. I forzieri che Margherita trascina non custodiscono ricchezze, ma ossessioni. La spada protegge appena e ferisce con facilità. L’elmo pesa come un pensiero fisso che non si riesce a scacciare. L’ordine non soltanto si dissolve, ma si deforma, e il cielo, denso di fumo, invece di rischiarare sembra gravare sulle rovine come una cupola opaca.

Eppure il fuoco, osservato nel suo bagliore, non è soltanto distruzione. Bruegel lascia intuire che la follia non punisce, bensì rivela. È nello scarto fra desiderio e forza che l’uomo scopre la propria fragilità, e il paesaggio che brucia finisce per assomigliare a una superficie mentale, poiché ciò che accade fuori risuona con ciò che accade dentro.

Il paesaggio come mente

Ciò che inizialmente sembra un paesaggio reale rivela presto una natura più visionaria, fatta di torri che si piegano come membra affaticate, ponti che si interrompono, mura che perdono ossatura come se dovessero cedere da un momento all’altro. Bruegel costruisce una geografia del turbamento, una mappa della mente nel momento in cui smarrisce il proprio orientamento e si trova costretta a confrontarsi con sé stessa.

Nella cultura fiamminga la casa rappresentava l’immagine dell’ordine morale, ma in quest’opera quell’ordine è ormai svanito. Gli oggetti sfuggono alla loro funzione, quasi animati da un impulso contrario, una ribellione della techné che annuncia la corruptio formae, vale a dire la frattura della forma che non riesce più a contenere la materia.

Il paesaggio, di conseguenza, non si limita a fare da sfondo, ma agisce come rivelazione. È la confessione di una psiche incendiata che non sa più sottrarsi al proprio disordine, e ciò che brucia fuori da Margherita coincide con ciò che arde dentro di lei.

La follia come specchio

In un mondo che non offre punti stabili, Margherita smette di essere soltanto una donna e diventa un principio, un’interrogazione aperta. La sua follia riflette quella della sua epoca e, con un’eco scomoda, anche quella di ogni epoca. Bruegel sembra intuire che il delirio non nasce dal singolo individuo, ma prende forma nelle società che confondono la forza con la conoscenza e il possesso con la libertà. Sul volto della donna si addensano inquietudini che non appartengono solo a lei e che, anzi, sembrano provenire dal mondo che la circonda. Le mani che stringono i forzieri trattengono illusioni più che oggetti, e dietro di esse vibra la vanitas di ciò che vorrebbe essere eterno senza poterlo essere.

Guardarla non produce distanza e sorprende per una strana familiarità. La “pazza” non è un’altra figura, ma ciò che non vorremmo ammettere di noi stessi. Bruegel non ammonisce e non consola, e proprio per questo espone ciò che solitamente si preferisce ignorare. Chi osserva, se non arretra, finisce inevitabilmente per incontrarsi.

Il fuoco e la conoscenza

Nel cuore del dipinto affiora un pensiero che richiama la tradizione alchemica. Il fuoco, che dovrebbe purificare secondo quel sapere, in questo caso consuma senza pietà. Margherita sembra un’alchimista impaziente, desiderosa di luce senza accettare il passaggio obbligato attraverso l’ombra. Il ferro dell’armatura, associato a Marte e al suo influsso guerriero, si deforma sotto la pressione della furia, e la forza, quando si spezza, lascia spazio alla violenza. La conoscenza, privata di misura, si capovolge in presunzione.

Bruegel fissa l’istante esatto in cui ciò che era un lavoro interiore si incrina. La fornace, invece di illuminare, esplode. La nigredo, la fase oscura del cammino alchemico, non annuncia alcuna rinascita perché lascia soltanto un vuoto, un’assenza. È l’immagine di una ragione che, accecata dal proprio ardore, finisce per consumarsi.

Un inferno senza confini

Nel mondo di Margherita le soglie si dissolvono e l’inferno non appare più come un altrove, poiché prolunga la terra e ne interpreta le ombre. I demoni non scendono dall’alto, ma emergono da ciò che l’uomo teme e desidera. Bruegel non rappresenta una punizione, bensì una metamorfosi, perché il male prende forma dal basso, insinuandosi nelle crepe del quotidiano.

A questo punto Margherita diventa il luogo in cui l’umano scivola nel mostruoso, e la sua follia accompagna quella del mondo che la circonda. Nel suo volto, attraversato da un lampo di consapevolezza, rimane una domanda che nessuna epoca riesce davvero a evitare, ovvero se la follia non sia, in certi momenti, la forma che assume la sopravvivenza.

Il ritorno di Margherita

Oggi, cinque secoli dopo, la Dulle Griet conserva intatta la sua forza. Il suo inferno non brucia più con le fiamme, perché a bruciare sono le luci artificiali. Non è popolato da mostri, ma da oggetti e immagini che promettono felicità e dispensano stanchezza. Margherita non è scomparsa e ha semplicemente cambiato maschera. Cammina tra le vetrine, negli schermi, nei riflessi digitali delle nostre città, come se il mondo moderno avesse trovato un modo più silenzioso per riproporne la figura.

Bruegel, attraverso di lei, ricorda che ogni epoca costruisce il proprio inferno e, spesso senza rendersene conto, finisce per abitarlo. Dove un tempo c’erano forzieri e corazze, oggi compaiono merci e pixel, ma la febbre rimane la stessa, e a cambiarla non bastano le superfici luminose.

E resta questa donna che avanza tra rovine che somigliano alle nostre, inquieta e armata, consapevole del prezzo di ciò che ha incendiato. Nel suo passo si avverte una lucidità forse tardiva, quella di chi ha capito che non si affronta il male restando intatti. E proprio in quel passo, che continua a procedere, sopravvive la nota più vera del maestro fiammingo: la verità, quando la si stringe troppo, finisce per scottare.

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