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Paola Cortellesi, le donne della Resistenza e il dovere della memoria

le donne della Resistenza e il dovere della memoria

Un monologo che ricorda il contributo delle donne alla Resistenza, alla nascita della Repubblica e alla costruzione della democrazia italiana.

di Riccardo Rescio

Davanti al Presidente della Repubblica, alle più alte cariche dello Stato, a una folla di cittadini e a milioni di italiani collegati in diretta su Rai 1 e in Eurovisione, Paola Cortellesi sale sul palco e si sistema dietro un leggio.
Non ha un copione tra le mani, ma i fogli sono lì, li sfoglierà con calma mentre parla, perché ogni parola è stata pesata.
L’attrice e regista, nota per la sua ironia graffiante e la sua capacità di raccontare l’Italia vera, indossa un abito semplice e inizia il suo monologo a memoria, guardando la piazza.
Non parla subito di eroine, non nomina subito partigiane o costituenti.
Inizia da dove tutto comincia, dalla condizione della donna sotto il fascismo.
Cortellesi racconta che la donna era considerata un essere inferiore, che il suo unico ruolo riconosciuto era quello di moglie e madre, che la sua conformazione fisica e il suo destino biologico venivano usati come pretesto per limitarla, per chiuderla in un perimetro stretto fatto di obbedienza, silenzio e sacrificio silenzioso.
Racconta che non poteva votare, che non poteva accedere a molte professioni, che la sua istruzione era considerata superflua se non dannosa, che il codice civile la rendeva suddita del marito, che il regime la voleva analfabeta di politica e devota al culto del Duce e della prole.
Cortellesi dice che quella era la gabbia in cui milioni di donne italiane erano nate e cresciute, convinte spesso che quella fosse la normalità, l’unico orizzonte possibile.
Poi la sua voce cambia, si fa più ferma, e spiega che dall’interno di quella gabbia, nonostante quella gabbia, qualcuna ha detto no.
E a quel punto, sullo schermo alle sue spalle, iniziano a materializzarsi le prime fotografie in bianco e nero.
La prima immagine è un volto giovanissimo, occhi intensi e sguardo fermo, è Teresa Vergalli, nome di battaglia Annuska.
Cortellesi racconta che a 16 anni nascondeva messaggi nelle trecce e una piccola rivoltella nel reggipetto per uccidersi se fosse caduta nelle mani dei nazisti.
Dopo la guerra girò per le campagne con il fac-simile della scheda elettorale per insegnare alle braccianti come votare.
La seconda immagine è Tina Anselmi, sorriso dolce e determinato, che a 17 anni vide l’impiccagione di 31 prigionieri in piazza e da lì decise di unirsi alla Resistenza, dedicando poi tutta la vita ai diritti civili e sociali delle donne.
Poi lo schermo mostra il volto di Irma Bandiera, bionda, bella, 29 anni.
Cortellesi abbassa la voce e racconta la sua storia, quella di una ragazza di famiglia benestante che poteva starsene a casa al sicuro ma scelse di impugnare le armi per la libertà.
Racconta della cattura del 7 agosto 1944 a Funo, in casa di uno zio, dei sei giorni e sei notti di torture nella sede della “Compagnia Autonoma Speciale”, dei fascisti che la seviziarono per strapparle i nomi dei compagni e delle basi partigiane.
Racconta che Irma non parlò mai, che resistette con un coraggio quasi inumano, e che i suoi aguzzini, per punire il suo silenzio e la sua fierezza, arrivarono ad accecarla con una baionetta.
Racconta la mattina del 14 agosto 1944, quando la caricarono ancora viva ma ormai morente su un camion e la portarono al Meloncello, a pochi passi dalla sua abitazione, sotto la finestra della casa dei suoi genitori, e la uccisero con una raffica di mitra.
Poi Cortellesi cita le parole che Irma fece in tempo a scrivere per sua madre, “Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa”, e quelle parole diventano il testamento spirituale di una generazione.
Lo schermo continua a scorrere, mostra i volti di Nilde Iotti, partigiana nei Gruppi di Difesa della Donna, poi una delle ventuno costituenti e prima Presidente della Camera, e di Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, che contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Ma Cortellesi non si ferma ai nomi noti, vuole ricordare anche la moltitudine silenziosa delle donne comuni, quelle i cui volti non sono finiti sui libri di storia, quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione, che allevarono figli nella fame e sotto i bombardamenti, fecero code per un pezzo di pane e ricostruirono il paese mattone dopo mattone, silenzio dopo silenzio, sacrificio dopo sacrificio.
Alla fine del suo affresco, Cortellesi guarda la piazza e scandisce con forza, “Quelli dopo di lei siamo noi”, riferendosi a Irma Bandiera ma idealmente a tutte quelle donne.
Con queste parole trasforma la voce di Irma e delle altre in una responsabilità collettiva, un patto generazionale che lega indissolubilmente la libertà conquistata ieri al dovere di custodirla oggi.
Qualcuno, nei giorni successivi, ha espresso considerazioni non del tutto lusinghiere sul monologo di Paola Cortellesi, sottolineando a loro avviso una mancata, doverosa citazione fra le donne che hanno contribuito alla nascita della Repubblica italiana, anche cariche istituzionali di oggi.
Questa critica, però, non regge alla verifica dei fatti, Cortellesi ha elencato, e lo ha fatto ampiamente, partendo dalla condizione generale delle donne, passando per Teresa Vergalli, Tina Anselmi, Irma Bandiera, Nilde Iotti, Teresa Mattei, e concludendo con tutte le anonime donne comuni che hanno ricostruito il paese.
Ma al di là di ogni sterile polemica, dovrebbe essere molto chiaro a tutti che esiste una differenza sostanziale fra un ruolo rivestito e un comportamento attuato.
Alla storia si passa per le cose fatte non per i ruoli rivestiti.
Il monologo di Cortellesi non era un trattato di storia istituzionale, era un atto di memoria viva.
Ha scelto di non limitarsi a elencare cariche, ma di raccontare comportamenti esemplari, quello di donne che hanno trasformato i loro corpi e le loro vite in un campo di battaglia per la libertà.
Ha scelto di partire dalla gabbia in cui erano rinchiuse per mostrare quanto fosse grande il coraggio di chi ha cercato di uscirne e di abbatterla.
Ha scelto Irma Bandiera e Teresa Vergalli e Tina Anselmi non perché avessero un titolo, ma perché hanno fatto qualcosa di concreto, hanno rischiato, hanno sofferto, hanno vinto o sono cadute ma non si sono mai piegate.
I loro esempi scardinano qualsiasi retorica di potere e ricordano a tutti, anche a chi vorrebbe ridurre la memoria a una semplice lista di nomi da spuntare, che la Repubblica non è nata dai palazzi, ma dalle strade, dalle carceri e dalle montagne, dove persone comuni hanno compiuto scelte straordinarie partendo da condizioni di estrema limitazione e svantaggio.
Chi sceglie di ragionare con l’ideologia, invece che con la sostanza dei fatti, costituisce quel terreno fertile non per la coltivazione di ciò che necessita alla nostra sopravvivenza, ma terra certamente fertile ma incolta per far crescere erba malefica buona per avvelenare l’umanità.
La forza del monologo di Cortellesi stava proprio in questo, nel partire dalla descrizione precisa della prigione patriarcale fascista per poi mostrare, una dopo l’altra, le donne che hanno scelto di evadere da quella prigione con le armi in pugno, con le parole della Costituzione, con la fatica quotidiana della ricostruzione, legando il sacrificio estremo di Irma al lavoro istituzionale di Nilde Iotti, alla resistenza quotidiana di Teresa Vergalli e Tina Anselmi, e alla fatica silenziosa di tutte le altre, ricordando che la libertà di oggi poggia su quella intera piramide di coraggio, non su singole caselle da spuntare in una lista di presenze, e che il vero rispetto per chi ha dato tutto non sta nel conteggio dei nominati, ma nella capacità di ascoltare ancora oggi la loro voce e di farsene carico.

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