Nostalgia di futuro?

Una riflessione tra filosofia, memoria e identità sul desiderio di tornare alle proprie origini e sul bisogno umano di sentirsi sempre “a casa” nel mondo.
di Paolo Protopapa
Valdo Spini, figlio del grande storico socialista Giorgio, si stupì della locuzione usata da Marina, molto piccola, “Sarebbe grottesco”, riferito alla bambola eventualmente ‘parlante’ che lei coccolava teneramente.
Era, invero, assai singolare che una bimba tanto piccola si esprimesse in maniera lessicale così adulta e disincantata. Ciò accadeva in occasione di un Incontro a Grottaferrata delle Riviste Culturali Italiane nel 2008. Valdo (chiamato così per l’appartenenza degli Spini alla Tavola Valdese dei cristiani protestanti italiani) fu ottimo ministro All’ambiente e attualmente è un intellettuale progressivo di punta e dirige il Centro Fratelli Rosselli di Firenze.
Gli piacque il mio Saggio sul Popolo sovrano e mi scrisse la Prefazione.
Marina, allora con la bambolina muta, sta a giorni per iniziare la maturità classica al ‘Mariotti’, unico liceo classico di Perugia.
Pensate quanto siamo anziani! Mia figlia avrà tra poco 51 anni; e comincia ad avvertire nostalgia ‘pour le pays’, per il Salento.
Si potrebbe dire (con Hans George Gadamer) per “la luminescenza dei Sud contro il grigiore del Nord; anche per la felicità della parola rispetto ai silenzi dei taciturni di un’altra Europa”. Luoghi comuni, figuriamoci. Anzi, stereotipi scontati. E, tuttavia, c’è un tarlo ostinato che, un po’ come la (hegeliana) ‘nottola di Minerva’ “compare sul far della sera”. Ora, io penso che – come in un vecchio refrain di Sergio Endrigo (“Come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morirà”) – ognuno di noi desidererebbe sempre tornare dove è nato e dove ha trascorso la prima infanzia. Frederick Novalis lo spiega poeticamente nell’Enrico di Höfferdingern parlando di ‘casa’: “Dove vai? A casa. Dove ritorni? A casa. Sempre a casa”.
Più o meno, nella vita accade così. Questo, mi pare sia il senso, quasi ossessivo dell’abitare la casa. Ed è sempre lui, il giovane poeta poco più che ventenne, autore dei ‘Frammenti’ e degli ‘Inni alla notte, canti spirituali’ (egli morirà molto giovane ventinovenne), a definirlo meglio nel concetto di nostalgia, intesa come dolore (algìa) del ritorno (nòstos). Quindi, Novalis scrive: “La filosofia è essenzialmente nostalgia, il desiderio di sentirsi dappertutto in casa propria”. Si tratta di una sinonimia acuta, non solo romantica, ma teoreticamente feconda, poiché riesce a sensibilizzare la filosofia e a teoreticizzare la nostalgia, umanizzandole entrambe. Sentimento e ragione, dunque, sinergicamente insieme, che guadagnano la formidabile bellezza del nostro complicato raccontare l’animo commosso e inquieto nell’intimità di ognuno di noi. Un tema, questo, elaborato, a mio avviso, in felice coerenza nello splendido ‘Hebel, l’amico di casa’ di Martin Heidegger. Qui, in questo essenziale testamento spirituale di pochissime, splendide pagine, assai lontane dal magistrale ruminare filosofico della Metafisica, egli lo chiama “Amico di casa”. In cui si parla nientemeno che di un Calendario scritto nella ‘lingua madre’ dialettale tedesca. Un Calendario morto. Vale a dire non pubblicato più e, quindi, la consegna per noi del suo lamento del filosofo che si impietosisce per (chiamiamola con Elias Canetti) “la lingua salvata”. Vale a dire la fonte nobile e archetipica “a cui seguirà l’approssimazione della lingua nazionale”.
Naturalmente, al pensatore di Freiburg, dalle forti tinte conservative e, a tratti, decisamente lugubri, nessuno sconto può essere accordato per le distorsioni ideologiche palesemente inaccettabili e reazionarie. Ci chiediamo, pertanto se Il suo “abitare la casa del tempo” possa essere mondato ed emendato. E, perciò, accostato ad un universale e più largo e universale ‘mal du pays’. Qualcosa di analogo potrebbe accadere pensando ad un oggi obsoleto ‘Spleen’ delle avanguardie poetiche di fine Ottocento.
Quella casa da abitare come “Spazio tra noi e il cielo” (di cui mi scuso per la fastidiosa petulanza ripetitiva), rimane comunque un ineludibile varco (heideggeriano) della nostra aspra quotidianità. E – ci chiediamo – la “radura” che ci segna in quanto orizzonte metafisico-reale nella ininterrotta ansia del dopo (incardinata nell’irrinunciabilità del prima originario) può ormai estinguersi?
Se, in tempi così cinici, mi permetto di chiamare tutto questo, e presuntuosamente, “Nostalgia di futuro”, davvero può apparire così riprovevole e vacuo Illudersi di immaginarlo?
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