Nomi e volti di luoghi

L'arco dell'amore
di Paolo Protopapa
Emanuele è Emanuele Zollino, Bruno è Bruno Pica e Piero è Piero Calabro. Culuè è Paolo, il tuffatore. Quel Pepe era solo nostro, di tanti di noi. Le vacanze di massa, verso i primi anni ’70, mercificarono tutto. ‘Le Alghe’ diventarono la Spiaggetta e Lu Tafaluru si tramutò in Sfinge. Dietro questa nominazione impudente e neo-piccolo-borghese si nasconde la presunzione di inventare i luoghi. Di crearli falsamente ex-novo. Come se il mondo nascesse con noi. Non, pertanto , nel senso genuino di ricordarli rivivendoli nella loro identità e loro intimità nominale dal di dentro, resuscitandone l’anima antica e dormiente. Non così. Perché così è normale che in ogni generazione sia, senza cancellarne l’anima.
Nel nuovo nome, indifferente e insignificante, insulso e supponente, ci comportiamo come il cane che segna di odore naturale il suo possesso esclusivista e brutale, inutilmente invadente, frale. Per fortuna la storia e la memoria dei luoghi, sigillate da genti e fatti e vite vissute, resistono e fanno dei toponimi “le sentinelle della memoria”, come osservò Cosimo De Giorgi. Egli vide nel griko morente, ma cristallizzato agli Apigliani (e nella Grecìa Salentina) una speranza di sopravvivenza, un monumento che ammoniva, non un passato ormai impossibile da conservare o edulcorare. Un segnale spirituale di rammemorazione vocale, invece sì. Come la fotografia di umili Lari, nostri custodi del tempo che non vogliamo che scompaia e muoia. Come le canzoni e i romanzi e i libri e i film e tutto ciò che ‘dice’. Che parla e racconta e rammemora. E che, ri-cord-ando ritorna al cuore. Perciò, forse del Pepe morto ai Bastimenti di Sant’Andrea dobbiamo lasciare il suo vero nome; e tutti i volti che lo hanno guardato e attraversato con questo nostro Amore.
Facciamo, allora, di fronte a questo immenso dolore, ciò che fanno i fanciulli. Cantiamo filastrocche. Intessiamo trame piene di quel passato, che ci parli però di gioioso futuro e di altre possibili storie.






