Ombre ferragostane. Tra tempo e filosofia.

di Paolo Protopapa
Nel dialogo filosofico, specialmente classico, si può sospettare, magari inscenandolo ‘in cauda venenum’, che l’uso tecnico della contraddizione miri alla con/versione al punto di vista del proponente. Ciò accade – e va ammesso per onestà intellettuale – che un tale ricorso sia assai vicino alla tradizione classica tedesca, la quale considera che “la contraddizione è l’anima della dialettica”, almeno da Fichte a Hegel a Marx. Ora, è altresì evidente, che non si tratti soltanto di una figura retorica, quale la contraddizione ‘anche’ appare, ovvero di un espediente del pensiero per prostituire la verità ad uno scopo utilitaristico. E, dunque, che la funzione logica del principio oppositivo, in quanto non meramente dialettico, bensì kantianamente “Real-repugnanz” (contrasto oppositivo concreto) non possiamo ridurla a roba da avvocati o di retori o di politicanti o di teologi e maestrucoli e sofisti da sacrestia.
Da Platone a Kant, da Wittgenstein a Peirce a Popper…la contraddizione e, pertanto, la contra/posizione (cioè la fatica meccanica tessuta teoreticamente tra i contrari) è cosa quanto mai seria e drammatica. Seria perché, senza la strumentazione del ‘Dialèghestai’ mentale, non si argomenterebbe alcunché. E drammatica, inoltre, perché poche cose più del pensiero, innalzandoci sugli altri enti naturali, ci condannano a scontare la morte tramite il desiderio (malato) di giustificare la vita.
L’ottimismo delle ‘anime belle’ cede e cade proprio su questa condizione umana di solitudine e di tristezza estrema. Vale a dire “la condanna ad essere liberi” e, quindi, a pensare la morte come postulato essenziale della vita e a percepire la vita come premessa irredimibile rispetto alla necessità della morte. Appare, pertanto, sensato che se Martin Heidegger non definisce l’uomo come “essere-per-la morte” semplicemente per mania di nichilismo filosofico, bensì come trait d’union tra terra e cielo, forse su questo pensiero ineludibile e paradigmatico dobbiamo quantomeno spendere una riflessione.
Possiamo, certo, ipotecarci disperatamente l’esistenza in un assoluto inabissamento pre o meta antropologico e nullificarci ‘sine speme’. E, tuttavia, non potremmo, al contempo, non percepire tale scelta come rinuncia alla lotta. Mettiamola retoricamente, ma anche realisticamente così: cosa altro è la vita se non lotta, sempre e indefessamente, per qualcosa? L’ artista contro la materia, che ci seduce e ci limita, e – assai più modestamente – l’uomo pensante contro e dentro la parola che mistifica e tradisce e che finge la verità. Proprio essa parola (non solo detta, ma pensata e pensante) edulcora il mondo, nel mentre lo dice, e lo colora di appagante, superficiale trappola persuasiva.
Oppure ne tenta la finale, catartica resurrezione di “approssimazione veritativa”. Probabilmente, se non fossimo apparsi alla vita ‘ex nihilo’ da una assenza feroce, avremmo optato per la prima, ipocrita congettura. Sicché la crisi della presenza di genere permanente e in-scalfibile, nella sua intima essenza ontologica, si disvela per noi quale recisamente insuperabile. Ed era, come dicemmo, “il fio della parte” addidatoci dal pensatore venerando e terribile del divenire.
Questo briciolo di verità effettuale, cioè di esperienza recuperata dalla vita subita ‘in carne ed ossa’, squarcia dolorosi, forse solo possibili spiragli di senso nel dominante Nonsenso (tutto unito in maiuscolo!) delle nostre esistenze fugaci. Nel nostro mestiere – difficile e per tanti aspetti assolutamente vano – una o due cose possiamo aver capito. Innanzitutto che nessun bene esiste se non lo costruiamo con l’umile onestà quotidiana del lavoro. E che il lavoro onesto non è né capriccio, né fortuna, né felicità. Semplicemente è quel ‘”sàpere aude”, metro di lotta umana che ci regala un briciolo di dignità fuori dall’impersonalità. Forse tentando, un po’ leopardianamente, a non invidiare l’impensante gregge sbriciolato nei tanti che eludono disperatamente il pensare.







