Non mme vvriski (Non mi trovi). Viale Santa Lucia di Martano, un po’ di tempo dopo

di Paolo Protopapa
Il Viale è deserto, senza rumori, inondato di sole e poche auto lungo le case fitte fitte. Qui, appena dopo i Palazzo e i Luceri-Tirli, apro il film mentale dei Coluccia-Viola, i Tarantino-Copìto, i Gallo Saverio e Pantaleo, le sorelle Estro, Tore Rescio, Zio Medico e zia ‘Ssunta Castelluzzo, gli Stomeo-Conoci e, ancora, Pietro, Luigi Perrotta, i Toccia, i Chiriatti-Morèa e tanti altri, spariti.
Gli alberi, forse di oleandro, che giustificavano la denominazione di viale per quella via del semicentro di Martano, non c’erano già nel ’49; e neppure i marciapiedi. Neanche oggi, per la verità, perché restringerebbero il sedime stradale e le macchine su ambo i lati non potrebbero parcheggiare.
Giungo adagio adagio, quasi In contemplazione, verso la fine della strada e, coronando una aspettativa, vedo un pullover rosso acceso che spunta sulla sinistra accanto a due case dalla fine della strada. Mi fermo e cerco di non farmi riconoscere, ma la ‘femme en rouge’ mi fissa e non si stacca dallo sguardo. Prendo il giornale e lo sfoglio, niente. Non molla. “Chi è?”. Si chiede sicuramente. Tento una piccola marcia indietro, ancora niente, resta in vedetta. Si insospettisce maggiormente e spinge la testa in avanti. Non posso sfuggirgli e nessuna discrezione la stimola a rientrare. Mi accorgo che si muove con due stampelle di sostegno, allorquando decido di virare a sinistra ed accostarmi presso l”uscio presidiato da due sedie di difesa. Ora la guardo in faccia, mi guarda in faccia. “Signora – le chiedo – che via è questa?”. “No’ mme vvriski”, risponde secca e lesta. “Non me vvriski?”, le faccio eco immediatamente. “Sì. Non mme vvriski”, ribadisce con supponenza un po’ teatrale.
È qui che ci sciogliamo in una bella, complice risata. “Tetta, tu sei una martanesa all’antica” – aggiungo – che risponde al curioso malintenzionato con la lingua dei griki”. ‘Non mi trovi’. Ecco: non mi trovi. Questo è il nome che la donna dà della strada. Come dire L’ignota. Significa l’ignota, una cosa che non esiste. Precisamente come l’astuto Ulisse rispose all’incuriosito Polifemo. Chi sei? Come ti chiami? Nessuno, mi chiamo Nessuno. E Ulisse se la scampò.
Questo, però, di Viale Santa Lucia è un griko più umile e quotidiano, che non avrà Omeri a eternarlo nel Greco classico. Ed anche lei, la ‘femme en rouge’ di Viale Santa Lucia, Tetta Antonaci, oggi inoltrata nel tempo, moglie da oltre sessant’anni di Toto Zaminga di Castrignano dei Greci, sta solo celiando con leggerezza domestica e familiare. Sua madre era Lucia e suo padre Rocco Antonaci, di soprannome Coddhizza (lemma derivante da pianta appiccicaticcia). Erano una bella famiglia contadina, quasi di raffugurazione manzoniana per semplicità e religiosità popolare. Lui, il giovane fidanzato Salvatore (poi scoperto grande milanista come me) veniva ad ogni imbrunire da Castrignano e si accasava, poi sul tardi la salutava e tornava a casa nel paesino vicino degli Ebrei ‘Pezze e capiddhi’. Era però suo padre, il padre di Tetta, Rocco ,il fenomeno per me.
Io, allora – era il ’49, quando nacqui in quella bella casa in affitto, poi comprata da maestro Carmenuccio Stomeo – abitavo proprio accanto agli Antonaci. Verso i quattro o 5 anni conoscevo un po’ tutto il rione. E con Paolo Viola, Antonio, Pietro, Luigi e tanti altri, setacciavamo orti e corti. Una in particolare, Lu Chifòri o Chipùri (forse da keipos, cipo, giardino). Alle due di meriggio Rocco Antonaci, papà di Tetta, armava la sua bicicletta con un blocco di ghiaccio avvolto in un sacco legato sul portabagagli e vendeva in tutto il paese ‘la nive grattata’. Questa immagine remota di salvezza rinfrescante, insieme alla bella frase ‘No’ mme vvriski'(non mi trovi), mi ha fatto tornare indietro di quasi settantacinque anni. Nel quartiere più triste e bello della mia prima infanzia, doloroso di orfanità e carico della malattia seduttiva dei ricordi.
Ci sarà un motivo (che prima o poi mi sarà evidente) se un passaggio da Viale Santa Lucia, mi fa ancora sobbalzare. In un pullover rosso sorridente e una frase di una lingua ormai morente.