Otranto tra passato e presente
di Paolo Protopapa
Dove si trova il porto di Otranto e si vedono le barche ben ordinate e allineate, la spiaggetta era parzialmente frequentata da pochissimi bagnanti. Il luogo per i bagni estivi era dietro gli archi, dove già era attivo il sistema dei frangiflutti, su cui era più facile per noi ragazzi catturare granchi.
Io chiedevo ai miei parenti otrantini, ma per parte paterna di origine martanese (Gaetani-Giammarruco, in seguito pazienti per decenni del dott. Aldo Maggiulli) perché mai quella comoda spiaggetta dentro il paese fosse deserta. Mi dicevano, e non erano i soli, che c’erano ancora focolai di malaria. Bastava questo nome perché il deterrente semantico funzionasse a dovere e l’isolamento spingesse tutti verso gli altri lidi.
La storia della malaria otrantina, non solo non era peregrina, ma risulta nota e storicizzata da secoli. I Limini (più corretto di A-limini) erano paludi (limina) che si irraggiavano per oltre 5000 ettari di proprietà dei ‘Germani Frisari-Tamborino’, sino a Patulicche (Paludicche) in agro di Borgagne. Questo borgo, in dialetto Vrani, indica con l’epiteto significativo di ‘Ncracalati’ i borgagnesi. Qui una parte degli abitanti, sino a metà degli anni ’50 del Novecento, era gonfia e di colore giallo, chiara espressione del ‘Plasmodium malariae’. Li salvò l’uso sistematico e terapeutico del Chinino di Stato. La scrittrice inglese Diane Ross, accanto alle tradizioni della Pizzica, raccontò due secoli fa che dal tramonto in poi “i miasmi lacustri dei laghi Alimini ammorbavano l’aria di Otranto” in un respiro mortifero. Perciò, stante una tale memoria diffusa circa lo stato paesaggistico dei litorali non solo idruntini, ma melendugnesi e leccesi e oltre, non era difficile convincersi che ‘abbasciu ‘u portu’ quel piccolo arenile conservasse residui malarici e, per evidenti fattori morfologici di ristagno, inidoneità alla balneazione. Dopo un primo intervento di piantumazione negli anni Trenta, coevo alla Bonifica della Pianura Pontina, sempre sulla scia delle idee del grande scienziato Serpieri, la Riforma agraria tra il 1949/51 bonificò l’intero litorale idruntino e reinventò Otranto come ecosistema di eccellenza ambientale, con un vastissimo areale rinato.
Lo sviluppo balneare, pertanto, si confermò orientato sul versante opposto – dalla Madonna dell’Alto Mare al Faro della Punta – e il Porto della città dei Martiri diventò sempre più esclusivamente e modernamente tutto il porto.
Come si vede, un lungo processo storico in cui si conciliano (e necessariamente collidono) la tutela di interessi privati con la progettazione pubblica. Oggi siamo in attesa di una importante opera di messa in sicurezza e di riqualificazione estetico-paesaggistica affidata dalla municipalità-Bruni al noto architetto Stefano Boeri. Può darsi, allora, che la malaria residuale (o resistente) in quella linda spiaggetta sotto le maestose Mura Urbiche, non fosse il vero motivo del divieto di balneazione. E che in quella acerba stagione di modernizzazione urbana e sociale di oltre sessant’anni addietro, Otranto si accingesse a gestire e conciliare una più complessa dialettica di risorse. La microstoria, spesso sollecitata da un’immagine, può essere la chiave per tessere il locale col globale. Contrariamente a quel che si presume, in questo caso aveva ragione Friedrich Hegel, cioè vedere “l’Universale nel Particolare”, vale a dire la storia grande nella storia piccola. ‘Si parva licet…’