IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Oltre lo sballo c’è una lingua che non sappiamo parlare. Perché l’Etnopedagogia cambierà il modo in cui guardiamo i giovani

presentazione libro "Tossico"

In uscita il 29 aprile per Tlon, “Etnopedagogia del consumo tossico” di Leonardo Palmisano e Giusi Antonia Toto rovescia il paradigma sulle droghe: non devianza clinica, ma pratica culturale. Un saggio che smonta le retoriche emergenziali per restituire complessità alle subculture rave, trap e disco.

C’è un riflesso condizionato nel dibattito pubblico italiano: ogni volta che la cronaca registra un incidente legato all’uso di sostanze stupefacenti tra i giovanissimi, la macchina mediatica si accende con una grammatica prevedibile e stanca. Si evocano l’emergenza educativa, la solitudine della Generazione Z, il fallimento delle famiglie. Si invoca più repressione, più “tolleranza zero”. Poi, passata l’onda emotiva, il sipario cala, lasciando intatto un abisso di incomprensione tra il mondo adulto e le subculture giovanili.

È in questo vuoto di analisi che si inserisce Etnopedagogia del consumo tossico. Situazioni sociali e consumo di stupefacenti nelle subculture rave, trap e disco, il nuovo saggio firmato dal sociologo Leonardo Palmisano e dalla pedagogista Giusi Antonia Toto, in uscita il 29 aprile per le Edizioni Tlon. Un libro che promette di diventare un testo di riferimento per chiunque voglia decrittare i codici di una contemporaneità che sfugge alle lenti dell’emergenza.

Il ribaltamento del paradigma: la droga come cultura

La tesi centrale del volume è tanto rigorosa quanto controintuitiva: il consumo di sostanze all’interno di specifiche cornici subculturali (la scena trap, i free party, il clubbing) non è interpretabile esclusivamente come una dipendenza patologica o una fuga disperata dalla realtà. Al contrario, è una pratica culturale appresa. È un linguaggio. È un rito di iniziazione e di appartenenza che si sviluppa all’interno di dinamiche di gruppo strutturate, dotate di regole e significati propri.

“Se continuiamo a patologizzare ogni forma di consumo, riducendo l’adolescente a un paziente da curare o a un deviante da punire, perdiamo completamente di vista il contesto,” spiegano gli autori. “Il consumo tossico, in molte di queste situazioni sociali, è un atto profondamente relazionale. Serve a tracciare un confine tra ‘noi’ e ‘loro’, a costruire un’identità collettiva in spazi dove le istituzioni sono assenti.”

L’approccio proposto da Palmisano e Toto prende il nome di Etnopedagogia. Una crasi feconda tra la sociologia della devianza e la pedagogia speciale. L’assunto è radicale: non si può educare chi non si conosce. E non si può conoscere una subcultura se non la si studia con gli strumenti dell’etnografia, sospendendo il giudizio morale per mappare le grammatiche interne di chi vive quegli spazi.

Dentro i rave e sotto la cassa: un’analisi critica

Il punto di forza di Etnopedagogia del consumo tossico risiede nella sua capacità di sporcarsi le mani. Il libro attraversa i territori fisici e simbolici delle subculture analizzate senza pontificare dall’alto.

Nel capitolo dedicato ai rave party, gli autori smontano la narrazione securitaria che li riduce a “zone di illegalità”. Il rave viene riletto come una Zona Temporaneamente Autonoma, uno spazio dove il consumo di specifiche sostanze è funzionale a un’esperienza di trascendenza collettiva, regolata da codici di mutuo soccorso e harm reduction autogestiti dai partecipanti.

Altrettanto lucida è l’analisi della scena trap. Qui il consumo si intreccia con un’estetica della disillusione e dell’ostentazione materiale. “La trap non inventa il consumo, lo performa e lo spettacolarizza come sintomo di un iper-capitalismo che ha mercificato anche il disagio,” si legge nel testo.

Eppure, il saggio non scivola mai nella giustificazione. Comprendere che un comportamento ha una matrice culturale non significa ritenerlo innocuo, ma significa individuare la leva giusta per disinnescarne la tossicità senza distruggere la persona.

Le voci degli autori: capire per non reprimere

Per comprendere la portata politica del libro, bastano le parole dei suoi autori.

“Il nostro non è un saggio sulle droghe, ma sulle relazioni,” precisa Giusi Antonia Toto, delineando l’orizzonte pedagogico dell’opera. “La pedagogia speciale ci insegna che ogni comportamento è un tentativo di comunicazione. Se un ragazzo impara a consumare sostanze per sentirsi parte di una tribù, l’intervento educativo non può limitarsi al divieto. Deve offrire alternative di senso altrettanto potenti. La vera sfida non è svuotare le piazze, ma riempirle di relazioni significative.”

Leonardo Palmisano affonda il colpo sulle contraddizioni del discorso pubblico: “Criminalizzare una subcultura musicale è l’alibi perfetto di una politica incapace di governare la complessità. Prendiamo la trap o i rave: li trasformiamo in capri espiatori per non dover ammettere che le nostre città sono disegnate per escludere i giovani. L’Etnopedagogia serve a questo: a disarmare la retorica della paura con l’arma della comprensione sociale.”

Una provocazione che arriva chiara in un momento in cui i decreti “anti-rave” dominano l’agenda politica.

Limiti e questioni aperte

Se c’è un limite nel volume è la difficoltà di tradurre immediatamente questa complessità teorica in protocolli operativi standardizzati. L’Etnopedagogia richiede operatori formati, tempo, risorse e una destrutturazione dei SerD (Servizi per le Dipendenze), spesso ancorati a modelli clinici superati. Gli autori tracciano la rotta, ma il “come fare” su larga scala rimane una sfida aperta per le istituzioni.

Inoltre, la fluidità estrema delle subculture digitali contemporanee rischia di rendere rapidamente obsolete alcune categorie analitiche legate a scene musicali specifiche. Tuttavia, il metodo etnopedagogico proposto rimane valido a prescindere dal contenitore estetico del momento.

Cambiare la domanda per cambiare la risposta

L’uscita di Etnopedagogia del consumo tossico il prossimo 29 aprile non è solo un evento editoriale rilevante, ma un’opportunità di igiene mentale per il dibattito italiano.

Il libro ci costringe a fare i conti con un fallimento collettivo: abbiamo costruito un mondo in cui l’aggregazione giovanile non mediata dal consumo è diventata quasi impossibile. Palmisano e Toto ci ricordano che prima di giudicare una generazione, dobbiamo imparare la sua lingua.

E la domanda con cui il saggio ci lascia, chiudendo l’ultima pagina, è di quelle che non permettono sconti: e se il problema non fossero i giovani che si drogano, ma lo sguardo clinico, spaventato e giudicante con cui ci ostiniamo a leggerli? Cambiare questa domanda è il primo passo per iniziare, finalmente, a educare.


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