Migrazione, percezione e sicurezza: tra dati empirici e costruzione sociale del rischio

di Claudia Trani**
Per comprendere il fenomeno migratorio è opportuno partire dal concetto di spostamento umano e dalle molteplici ragioni che inducono gli individui a lasciare il proprio Paese di origine. Le migrazioni costituiscono un fenomeno complesso, determinato dall’interazione di fattori economici, politici, sociali, culturali e ambientali che incidono sulle scelte individuali e collettive di mobilità.
Il processo migratorio non si esaurisce in un mero trasferimento geografico, ma implica l’attivazione di percorsi di adattamento finalizzati alla ricerca di migliori condizioni di vita e di integrazione nel contesto sociale di destinazione. In tale prospettiva, la migrazione rappresenta un processo di trasformazione che coinvolge tanto il soggetto migrante quanto la società di accoglienza.
In tale contesto si colloca il contributo di D. Smith e R. King che, nell’introduzione editoriale pubblicata nel 2012 sulla rivista scientifica internazionale Population, Space and Place, evidenziano la necessità di una revisione delle tradizionali teorie migratorie. Gli autori propongono un approccio innovativo volto a superare i limiti dei modelli interpretativi classici, sottolineando la complessità dei processi di mobilità contemporanea e il ruolo delle dinamiche economiche, sociali e territoriali nella redistribuzione della popolazione.
La migrazione non può essere considerata un fenomeno isolato, bensì un processo intrinsecamente intersezionale nel quale si intrecciano dimensioni economiche, sociali, culturali, politiche e istituzionali. Essa si configura come una dinamica complessa che coinvolge simultaneamente il livello individuale e quello strutturale, incidendo sia sulle traiettorie dei migranti, sia sugli assetti delle società di origine e di destinazione.
Tradizionalmente, l’analisi dei fenomeni migratori è stata ricondotta a modelli esplicativi di natura prevalentemente economica e demografica, fondati su variabili quali il differenziale salariale, la distanza geografica, la prossimità linguistica e le opportunità occupazionali. Pur avendo contribuito in modo significativo alla comprensione dei flussi migratori, tali approcci risultano oggi parzialmente insufficienti a coglierne la complessità.
In tale prospettiva, Smith e King propongono un superamento delle chiavi di lettura tradizionali a favore di un’interpretazione multidimensionale del fenomeno. Gli autori sostengono la necessità di analizzare la migrazione attraverso una prospettiva integrata, che consideri non solo le determinanti economiche e demografiche, ma anche le componenti sociali, culturali e politico-istituzionali che influenzano i processi di mobilità umana (cfr. www.researchgate.net).
Ne deriva un cambio di paradigma interpretativo, in cui la migrazione viene letta come fenomeno strutturale delle società contemporanee, strettamente connesso alle trasformazioni della globalizzazione, alla ridefinizione dei confini giuridici e sociali e alle nuove forme di interdipendenza tra Stati e sistemi economici.
La geografia della popolazione, nelle sue impostazioni tradizionali, ha storicamente privilegiato la misurazione e la modellizzazione dei flussi migratori, concentrandosi prevalentemente su variabili quantitative e dinamiche di spostamento. Tale approccio, tuttavia, ha spesso trascurato la dimensione soggettiva dell’esperienza migratoria, senza indagare in modo approfondito il significato sociale e relazionale della mobilità umana.
Le persone, infatti, non si muovono esclusivamente nello spazio geografico, ma attraversano processi complessi che coinvolgono la sfera identitaria, culturale e relazionale.
La migrazione implica la rielaborazione delle proprie appartenenze, l’adattamento a nuovi contesti normativi e sociali e la ridefinizione delle reti di relazione all’interno delle società di destinazione.
Le migrazioni contemporanee, inoltre, si caratterizzano per una crescente eterogeneità delle cause e delle forme. Accanto ai tradizionali movimenti legati al lavoro, emergono infatti flussi sempre più diversificati che includono studenti internazionali, lavoratori altamente qualificati, famiglie transnazionali, spostamenti temporanei e mobilità circolari. A questi si aggiungono i movimenti forzati, connessi a conflitti armati, crisi ambientali, epidemie e condizioni di grave insicurezza economica e sociale, che incidono in modo significativo sulla configurazione dei flussi migratori globali.
Proprio tali differenti motivazioni, hanno condotto l’International Organization for Migration (IOM) a distinguere tra migrazioni volontarie e migrazioni forzate. Le seconde si caratterizzano per l’assenza di una reale alternativa di scelta, essendo determinate da situazioni di coercizione diretta o indiretta, quali minacce alla vita e all’incolumità personale, condizioni di grave insicurezza alimentare, collasso dei mezzi di sussistenza, nonché disastri ambientali e contesti di violenza generalizzata, spesso riconducibili anche all’azione o all’omissione di attori statali o non statali.
All’interno dei processi migratori si collocano inoltre i movimenti definiti “irregolari”, ossia gli spostamenti di persone che avvengono al di fuori dei canali giuridici previsti dagli ordinamenti nazionali e dal diritto internazionale in materia di ingresso, soggiorno e uscita dal territorio degli Stati di origine, transito o destinazione. Tuttavia, la natura irregolare della migrazione non incide sulla titolarità dei diritti fondamentali della persona, né esonera gli Stati dagli obblighi di tutela derivanti dal diritto internazionale, soprattutto in presenza di condizioni di particolare vulnerabilità.
In tale quadro si inserisce la Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951, integrata dal Protocollo del 1967, che sancisce il principio di non-refoulement e disciplina la protezione delle persone che, trovandosi al di fuori del Paese di origine, non possono farvi ritorno per il fondato timore di persecuzioni, anche in ragione di motivi politici, religiosi, etnici o di appartenenza a determinati gruppi sociali, incluse specifiche ipotesi di violenza di genere.
Nonostante il consolidato impianto normativo internazionale, nell’opinione pubblica permangono spesso rappresentazioni semplificate del fenomeno migratorio, secondo le quali l’immigrazione sarebbe associata all’aumento della criminalità, alla diffusione di malattie o alla sottrazione di risorse occupazionali ai cittadini autoctoni. Tali percezioni, tuttavia, non trovano sempre un riscontro diretto nei dati empirici e costituiscono oggetto di analisi da parte della sociologia, della criminologia e della psicologia sociale, che ne studiano i meccanismi di formazione e diffusione all’interno dello spazio pubblico.
Il senso di paura generalizzato nei confronti del fenomeno migratorio non deriva esclusivamente da dati empirici, ma è il risultato di una combinazione di fattori sociali, culturali, politici e psicologici. In particolare, la letteratura psico-sociale evidenzia come l’individuo tenda a ricorrere a processi cognitivi di categorizzazione sociale, attraverso i quali le persone vengono inconsciamente inserite in gruppi distinti.
All’interno di tali dinamiche, si sviluppano frequentemente atteggiamenti di diffidenza o ostilità nei confronti dei membri dell’out-group, soprattutto quando questi ultimi sono percepiti come una potenziale minaccia, sia essa reale, simbolica o legata a condizioni di incertezza e insicurezza sociale.
In tale prospettiva si inserisce la Intergroup Threat Theory, elaborata da Walter G. Stephan e Cookie White Stephan, secondo cui la percezione di minaccia da parte di un gruppo verso un altro costituisce uno dei principali fattori predittivi di atteggiamenti negativi e conflittuali.
Tali rappresentazioni sociali si strutturano spesso sotto forma di stereotipi e generalizzazioni, che non sempre trovano riscontro nei dati empirici e che non rispondono necessariamente a criteri di oggettività o razionalità. Esse possono essere interpretate come amplificazioni percettive e cognitive, influenzate dal contesto politico, economico e culturale, nonché da fattori quali crisi economiche, instabilità sociale, conflitti etnici e trasformazioni dei flussi migratori.
La teoria della “minaccia intergruppi” consente di analizzare in modo sistematico le componenti della minaccia percepita e le relative conseguenze sui rapporti tra gruppi sociali, evidenziando come tali dinamiche incidano significativamente sui processi di costruzione dell’opinione pubblica e sulle forme di interazione sociale (Stephan & Stephan, 2000).
I movimenti migratori moderni possono essere ricondotti, in chiave analitica, a diverse fasi storiche, generalmente distinte in base ai periodi, alle caratteristiche dei flussi e ai principali fattori di spinta e attrazione.
In una prima fase (prima del 1945), riconducibile alla fine del XIX secolo e ai primi decenni del XX secolo, si osservano flussi migratori prevalentemente transoceanici, caratterizzati da partenze massicce dall’Europa verso le Americhe. Tali movimenti erano in larga parte determinati da fattori economici e demografici, nonché dalla ricerca di migliori condizioni di vita e opportunità lavorative.
Una seconda fase (1945-1974), collocabile nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, è segnata da migrazioni intraeuropee, favorite dalla ricostruzione economica e dalla crescente domanda di manodopera nei Paesi industrializzati dell’Europa occidentale. In questo contesto, i flussi migratori assumono una funzione strutturale all’interno dei processi di sviluppo economico.
La terza fase (1975-1989), è caratterizzata dalla progressiva trasformazione dei modelli migratori, con l’emergere di flussi più diversificati e dalla crescente complessità delle cause, includendo non solo motivazioni economiche, ma anche politiche e legate a processi di decolonizzazione e instabilità geopolitica. In questo periodo si riscontra la crisi petrolifera e la fine dell’accordo monetario internazionale (1944/1971) con il sistema dei cambi fissi per cui il dollaro diventava l’unica valuta convertibile in oro.
Infine, la fase contemporanea è segnata da una forte globalizzazione dei movimenti migratori, da una crescente interconnessione tra aree geografiche e da un aumento delle migrazioni forzate, legate a conflitti armati, crisi ambientali, disuguaglianze strutturali e instabilità istituzionali. In questa fase, i flussi migratori risultano più eterogenei, dinamici e difficilmente riconducibili a modelli interpretativi univoci.
Nella fase attuale, i flussi migratori si collocano all’interno di una più ampia condizione di crisi globale, caratterizzata dall’interazione di fattori finanziari, politici, ambientali, sanitari e da diffusi scenari di conflitto armato. Tali elementi incidono in modo significativo sulle dinamiche della mobilità umana, determinandone una crescente complessità e una progressiva difficoltà di inquadramento all’interno dei tradizionali schemi interpretativi.
In questo contesto, si registra un incremento delle migrazioni irregolari, spesso anche in conseguenza delle restrizioni imposte dai sistemi di ingresso legale nei Paesi di destinazione. Tale fenomeno contribuisce all’aumento degli arrivi via mare e, parallelamente, al verificarsi di eventi tragici connessi ai naufragi e alle condizioni di viaggio particolarmente pericolose lungo le rotte migratorie.
Contestualmente, una quota significativa dei nuovi flussi è costituita da richiedenti protezione internazionale, i quali presentano istanze riconducibili allo status di rifugiato o alla protezione sussidiaria, in ragione di situazioni di persecuzione, violenza generalizzata o grave instabilità nei Paesi di origine.
In tale prospettiva si inseriscono le analisi di P. Cingolani (Master Istituto A. T. Beck), che evidenziano come le attuali dinamiche migratorie siano sempre più influenzate dall’intreccio tra crisi globali e trasformazioni dei sistemi di regolazione dei flussi, con effetti rilevanti sulla composizione e sulle caratteristiche della mobilità contemporanea.
Dell’immigrazione moderna si occupa anche la criminologia, la quale analizza non soltanto i reati eventualmente commessi da soggetti stranieri, ma soprattutto i processi attraverso cui il fenomeno migratorio viene costruito socialmente come problema di sicurezza, controllo delle frontiere e gestione del rischio.
Un primo elemento di rilievo riguarda il rapporto tra immigrazione e criminalità, rapporto che si presenta significativamente più complesso rispetto alle rappresentazioni veicolate dai media e che incide in modo rilevante sulla percezione pubblica del fenomeno. L’attenzione mediatica tende infatti a concentrarsi su specifici episodi di cronaca, soprattutto quando sono caratterizzati da elevata carica emotiva o da particolare gravità, contribuendo talvolta a una generalizzazione indebita che associa il comportamento deviante di singoli individui all’intero gruppo dei migranti.
Tale dinamica alimenta una percezione di insicurezza spesso superiore rispetto ai dati empirici disponibili e influenza, in modo diretto o indiretto, anche il dibattito politico e le scelte in materia di politiche migratorie e di sicurezza pubblica.
In questo quadro si inserisce la teoria dell’”agenda setting” elaborata da Maxwell McCombs e Donald Shaw nel 1972, secondo la quale i media non determinano ciò che le persone devono pensare, ma incidono significativamente su ciò su cui esse sono portate a riflettere. Tale influenza si esercita attraverso diversi meccanismi, tra cui la selezione delle notizie, la frequenza e la visibilità con cui esse vengono presentate e la loro collocazione gerarchica nel discorso pubblico.
Alla ripetuta e intensa copertura mediatica di determinati eventi si collega la formazione di un diffuso allarme sociale, nel quale il migrante rischia di assumere la funzione simbolica di “capro espiatorio”, pur in assenza di una correlazione necessaria tra immigrazione e criminalità. In tale prospettiva, la criminologia critica evidenzia come la devianza non sia riconducibile esclusivamente a comportamenti individuali, ma sia anche il prodotto di processi sociali e istituzionali attraverso i quali alcuni gruppi vengono definiti e percepiti come problematici o devianti.
Per quanto riguarda i dati relativi ai flussi migratori in Italia, l’ISTAT rileva che nel 2025 le immigrazioni dall’estero sono state pari a circa 440.000 unità, mentre le emigrazioni verso l’estero si attestano intorno a 144.000 unità. Ne deriva un saldo migratorio positivo pari a circa +296.000 persone.
Al 1° gennaio 2026, i cittadini stranieri residenti in Italia risultano circa 5,56 milioni, corrispondenti a circa il 9,4% della popolazione residente complessiva (cfr. www.istat.it).
Con riferimento alla composizione delle principali comunità straniere presenti sul territorio nazionale, i gruppi maggiormente rappresentati provengono da Romania, Albania, Marocco, Cina e India (cfr. www.gov.it), evidenziando una significativa eterogeneità delle provenienze e una struttura dei flussi migratori caratterizzata da una crescente diversificazione geografica e socio-culturale.
L’analisi svolta evidenzia una distanza ricorrente tra dati empirici e percezione sociale del fenomeno migratorio, soprattutto in relazione al tema della sicurezza. Tale scarto è spesso alimentato da generalizzazioni che non distinguono tra comportamenti individuali e appartenenze collettive, con il rischio di deformare la lettura della realtà.
Ne consegue la necessità di adottare un approccio interpretativo fondato su dati verificabili e su una lettura critica delle informazioni, evitando semplificazioni e automatismi valutativi.
In questa prospettiva, risulta essenziale promuovere un uso responsabile delle fonti, una corretta esposizione dei media e una valutazione equilibrata del fenomeno, coerente con i principi di oggettività e proporzionalità.
Giugno, 2026
————————-
** Laureata in giurisprudenza presso
l’Università di Trieste, perfezionata in
Violenza di genere presso la stessa
Università, master di 2° liv. in
Psicopatologia forense e criminologia presso
l’Università di Firenze, esperta ex art. 80 O.P Corte d’Appello di TS, formatrice….
Della stessa autrice potrebbero interessarti:
DIGNITA’ e UMANITA’: verso un carcere europeo? Claudia Trani** – IL PENSIERO MEDITERRANEO