Osservazioni sul referendum confermativo – di Michele Marino
Escludendo il Comitato per il No, facente capo al figlio del compianto generale Alberto Dalla Chiesa, e pochi altri, stiamo assistendo ad una sorta di corrida, una bagarre politica, faziosa e inadeguata all’importanza del tema, tra le opposte fazioni destra/sinistra, che – con ogni probabilità – non riuscirà a mobilitare, e quindi convincere, la maggioranza degli italiani aventi diritto al voto, esercitandolo per questa, imminente sesta consultazione popolare negli ultimi decenni.
Va detto, ad onor del vero, che la Corte di cassazione ha correttamente vagliato la legittimità del quesito posto dal Governo per la conferma o meno della Legge costituzionale, approvata in sordina antidemocratica, sollecitando ufficialmente l’esecutivo a correggerlo in quanto imperfetto, non esaustivo e poco trasparente sotto l’aspetto della comunicazione istituzionale (esiste dal ’90, grazie al collega della Presidenza del Consiglio, Stefano Rolando, ma ne ignorano ormai le regole essenziali cui noi siamo stati formati professionalmente), la quale dev’essere – specialmente in tali ipotesi – molto chiara e di facile lettura e comprensione. In qualche modo, la Suprema corte ha lasciato intendere, a mio avviso, che sia i tecnici legislativi, sia gli esperti di comunicazione al servizio della Meloni vanno “rimandati a settembre”. Tanto più dopo che il Parlamento è stato esautorato dalle proprie competenze repubblicane per un paio di anni nel tragitto della “navetta” avanti e indietro, con doppio esame e conseguente approvazione assembleare, senza alcun rispetto tanto per la prassi delle leggi costituzionali, quanto per la rilevanza delle modifiche ad una serie di articoli, sette per la precisione, che incidono in maniera tutt’altro che irrilevante sul nostro Ordinamento.
Orbene, non saprei se si tratti di un’usurpazione di fatto o di un abuso di potere da parte dell’Esecutivo a danno del Potere giudiziario, ma il dubbio sorge spontaneamente e motivatamente, ascoltando le ampie, dotte dissertazioni di costituzionalisti del rango di Azzariti o Zagrebelsky, magistrati e ordini degli avvocati che sostengono quanto sia grave l’eventuale entrata in vigore della riforma in questione: lo sbilanciamento o lo squilibrio tra i poteri dello Stato. La qual cosa, appunto, inizia in modo subdolo e “regolare” formalmente, affermando un sistema “gruppocratico” (così lo definiva il compianto prof. Ciaurro, mio capo di Gabinetto e ministro), in cui il Parlamento viene ridotto a mero maggiordomo, esecutore di ordini – pardon, “direttive” .. stringenti – impartiti impietosamente e ipocritamente dai presidenti dei gruppi parlamentari di maggioranza ai propri sottoposti, pseudo onorevoli.
Quindi, mi viene un’idea: detto errore di scrittura del quesito potrebbe essere stato frutto di un vizio mentale colpevole, prima che giuridico o logico, come se il “legislatore” stesse cuocendo una frittata da propinare all’ingenuo, sciocco cliente di passaggio, sfornando un testo da mane a sera, senza alcun impegno intellettuale, sì da dimostrarsi ridicolo, inadeguato e incomprensibile a causa di una certa arroganza e strafottenza verso il “popolo bue” …
Tutto ciò premesso, vige comunque la “ragion di Stato”. Cioè bisogna salvare il salvabile, per cui a Palazzo Chigi non sono neanche tenuti a riprendere in mano la “pratica”, limitandosi a rettificare il titolo del quesito, senza preoccuparsi di cambiarne la data! Forse perché l’obiettivo è che il cittadino comune, protestatario e/o disinformato, ci capisca il meno possibile e, per ciò, non sia invogliato a partecipare, come ormai succede sempre più frequentemente ed in linea con la prassi nei precedenti voti referendari, cosa che avvantaggerebbe in ogni caso il potere al comando.
Infine, mi pare squallido e poco democratico vedere aggredire dialetticamente la Magistratura, specialmente dai politici, piuttosto che dai giornalisti o opinionisti al soldo del Governo, descrivendo gli operatori della Giustizia come lobbisti corrotti, capipopolo o al contrario servi del sistema correntizio del C.S.M., quando sono servitori dello Stato, disciplinati dalla Costituzione, o più genericamente funzionari pubblici, applicati alla giustizia, e che, comunque, non è eticamente corretto ammettere che facciano politica attraverso l’Associazione nazionale magistrati o altre appartenenze di sub categoria.