Mostra di pittura contemporanea Grande Madre di Serena Rossi a Milano dal 26.4 al 10.5.2026

di Serena Rossi
Mostra personale di pittura contemporanea Grande Madre di Serena Rossi a cura di Zina Borgini
Presso Apriti Cielo! Ass. cult. Via Sant’Uguzzone, 26 Milano 20126
Dal 26.4 al 10.5.2026 con inaugurazione il 26 aprile 2026 dalle 18.30 alle 21
Ingresso libero e visitabile su appuntamento cell. 3498682453
Domenica 26 aprile 2026 ore 18.30 presso la Associazione culturale Apriti Cielo! Via Sant’Uguzzone 26 Milano 20126 si svolgerà l’inaugurazione della mostra personale di pittura contemporanea Grande Madre di Serena Rossi.
Artista visiva e poeta (1972) di Milano Serena Rossi indaga sul tema mito della Grande Madre in pittura con acrilico nero, spray e pastelli su tela e su carta e con mezzi digitali, e con incisioni su carta.
La Madre viene fuori snaturata in figure primitiviste a volte benigne a volte assassine spesso guerriera.
Dati gli attuali tempi di guerra la Grande Madre che studia la Rossi ha forme di difesa e di scudo, porta il velo di misericordia o un elmo, o si spoglia in caldi giardini al chiaro di Luna.
Figura primordiale ed erotica, mai privata, Madre e donna, amata e amante, disegnata senza riserve, dalle forme morbide, avvolgenti.
La pittrice arriva a queste donne dalle sue forme astratte spaziali coi collage degli ultimi anni e pare attraversare il segno con innocenza e onestà. Il gesto è dirompente e deciso come dimostra la tela che cattura lo sguardo in un attimo, ma non è tutto istinto c’è anche una ricerca strutturale.
La mostra prosegue fino al 10 maggio 2026 con ingresso libero su appuntamento al cell. 3498682453
www.serenarossiartecontemporanea.it
TESTO CRITICO
PER LA STAGIONE DELLE GRANDI MADRI DI SERENA ROSSI
In principio era la fascinazione dei colori. Ne era diffusa evocazione a cominciare se non da altro, da un titolo, Disegno papaveri rossi (2020), in una stagione di chiusure e paure: come un grido di speranza, una volontà di esserci e vibrare in consonanza con la Natura (e le sue molteplici offerte), poi soprattutto in Non serve la paura (2021) col diffuso fiorire di testi che chiamavano in causa un mondo di forme e “colori” (da Mano grigia, a Marrone sporco, a Rosso vermiglio, a Verde rabbia, a Viola, a Blu indaco, fino a Yellow giallo).
A questa ora si aggiunge la fascinazione del segno: un segno forte e deciso, incisivo come un taglio perentorio, mentre il colore, come un negro semen, ne seconda e feconda la forza inquietante.
Il tutto sotto un titolo non meno forte nella sua ambiguità: LA GRANDE MADRE E OLTRE.
Con una premessa di metodo, che Serena, l’Artista, en poète dichiara senza incertezza: “Da anni ricerco nelle arti visive sullo spazio e sui materiali, sui temi dell’identità e della fragilità. Con pittura, installazione, fotografia e incisione, tecnica mista su tela e su carta spesso uso il collage, chiamo la mia “pittura di natura punk ribelle”.
“Grande Madre” e “pittura di natura”, dopo e insieme a una fertile stagione di poesia: come resistere alla suggestione che rimanda all’Anonimo dell’antico inno orfico a Physis, alla Natura?
“Natura, dea Madre del tutto, Madre dai molti accorgimenti, celeste, augusta, divinità creatrice, Signora /…/ di tutte le cose tu sei padre, madre, nutrice e allevatrice / tutto è in te, poi che sola crei queste cose…”
Il risultato, di fronte alle tele e alle carte non meno che all’Inno, è un brivido, il soffio di un mistero che si ripete, una visione in cui un’ordinaria evidenza si trasforma in un’entità “altra” per lo spazio di un attimo essenziale.
Natura naturans, insomma, Natura che crea incessantemente sé stessa, in un infinito processo autogenerativo: “Tu che volgi in eterno vortice impetuosa corrente, / onniflua, circolare, che vivi / in molte forme”.
Come un’eterna matrice, Lei, la Natura, Madre “dai molti accorgimenti”, dispiega in ogni dove le sue forme cariche di suggestione e di mistero: l’essenziale è saperle intuirle e riconoscere, come germi e gemme di miracolose fecondazioni….
Semina rerum, “semi di cose”, attimi e atomi di bellezza (o di stupore/orrore), che richiedono assoluta complicità, abbandono: la complicità di uno sguardo che si innamora della loro poesia.
“Madri nude nel giardino dell’Eden, generatrici, seminatrici, assassine, Guerriere, Madre materna guerriera”, le descrive così Serena e aggiunge, per quanto riguarda tecniche e poetica:
“Non mi interessano particolarmente forme perfette, come sempre indago l’interno cioè l’animo, quindi, mi interessa il segno e la presenza della Grande Madre che cattura lo sguardo”.
Presenze, grumi di un sogno, insomma, che ha l’età del pensiero e si proietta all’esterno col linguaggio araldico del simbolo: non allegorie, ma simboli. Forme primigenie. Archetipi.
Progetto inscritto e inciso nella mente, insomma, disegno di un “qualcosa” che con energia di volta in volta scabra o sinuosa risveglia un complesso nodo di pulsioni, un rapporto senza tempo con bisogni, desideri, timori, che nella storia di ognuno delineano un’immagine mitica essenziale.
Materia e forma compongono così un messaggio di arcane risonanze, rinviando a qualcosa di eterno eppure familiare, alla durata e insieme all’istantaneità: ad una figura circonfusa da un’aureola sacrale e investita di un complesso nodo di private emozioni e sentimenti.
C’è un passo bellissimo delle Metamorfosi di Ovidio, in cui il poeta latino racconta di Deucalione e Pirra, che, unici superstiti del Gran Diluvio, si rivolgono all’oracolo per conoscere il proprio futuro e propri compiti: Mota dea est sortemque dedit: Discedite templo / et velate caput cinctasque resolvite vestes / ossaque post tergum Magnae iactate Parentis (“Si commosse la dea e diede questo responso: Lasciate il tempio, velate il capo, sciogliete le vesti e gettate dietro le spalle le Ossa della Gran Madre”).
Cosa debba intendersi con ossa della Gran Madre, Ovidio lo spiega poco appresso. “La Grande Madre è la terra: le ossa credo che siano le pietre” (Magna Parens terra est: lapides in corpore terrae / ossa reor).
Ossa della Grande Madre, dunque, le pietre: dal loro lancio dietro le spalle, da parte dei due fortunati sopravvissuti alle acque del diluvio, sarebbero nati gli umani, la nuova Umanità.
Come dire che le pietre sono la Grande Madre e l’Umanità stessa reca scritto nel proprio corpo, come un’infrangibile memoria biologica, il proprio destino: un destino di durata, un destino di conoscenza: portano in sé la Grande Madre, un modello essenziale, un archetipo.
Carl Gustav Jung, che ha studiato i meccanismi profondi della coscienza, vede in questa figura l’immagine del Sé, di un Sé che si cerca e si individua negli anfratti più riposti dell’anima: la “totalità psichica dell’uomo”, il suo stesso principio di individuazione.
È il mistero della materia e della vita, insomma, quello che Serena vuole mettere in scena. E si capisce che non le importa che il segno piaccia o affascini. Quel che conta è che “parli”, che gridi addirittura:
“L’estetica è fine a sé stessa, finisce sul foglio mentre la fascinazione dell’essere e dell’esistenza va oltre e punta all’interno”.
VINCENZO GUARRACINO
Aprile 2026



grande madre 5
50×50 cm acrilico su tela