IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

“Nisi contra legem, tamen contra naturam”, se non contro legge, tuttavia contro natura

Torre dell'Orso, Le Due Sorelle. Foto Pierluigi Bolognini

Torre dell'Orso, Le Due Sorelle. Foto Pierluigi Bolognini

Paolo Protopapa

‘Se non contro la legge, tuttavia contro la natura’. Questa frase potrebbe senz’altro essere tratta da un brocardo di Diritto romano. Essa mette in contrasto legge e natura, cioè elaborazione giuridico-culturale e (cosiddetto) ‘Jus naturale’, visione civile aperta e conati privatistici. Può fare pensare ad una tale contrapposizione una pausa marina trascorsa a Torre dell’Orso, straordinario luogo di vacanze appartenente alla giurisdizione amministrativa di Melendugno, Comune sito a poca distanza dal capoluogo salentino ed inserito, dato il suo bagaglio culturale tradizionale, nel paesaggio identitario generale della Grecìa Salentina. Le sue marine, da San Foca a Torre dell’Orso, da Torre Specchia a Roca, alla splendida Sant’Andrea, lucrano da decenni il sigillo ecologico della Bandiera blu e un pedigree di patrimonio storico-archeologico di prima grandezza.

Di recente, tra gli altri, ne ha scritto con grande finezza e sicura competenza tecnica l’architetto Riccardo Carrozzini, melendugnese e, in parte, martanese, che unisce, al contempo, amore filiale per la nostra terra e lucidità critica. Egli ha raccontato, per le Edizioni Esperidi, in un bel libro, organicamente ricco e documentato, ‘La Costa di Melendugno: non solo Poesia’. Cui possiamo aggiungere, per un’agile e colta ricognizione, gli Itinerari Costieri de ‘La Guida del Salento’ di L. Graziuso e P. Bolognini, edita nel 1993 ed oggi assai rara. Si può immaginare che
‘Li Tàmari’, nella felice suggestione dannunziana delle “Tamerici salmastre ed arse”, sulla lingua di sabbia luminescente tra San Cristoforo dei Naviganti e le silenti Due Sorelle tufacee, rappresentino, meglio di tanti discorsi, il valore pubblico irretito dal pressante interesse privato. Parliamo di un budello di spiaggia libera disteso per 28 passi umani di battigia e imprigionato da due stabilimenti balneari privati, con ombrelloni che proteggono dal sole fantasmi di villeggianti inesistenti. Perché, allora, in nome di quelle acque “trasparenti e terse”, che nessuna umana potenza ha potuto inventare, rimanere accalcati a difesa di un miserabile metro di sabbia infuocato? E tollerare, con servile rassegnazione e codarda genuflessione, la potenza predatoria di avidi concessionari amici di sindaci e di amministratori? Perché non esigere – come si addice ad un popolo civile e costituzionalmente educato – non solo una cura dei beni, ma anche e, soprattutto, la piena realizzazione della ‘funzione sociale della proprietà’ sia pubblica, sia privata?

Dobbiamo, affacciandoci su questo formidabile scenario marino, paradigmatico di tanta ricchezza nazionale, chiederci – pensando non solo al Salento delle Tarante cortigiane e delle frise oscenamente tintinnanti – se il mare sia ancora una grande ricchezza popolare e, dunque, il cristallino, salutare refrigerio di tutti e per tutti.
Il mare, infatti, nella sua gestione privatistica, rischia (come abbiamo sottolineato in numerose circostanze) di annichilire come gioia condivisa e ‘res omnium’, ossia fruizione e rapporto collettivo nella sua propria memoria storica di libertà dei corpi in un tutt’uno con la natura. Oppure, se, invece, esso non stia degenerando in appannaggio di occhiuti padroni di un gioco mercantile di prebende e intrallazzi per pochi, scaltri monopolizzatori.
Si tratta di un problema nazionale e, specialmente, meridionale, inerente il futuro stesso della nostra democrazia sociale. Se sociale significa ancora, rispetto costituzionale di un popolo sovrano che si fa attore e non suddito di secondaria, subalterna recitazione rappresentativa.
E questa subalternità durerà, purtroppo, sino a quando – ci permettiamo di congetturare – la stupidità dei creduloni (coerenti discendenti degli ingenui cui Rousseau rimproverò l’inanità dei servi) non si trasformerà finalmente in ribellione all’imperio dei furbi e non si aprirà, invece, al coraggio difficile della democrazia. Nemica, come questa è, della pusillanimità dei sudditi che subiscono e amica, al contrario, dei diritti e dei doveri di cittadini che liberamente pensano ed altrettanto liberamente agiscono.


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