IL PENSIERO MEDITERRANEO

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“Nel segno dell’ombra”. La luce caravaggesca nella fotografia di Alessandro Branca

di Serena Milisenna

Foto di Alessandro Branca

La luce, per essere significativa, ha bisogno di resistenza.

Ed è proprio nell’attrito con l’ombra che nasce l’immagine, non come semplice rappresentazione, ma come rivelazione.

Il mio incontro con la fotografia di Alessandro Branca ha il sapore di una linea sottile e tagliente che fa del confine tra luce e ombra un presidio di epifania e mistero. In questa faglia antica che per secoli ha interrogato pittori, scrittori e pensatori, si inserisce – con sorprendente coerenza – il suo lavoro fotografico: sfogliando un prezioso album di sue realizzazioni, ho trovato una forte ricerca visiva che sembra dialogare, in silenzio, con la lezione di Michelangelo Merisi da Caravaggio, senza mai ridursi a imitazione.

Branca costruisce immagini che non si limitano a rappresentare: evocano.

Lui stesso dice: “Quella di Caravaggio è per me un’eredità consapevole e nasce dalla profonda osservazione delle sue opere fino a dimenticarle perchè il modo di guardare è acquisito. Posso dire di essere un suo discepolo, ma con tutta l’umiltà possibile. Mi sento di affermarlo perchè molte volte mi è capitato che dicessero di una mia foto o di un’inquadratura “sembra un Caravaggio” anche in lavori che con l’arte e la pittura non centravano nulla”.

La sua luce non è mai neutra. È radente, obliqua, tagliente ed entra in scena come una presenza quasi metafisica, incidendo i volumi e isolando i dettagli con una precisione che ricorda la pittura seicentesca, ma che trova nella fotografia una nuova urgenza espressiva. Il buio, al contrario, non è assenza ma spazio attivo, campo di tensione, luogo in cui l’immagine si ritrae per acquisire profondità.

Nel lavoro di Alessandro Branca, dunque, la luce e l’ombra scavano persone, volti, oggetti e interrogano lo sguardo di chi vi si accosta. La luce sembra provenire da un altrove teatrale, quasi sacro, e che si deposita sul quotidiano con una precisione chirurgica.

Qui sta – a mio avviso – la cifra stilistica più riconoscibile: quella di Branca è una grammatica visiva in cui il chiaroscuro caravaggesco è trasportato nel presente. E se allora le ombre non sono soltanto sfondo ma materia attiva, il buio è corpo che inghiotte e restituisce frammenti di realtà. Branca dice del buio: “Il concetto fondamentale è che si parte dal buio, nulla esiste senza la luce, e dal buio illuminando prendono forma le immagini. Solo ciò che illumino prende forma e nella penombra resta l’immaginazione”.

Nei suoi scatti, dunque, le ombre non nascondono, ma selezionano. E ciò che resta visibile — una mano, uno sguardo, una piega del volto — diventa racconto evocativo.

Nella ricerca fotografica di Branca mi è sembrato di sentire anche una tensione costante tra rivelazione e sottrazione: la luce entra in scena come un taglio netto, spesso laterale, che scolpisce i soggetti e li sospende in uno spazio ambiguo, fuori dal tempo. È una luce che costruisce pathos senza bisogno di azione, che trasforma l’immobilità in evento. In questo senso, la sua fotografia si avvicina più al linguaggio del teatro che a quello del reportage: ogni immagine è una scena, ogni soggetto un personaggio colto nell’istante prima o dopo qualcosa di irreversibile.

Nei suoi ritratti c’è anche vulnerabilità. I corpi sono attraversati da questa luce che li espone. E in questa esposizione si annida una forma di verità, fragile e potentissima. In un’epoca dominata dall’eccesso visivo, dalla sovraesposizione costante — tecnica ed emotiva — Alessandro Branca forse sceglie la via opposta: ridurre, togliere, oscurare. È un gesto quasi politico, perché nel buio come contraltare di luce, oggi più che mai, si torna a vedere davvero.

Limitare la visibilità equivale a interrogare lo sguardo. È un gesto che si iscrive pienamente nella sensibilità mediterranea, dove il rapporto con la luce non è mai banale: è esperienza fisica, simbolica, esistenziale.

Alla domanda se la sua fotografia sia più legata all’osservazione del reale o alla memoria visiva, pittorica e interiore, risponde:“La mia fotografia nasce dalla fusione di questi tre aspetti, ma per il reale terrei un occhio di riguardo. Sono stato definito il “fotografo del Reale” perchè amo raccontare la realtà per ciò che è in contrapposizione netta con la cultura moderna che vuole tutto patinato a cominciare dai filtri dei telefonini ai danni di Photoshop fino al delirio dell’intelligenza artificiale che ci abituerà a non sapere se una determinata situazione è vera oppure no. Sposo la filosofia di Anna Magnani che diceva: “Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Ci ho messo una vita a farmele venire”. Anni fa all’epoca della pellicola, una fotografia era la prova giornalistica di un avvenimento ora non più! Così i suoi soggetti — volti, corpi, frammenti di quotidiano — emergono dall’ombra come epifanie trattenute. Non c’è teatralità ostentata, ma una tensione interna che richiama il dramma umano nella sua dimensione più essenziale.

In questo senso, la fotografia di Branca si avvicina a una forma di narrazione sospesa: ogni immagine sembra contenere un prima e un dopo, senza mai mostrarli esplicitamente. Se il chiaroscuro caravaggesco nasceva da un’urgenza narrativa e spirituale, in Branca si trasforma in un dispositivo contemporaneo di conoscenza. La luce non salva, non redime: rivela e nel rivelare, espone le fragilità, le crepe, le ambiguità dell’essere.

Per me il lavoro di Alessandro Branca rappresenta una riflessione visiva sul limite — tra visibile e invisibile, tra presenza e dissolvenza. Una fotografia che invita a sostare, a rallentare, a vedere davvero. Lui stesso scrive: “Nella fotografia di ritratto quello che maggiormente cerco è l’anima delle persone: non mi accontento di un’armonia formale perchè mancherebbe il contenuto, lo scopo di ritrarre. Farsi ritrarre, in un certo senso, è voler vincere la paura della morte, lasciare una traccia del proprio passaggio sulla terra. Una volta andare in uno studio a farsi fotografare si diceva “Vado a Farmi Immortalare” cioè mi renderò immortale. Per questo che pasticciare la propria immagine con filtri o altro non ha senso: cosa volete lasciare ai posteri un ricordo falsato di voi stessi? Questo vorrebbe dire non esserci proprio passati in questo mondo!”.

In un tempo che consuma immagini con voracità, Branca restituisce alla visione una dimensione quasi rituale. E ci ricorda, con discrezione e rigore, che è nell’ombra — più che nella luce — che si custodisce il senso delle cose.

Ecco perché alla domanda cosa vuoi che resti della tua arte, risponde:Voglio che resti un viaggio dentro al mio mondo! Il complimento più bello che ho ricevuto è stato quello di un signore che durante una mia mostra di ritratti mi disse “Grazie, stasera non ho visto delle fotografie, ho conosciuto delle persone”.

Nota biografica. Alessandro Branca è originario di Genova, città dove è nato nel 1964, Branca ha fondato nel 1998 a Milano lo Studio64k, un centro di produzione fotografica e cinematografica situato nel quartiere NoLo. Opera come ritrattista e fotografo di moda in tutto il mondo, mantenendo comunque uno studio nella sua città natale, Genova.  È specializzato in ritrattistica, fotografia di moda e opera anche come direttore della fotografia (D.O.P.) per progetti cinematografici. 

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