IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Mariacristina Pettorini Betti, Linea Gustav. Itinerari di guerra nel Lazio meridionale. Dall’8 settembre 1943 alla liberazione di Roma del 4 giugno 1944

Linea Gustav

In occasione dell’ottantesimo anniversario della liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno 1944, Mariacristina Pettorini Betti, di origini laziali, affronta il periodo più nero della seconda guerra mondiale, quello dopo l’armistizio di Cassibile. E il momento della fuga del Re e di Badoglio a Brindisi, con i Tedeschi che diventano nemici in casa nostra, lo sbarco a Salerno degli anglo americani già arrivati in Sicilia, quando i soldati italiani rimangono senza direttive e circa ottocentomila vengono deportati nei lager nazisti.

Con una approfondita e capillare ricerca storica Mariacristina Pettorini Betti non solo è risalita all’inizio della guerra, ma ha ricostruito ogni fase della avanzata alleata e della ritirata tedesca, quella che i tedeschi facevano lasciando terra bruciata dietro le spalle, razziando tutto quello che c’era, facendo saltare ponti, ferrovie e ogni possibile collegamento.

Per evitare una eventuale caduta di Roma nelle mani alleate, doveva rimanere salda la Linea Gustav vicino a Cassino, perché il suo sfondamento avrebbe messo in crisi l’intero sistema difensivo tedesco nel sud Italia: c’erano voluti mesi di grandi lavori, con l’impiego di prigionieri di guerra a scavare postazioni nella roccia, ad allargare grotte, a riempirle di mitragliatrici, a minare i fianchi della montagna ed entrambe le rive del fiume Rapido. Cassino, ormai abbandonata dagli abitanti, divenne un caposaldo di difesa. A favorire i tedeschi fu l’inverno tra il 1943 e il ‘44, con pioggia, neve e fango che rallentarono l’avanzata degli Alleati, e tutto divenne una vera e propria guerra di posizione.

Ci furono quattro battaglie a Cassino, che videro la drammatica e inutile distruzione anche del monastero con tutti i tesori culturali che racchiudeva. In ben cinque mesi di combattimenti si contarono ottantamila morti tedeschi e centocinquemila degli Alleati, senza considerare le vittime civili italiane.

Ma se il fulcro di questo saggio storico è la Linea Gustav, l’autrice spazia sul patrimonio artistico della abbazia e di come fu salvato, ci porta a Roma città aperta, con i tedeschi che riempivano di prigionieri le celle di via Tasso e Regina Coeli; ci porta in via Rasella e alle Fosse Ardeatine, nominando alla fine le trecentoventotto salme identificate su trecentotrentacinque. Allo stesso tempo segue gli Alleati che avanzano bombardando e lasciando macerie, ci va vedere gli sfollati sulle montagne della Ciociaria, la fame, la paura, il mercato nero, finché Roma accoglie i liberatori in un entusiasmo generale il 4 giugno del 1944.

Se sale da ogni pagina l’orrore della guerra e il pensiero corre a quelle attuali, alle migliaia di morti, alla fame, alla fuga dalla propria terra, è terribile conoscere anche le violenze subite dai civili, donne e uomini,  da parte dei liberatori, quando pensavano che tutto fosse ormai finito: si tratta in modo particolare del Corpo di Spedizione Francese in Italia (CEF), composto da truppe di nazionalità marocchina, algerina, tunisina, senegalese e francesi europei, in tutto 111.380 uomini al comando del generale Juin, che aveva promesso cinquanta ore di preda prima dell’ultima battaglia di Cassino, per incitare i suoi uomini a combattere con tutto il loro valore. Ne seguirono stupri di massa che devastarono la vita di donne e uomini di ogni età: “Ancora oggi, nel basso Lazio, è tristemente noto il motto: Stavamo ad aspettare i liberatori, sono arrivati gli ‘nculatori”.

Un saggio di grande spessore quello di Mariacristina Pettorini Betti, che ricostruisce con fedeltà e dolore, considerando che la sua famiglia proviene proprio da Ferentino, nel basso Lazio, e che lei ha potuto ascoltare i racconti dei suoi genitori e della sua gente. Ma lei non maledice né odia: “Se le stragi del passato, da chiunque siano state compiute, verranno ancora ricordate per demonizzare e maledire, non si farà che gettare i semi di nuove stragi in un terreno cha appare ancora pronto ad accoglierli. Non dobbiamo assolutizzare il male storico, ma riportarlo sempre ai tempi e a i luoghi in cui si è manifestato. Soltanto la sua storicizzazione può evitare che la memoria sia causa della perpetuazione dell’odio.”


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