Nella giornata internazionale delle ostetriche ricordiamo Olivia Camisa, la “cummaruzza” di Gallipoli: una vita per la vita
di Laura De Vita
Per me è davvero impossibile, ogni 5 maggio, in occasione della Giornata Internazionale delle Ostetriche (istituita nell’anno 1991 e da allora celebrata in oltre cinquanta paesi di tutto il mondo), non ripensare a mia nonna, Olivia Camisa. Questo nome quasi certamente suona sconosciuto alle nuove generazioni, eppure corrisponde a un vero e proprio “personaggio storico” caro alla memoria di moltissimi Gallipolini. Tutti a Gallipoli la conoscevano, ed oggi la ricordano, con il soprannome di “cummaruzza“.
Infatti, mia nonna era ostetrica. Nata il lontano 4 agosto 1902 a Sannicola, da Cosimo e da Maria Antonia Musca (anche lei ostetrica), oltre a due fratelli, ebbe tre sorelle (Enrica che risiedeva a Casarano, Maria a Matino, Graziella a Gallipoli) che, a loro volta, esercitarono questa professione.
A Bari, il giorno 3 settembre 1921, giovanissima, consegui il diploma di levatrice, che le fu conferito in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, dal Professore e Grande Ufficiale Pasquale Del Pezzo, Duca di Caianello e Senatore del Regno, Rettore della Regia Università di Napoli.

Successivamente, Olivia vinse la condotta di Gallipoli dove lavorò per ben quarantasette anni alle dipendenze del Comune, fino al 1968, anno in cui fu collocata a riposo. Tuttavia, dopo la pensione, continuò la libera professione fino all’età di ottantadue anni, quando assistette al suo ultimo parto in casa, facendo nascere un neonato di ben cinque chili.
Questo straordinario evento venne celebrato anche dal giornalista Giuseppe Albahari sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno dell’8 maggio 1984 con un articolo che custodisco gelosamente e che recita così:
La cummaruzza, ostetrica di 82 anni, lavora ancora. Ha visto nascere mezza Gallipoli. In sessant’anni di lavoro ha preso poco meno di diecimila neonati, trovando anche il tempo per produrre in proprio otto figli che le hanno dato nipoti e pronipoti. […] Secondo la migliore tradizione dei parti spontanei, l’hanno chiamata di notte, una scena che lei ha vissuto mille e mille volte.
Ciò corrisponde a quanto mi ha sempre raccontato mio padre Vittorio, fin da quando ero una bambina: la nonna veniva sovente svegliata in piena notte, anche quando pioveva o soffiava il gelido vento di tramontana; lei indossava il primo abito che trovava e, in tutta fretta, usciva dal grande portone di casa (che si trovava nel Centro Storico, proprio all’angolo tra via Ribera e via G.B. De Tomasi), si precipitava in strada e, in men che non si dica, era già a casa della partoriente, armata di santa pazienza, ma soprattutto di una forza di volontà ineguagliabile e, non da ultimo, aiutata dalle sue preziosissime “piccole mani” che, in molte occasioni, riuscivano a compiere dei veri e propri miracoli e a risolvere casi disperati che molto probabilmente al giorno d’oggi avrebbero una sicura evoluzione chirurgica. Era capace di comprendere se il momento esatto del parto era davvero giunto; ma se la partoriente era ancora in travaglio, la lasciava per un po’ (a volte tra le imprecazioni dei familiari) e, nel frattempo, si recava da un’altra partoriente e, dopo aver fatto nascere il bambino, ritornava dalla prima. A volte, se i tragitti erano troppo lunghi, se pioveva o se la notte era troppo fredda, oppure se la partoriente non si trovava nel centro storico ma nel borgo nuovo, la nonna si faceva accompagnare da mio padre, il quale era munito di patente e che, spesso e volentieri, dormiva in auto.
Si può affermare con certezza che in sessant’anni di professione la cummaruzza non abbia mai sbagliato i suoi calcoli! Il suo orgoglio era quello di essersela sempre cavata in casa e senza aiuto alcuno; solo in rarissimi casi le partorienti venivano da lei mandate in ospedale, quando la situazione era particolarmente grave o sorgevano complicanze. Nonostante lavorasse in un contesto storico-sociale di grande miseria e senza molti mezzi a disposizione, riusciva a portare avanti il suo lavoro in maniera ineccepibile, ciò grazie alla sua preparazione professionale, alla dedizione e all’amore con cui ad esso si dedicava.
Mia cugina Maria Antonietta Dell’Anna, di qualche anno più grande di me, ricorda perfettamente che la nonna una volta le aveva raccontato di aver fatto nascere in una sola notte ben sei neonati, riuscendo a correre a piedi da una casa all’altra molto velocemente. Ciò che contraddistingueva questa piccola (ma solo di statura!) grande donna era proprio il suo carattere forte, volitivo ed energico: io la ricordo all’età di ottantanove anni, nel freddo pomeriggio della Vigilia di Natale dell’anno 1990 mentre, china sul catino della cucina e con le mani immerse nell’acqua gelida, era intenta a desquamare e ad eviscerare una gran quantità di pesce appena comprato al mercato ittico. Purtroppo, nemmeno due giorni dopo moriva in ospedale, quel luogo che aveva sempre preferito evitare.
Pochi i riconoscimenti ricevuti in vita da questa formidabile donna, oltre alla eterna gratitudine delle anime che grazie a lei hanno visto la luce: due medaglie d’oro, che lei ostentava con orgoglio e gioia, una donatale dall’Amministrazione Comunale di Gallipoli e l’altra dal Collegio Provinciale delle Ostetriche di Lecce, con su inciso una breve frase che in sé racchiude tutto il significato di un’intera esistenza: La vita per la vita.
Sovente incontro tante persone che ricordano con grande affetto e stima mia nonna e che, a volte anche con gli occhi lucidi, mi raccontano innumerevoli aneddoti legati a lei e al suo prezioso lavoro; storie che conservo gelosamente nel mio cuore, come conservo indelebile il ricordo del suo viso, della sua voce e dell’amorevole modo di fare che aveva con me. Credo che, col passare degli anni, sia importante non dimenticare queste figure del passato che tanto hanno dato al nostro paese, alla nostra storia locale e che sono state un perfetto modello da seguire.
Voglio sperare che la figura di Olivia Camisa, in una società in continua evoluzione dove pian piano le “vecchie generazioni” vengono sostituite dalle nuove leve, non venga lasciata cadere nell’oblio. E ai giovanissimi che mi sentono parlare della cummaruzza e mi chiedono chi fosse questo personaggio dallo strano nomignolo, io rispondo con orgoglio che era mia nonna, l’ostetrica del paese, non mancando di recitare alcuni versi della splendida poesia in vernacolo che il Prof. Walfredo De Matteis (5 maggio 1936 – 16 ottobre 2006), compianto poeta e scrittore gallipolino, dedicò alla “mammana di tutti”, ispirandosi liberamente ad un episodio realmente accaduto nell’anno 1965, quando la squadra di calcio dell’Inter vinse sia la Coppa dei Campioni (contro la squadra portoghese del Benfica), sia la Coppa Intercontinentale (contro la squadra argentina Independiente).
Infatti, la nonna era una gran tifosa del Football Club Internazionale di Milano (oltre che di uno sport inusuale per una donna, ossia il pugilato) e mio padre narra che fu realmente chiamata ad assistere una partoriente proprio mentre l’Inter giocava una finalissima di Coppa e la partita veniva trasmessa in televisione.
Nella poesia, che fu pubblicata per la prima volta, assieme ad altri componimenti dialettali del Prof. De Matteis, nel giugno 1975 nell’ambito del VI° Festival di Casa Nostra, si narra che la cummaruzza, presa com’era dalla competizione sportiva, tardò ad aprire il suo portone di casa ma, alla fine, si recò comunque dalla partoriente per prestarle assistenza. Quando, poi, a parto ultimato, seppe che l’Inter aveva vinto quella Coppa festeggiò per un’intera settimana. Ma grande fu la sua delusione quando, appena due anni dopo, la Juventus vinse lo scudetto, superando la “sua” Inter di un solo punto.
Qui di seguito riporto per intero la poesia dialettale La mammana tifosa, approfittando anche per ringraziare gli eredi del Prof. Walfredo, in particolare la figlia Anna, per aver messo questo componimento a disposizione dei lettori di Anxa.
La mammana tifosa!
(di Walfredo De Matteis)
Quandu sta nascia fijama la Rosa
chiamai la mammana te l’Intere tifosa!
Nc’era la partita alla televisione…
stese mutu tiempu m’apra lu purtone!
“Sprichete cummà, sta ‘rraggia cu le toje”
“Timme cumpà, ci à mangiatu … foje?”
“Sine pampasciuni … pe nove misi sani!”
“Allora staci vegnu … me sciacqu quisti mani!”
Mujerama critava: “Cummare mia, aiutu!”
E iddra rispundia: “A te nu t’à piaciutu?”
“E comu”! … Ticu jeu, tantu pe cuntare.
E la signura mia: “Nu t’hai chiui ‘mbicinare!”
“Cumpare sai ci fanne?” Scucca la mammana!
“Timme cummà, la luce stae luntana?”
“None visciu bonu! sta pensu alla partita:
ci nu bince osci, pe l’Inter è finita!
Duma bisciu propriu cci sta face;
ci nu sacciu, chiui nu tegnu pace!”
Apru e sentu: “Facchetti… tiro… rete!”
E nu scumpiju, a casa mia, succete!
“L’inter cummà na rete l’a’ segnata!”
“E puru jeu, cumpà: cci femmana t’a’ nata!”
Tice mujerama: “La chiamamu Rosa!”
Pe lu mutu presciu nu pensa se riposa!
“La coppa ti Campioni imu vintu,
cu ddru tirazzu fattu te Giacintu!”
Cusine crita, brasciata, la mammana
ca sentu pretacare na semana!
E’ paccia pe la squatra milanese!
E daveru fiacca iddra stese
ddr’annu ca se perse lu scudettu,
e la Juve poi se lu mise a ‘mpiettu!
(Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista ANXA, numero Maggio-Giugno 2020)