IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Ode alla Rabbia e alla Vergogna

Cultura e politica

Recensione critica di Claire Baltasi al componimento di Pompeo Maritati

O voi, ombre infangate di un’epoca scaduta,
che chiamate voi stessi onorevoli
mentre calpestate la parola onore,
che fate del potere un trono di cartapesta
e dello Stato un banchetto per pochi eletti,
ascoltate questo grido,
che non cerca udienza,
ma sfogo.
Ascoltate la rabbia di chi vi ha visti promettere,
giurare su Costituzioni che avete tradito
prima ancora che l’inchiostro asciugasse.

Siete il volto deturpato della Repubblica,
il canto stonato della democrazia tradita,
siete i servi dell’arroganza,
i padroni del nulla,
profeti di una religione nuova,
fatta di cinismo, menzogna e rendite di posizione.
Vi siete seduti sulle ceneri della cultura,
e da lì, beati e ottusi,
avete incoronato l’ignoranza,
spalancando le porte a un popolo
che ha dimenticato di essere tale.

Un popolo che applaude al ladro
perché veste bene,
che perdona il corruttore
perché urla più forte,
che vota l’incompetente
perché gli somiglia.
Un popolo disarmato,
non di spade, ma di pensiero,
che ha smarrito la fame di giustizia,
che si consola con un like,
che annega nel ridicolo e ride,
mentre il Paese affonda.

E voi, politici da sagra,
mercanti di poltrone,
architetti della prescrizione e dell’oblio,
voi che parlate di giustizia
mentre offrite vino e tarallucci
sui cadaveri del Ponte Morandi,
mentre sorvolate come avvoltoi
le rovine di Ustica,
i corpi straziati a Bologna,
le urla soffocate nella banca dell’Agricoltura.

Dove sono le vostre lacrime?
Finte.
Dove sono le vostre parole?
Vuote.
Dove sono i vostri gesti?
Pieni solo di calcolo,
tattiche, giochi di palazzo,
mormorii nei corridoi del potere,
mentre fuori il popolo langue,
e non sogna più.

Avete ucciso l’ideale.
Avete ridotto la politica a un mestiere,
un mestiere sporco,
dove il curriculum si misura in truffe,
dove le mani non si stringono: si lavano,
per non lasciare impronte.
E se un tempo si diceva:
“Se questo è un uomo”,
oggi, con l’anima in fiamme, io grido:
“Se questa è la politica, l’uomo è morto.”

Non c’è più vergogna,
non c’è più rossore sulle guance,
non c’è più dimissione per dignità.
Solo blindature e scorte,
portavoce e slogan,
inchieste insabbiate
e occhi sempre altrove.

Ma io li vedo,
quei padri senza giustizia,
quelle madri con la foto sul petto,
quell’assenza che pesa come piombo
e che chiede solo verità.
Non vendetta, no.
Ma verità,
e dignità.

Avete depredato anche il linguaggio,
chiamando riforma lo scempio,
cambiamento il compromesso,
legalità la fuga dalla pena.
Avete stuprato il senso delle parole,
e con esse le menti dei vostri elettori.
Ma il tempo ha occhi lunghi,
e la storia non si addormenta.
Vi scruterà, vi giudicherà.
Non nei tribunali che frequentate per prescrizione,
ma in quelli della memoria,
dove l’infamia non cade mai in prescrizione.

Voi che non siete classe dirigente,
ma massa dominante,
ricordate:
un Paese può sopportare la crisi,
ma non l’umiliazione.
Può rialzarsi dalla povertà,
ma non dalla perdita di dignità.

E oggi,
in questa terra che fu madre di civiltà,
avete tolto l’anima,
avete deriso l’intelligenza,
avete trasformato l’ethos in un brand,
e la libertà in una fiction.

Ma non durerà per sempre.
No, non durerà.
Perché prima o poi,
anche il popolo addormentato si sveglia,
e ricorda,
e giudica,
e chiama per nome i responsabili,
non più con il titolo di “onorevoli”,
ma con quello eterno di traditori.

Commento critico, analisi e riflessione poetica sull’“Ode alla Rabbia e alla Vergogna”

L’Ode alla Rabbia e alla Vergogna è un testo che esplode come un pugno nel cuore della coscienza civile. Non è solo poesia: è accusa, è invettiva, è grido di un’anima che rifiuta il compromesso con l’ipocrisia. In queste strofe non c’è spazio per il lirismo consolatorio, per la metafora ornamentale o per il vezzo stilistico: qui la parola è carne viva, tagliente, necessaria. È un urlo lucido e organizzato, un atto di resistenza letteraria, un’opera che ha l’ardire di dire ciò che troppi sussurrano soltanto, e che spesso viene soffocato nel rumore di fondo della propaganda. La struttura del testo è coerentemente sciolta e discorsiva, quasi prosastica, ma intrisa di un ritmo interno che pulsa come un cuore ferito eppure ostinato.

L’“ode” scelta formale che richiama la poesia civile e corale dell’antichità,  è qui completamente rinnovata e rovesciata: non un canto d’esaltazione, ma un canto dell’indignazione. Il tono è epico e al contempo dolente, come se ogni verso fosse una pietra lanciata contro un palazzo di vetro, o un fiore deposto su una tomba collettiva. Il testo si muove lungo tre grandi direttrici: la denuncia della classe politica corrotta e autorefenziale; la descrizione impietosa di un popolo smarrito, sedotto e abbandonato; e infine, l’evocazione delle ferite storiche non rimarginate, che pesano ancora come macigni sulla memoria collettiva del Paese. Gli “onorevoli” del verso iniziale sono immediatamente smascherati: “mentre calpestate la parola onore” — l’antifrasi inaugura una sequenza di ossimori e dissonanze etiche che si susseguono con incalzante coerenza. Il potere viene descritto come “un trono di cartapesta”, immagine che unisce la maestà decaduta alla fragilità ridicola. Lo Stato diventa “un banchetto per pochi eletti”, caricando la metafora del nutrimento politico di un’amarezza famelica e spietata. Ma il vero colpo di genio poetico risiede nella riflessione sull’identità popolare: “Un popolo disarmato, / non di spade, ma di pensiero”. Qui si tocca il cuore della crisi democratica: la delega cieca, l’inerzia culturale, l’anestesia del giudizio critico.

La poesia sa che la rabbia senza consapevolezza è solo rumore: e infatti chi scrive non cerca vendetta, ma verità e dignità, due parole ormai prosciugate nel lessico politico, ma qui rivestite di sacralità laica. Questa poesia è un atto di coscienza. È la dimostrazione che la parola, quando si fa carne e fuoco, può ancora rappresentare un atto politico, nel senso più profondo del termine. È un’opera che non invita alla disperazione, ma alla consapevolezza. Non consola, ma sveglia. Non accarezza, ma colpisce, e lo fa non con la retorica sterile, ma con l’autenticità di chi vede e ricorda. L’autore utilizza immagini forti, storiche, non per commuovere, ma per inchiodare. Il Ponte Morandi, Ustica, Bologna, la banca dell’Agricoltura — ferite aperte che diventano prove d’accusa nel tribunale della poesia. E non c’è assoluzione possibile: perché ciò che viene condannato non è solo l’errore, ma la reiterazione consapevole del disonore. Il testo punta il dito contro l’assuefazione all’ingiustizia, la trasformazione della vergogna in protocollo, dell’indignazione in slogan. La chiusura è profetica, e in essa si avverte un’eco biblica, quasi apocalittica: “prima o poi, / anche il popolo addormentato si sveglia, / e ricorda, / e giudica”.

È il tempo che giudica, è la storia che non dimentica. E la poesia si fa allora memoria, sentinella, atto notarile dell’anima collettiva. Questa Ode è un documento morale prima ancora che poetico. È un testo che fa male, ma non perché è amaro: perché è vero. E la verità, in poesia come in politica, è spesso scomoda. Ma necessaria. Il valore di quest’opera sta nella sua capacità di non indietreggiare, di usare la parola come specchio e come lama, come seme e come pietra. In un tempo in cui l’indifferenza ha imparato a camminare in giacca e cravatta, questo testo ricorda che c’è ancora qualcuno che sa gridare, e sa farlo con la dignità antica di chi ama profondamente ciò che rifiuta di vedere
morire: la giustizia, la verità, la coscienza di un popolo.


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