IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Non è passata la festa e non si è gabbato il santo

25 aprile

di Riccardo Rescio

Oggi è il ventisei aprile duemilaventisei, il giorno dopo la festa della Liberazione.
Liberazione che continua oggi e per tutti gli altri trecentosessantaquattro giorni che mancano alla prossima commemorazione.
Si fa presto a ritenere che il venticinque aprile sia una pratica annuale da archiviare in serata, come il cenone di capodanno o la torta di compleanno.
La verità è più scomoda, come spesso accade quando si smette di celebrare e si ricomincia a pensare.
La libertà bisogna conquistarla, non certo con le armi, ma con la consapevolezza di ciò che è stato e di come sia stato possibile perderla, perché la libertà è un bene straordinariamente fragile e non può essere acquisita in modo permanente.
Le persone amano le cose permanenti, i contratti a tempo indeterminato, le amicizie che non si sfilacciano, le certezze che non vacillano, gli amori eterni.
La libertà invece vacilla, e vacilla proprio nel momento in cui la si dà per scontata.
Un uomo che spegne il televisore dopo il discorso del Presidente e non ci pensa più fino all’anno prossimo sta già facendo un piccolo regalo a chi la libertà vorrebbe togliergli.
Non perché sia un nostalgico, attenzione, ma perché la sua indifferenza è il terreno più fertile per chi invece è ammaliato da ciò che non conosce, che non ha vissuto, tantomeno subito.
La storia insegna, purtroppo non a tutti in egual misura, una cosa sola, e la rivela sempre allo stesso modo, le dittature non entrano in casa con il manganello alzato il primo giorno.
Entrano con una frase gentile, con una promessa di ordine, con una paura ben coltivata verso un nemico lontano che nessuno ha mai visto ma che tutti imparano a temere.
Poi la repressione arriva, ma a quel punto è troppo tardi per sorprendersi.
Chi dice che la libertà non si perde più in un paese occidentale non ha mai osservato con attenzione la faccia di chi governa quando nessuno lo guarda.
Le armi non servono perché i nemici di oggi non indossano abbigliamenti che li caratterizzano e identificano, indossano classiche giacche blu o abbigliamento sportivo e parlano di efficienza, di sicurezza, di semplificazione, parole bellissime che diventano pericolose quando qualcuno decide da solo cosa è semplice e cosa è giusto.
La consapevolezza di cui parlo non è roba da intellettuali con la barba lunga e i libri spessi, è roba da persone normali che il pomeriggio si fermano un attimo e si chiedono, ma questo qui cosa sta facendo davvero.
Non serve leggere Heidegger per capire che un uomo che concentra tutto il potere nelle sue mani non lo fa per amore del prossimo.
Serve solo avere presente quello che è già successo, qui, in questo stesso Paese, ottantacinque anni fa, quando si facevano discorsi bellissimi sulla grandezza della patria e sulla necessità di avere ordine e disciplina.
I libri di scuola lo raccontano, ma i libri di scuola si chiudono a giugno e si riaprono a settembre, e in mezzo ci stanno tre mesi di oblio leggero, il brodo di coltura perfetto per la rimozione.
La rimozione è la vera dittatura dei nostri tempi, quella silenziosa, quella che non ha bisogno di leggi speciali perché le leggi speciali le facciamo franche con la nostra disattenzione.
Un popolo che dimentica in fretta è un popolo già governato da qualcun altro, anche se le urne sono ancora lì e la costituzione è ancora appesa in municipio.
La liberazione non è una targa da lucidare una volta all’anno, è una pratica quotidiana come lavarsi i denti o controllare che il gas sia chiuso.
Si tratta di aprire gli occhi la mattina e sapere che quello che hai non è garantito per sempre, che qualcuno là fuori sta lavorando per togliertelo con le buone o con le cattive, e che l’unico modo per tenerlo è non smettere mai di osservare, di chiedere, di ricordare.
Il ventisei aprile è un giorno come tutti gli altri, senza corone e senza discorsi, il giorno perfetto per dimostrare se la lezione del venticinque è servita a qualcosa o se era solo un’ora di lezione in cui si guarda l’orologio.
La libertà non ringrazia, non fa sconti e non concede ferie, semplicemente resta dove la si difende e se ne va da dove la si tradisce con una distrazione gentile.
I trecentosessantaquattro giorni che mancano alla prossima commemorazione non sono un intervallo tra una festa e l’altra, sono la sostanza vera della vita libera, e spetta a chi la vive decidere se meritarli o buttarli via.


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