Parola è Ethos

di Maria Rita Bozzetti
La parola ha un suo valore etico: il Verbo di cui parla Giovanni all’inizio del suo Vangelo è Logos, ma anche parola: Dio parlando crea, in una immagine così potente ed evocativa, che da sola esprime la forza della parola.
La storia racconta di monosillabi che hanno mutato il suo corso; ci tramanda brevi frasi che sintetizzano pensieri e decidono l’inizio di nuove ere.
La nostra epoca è governata dalla comunicazione che permette dialoghi tra le nazioni, in senso positivo di commerci, divertimenti, scambi culturali, in una cooperazione che salvi da miseria e violenze.
Le parole che costruiscono ponti devono avere forza di verità: sono castelli evocativi di bellezze perché certe brutture che offendono la nostra sensibilità possano venire cancellate. Sono le pagine belle dell’Umanità che vuole cambiare costumi di vita in zone che partendo da tristi realtà, imbastiscono cattedrali per un vivere equo e sostenibile. Nelle inaugurazioni di progetti appaiono come idee meravigliose, frutto di un’umanità che vuole amare l’altro in modo autentico.
Accanto a queste ci sono le dichiarazioni di guerra che sviliscono le parole: non si possono credere vere le giustifiche di una aggressione, non ci sono verità che possano significare la morte di un bimbo ucciso sulla strada di casa sua con ancora un peluche tra le mani. Davanti a queste scene le parole devono solo tacere, non si possono ascoltare, perché tutti parlando è come se dimenticassero che quel bimbo è morto anche a causa delle nostre mancate opposizioni alla violenza.
La guerra svuota le parole. Toglie ogni senso. Quel senso che si manifesta fin dalla nascita e accompagna il primo dittongo che pronuncia un bambino “ma ma pa pa” e che assume senso di parola, tanto il desiderio dei genitori di ascoltarlo parlare.
La parola è strumento di mente e cuore, di conoscenza e di sentimento, possiamo crescere o restare immaturi. Permette l’incontro con uno diverso da noi, ma le parole parlano anche a noi, quando leggendo sentiamo che esse ci appartengono, scritte per poi stamparsi in quelle vuote caselle che dentro aspettano una soluzione di risposta. La parola non si esaurisce nel suo suono: continua l’eco a lavorare dove depositata non è una cosa poggiata ma creatura viva che continua ad elaborarsi per trovare nuove verità.
Ripetiamo spesso brevi frasi ascoltate in momenti nostri o che per caso ci hanno colti presenti. E quel suono non ferma mai di ripetersi.
“Ti amo, amore”: e il riascolto alimenta la voglia di presenza, ingigantisce la persona che sembra sempre più importante; c’è anche il frammento di pettegolezzo che tenta di infrangere un rapporto, e si gioca su poche sillabe dette in modo da essere lama e non verità. Sono questi esempi gli estremi di un ampio ventaglio di possibili ruoli che la semplice parola assume: mostra come, quanto esprima, non corrisponda sempre al suo suono, e quanto conti il carico emozionale che in sé trascina e che può dare un colore o quello opposto, a seconda della luce sotto la quale ascoltare o leggere.
Viviamo in una società che verbalizza molto: è un tentativo di bloccare l’altro sotto un fiume di parole, quasi suoni che tolgono aria e libertà mettendo catene di confusione e di cedimento fisico. Davanti alle logorroiche forze di un venditore che ti sconfigge, si preferisce declinare qualsiasi invito, anche con miraggio di un risparmio.
Ma esiste un’aria di verità di cui l’io abbisogna come di ossigeno per sentirsi in pace con sè stesso: e il silenzio può ricostruire questo clima salubre accompagnando un tranquillo rientro in sé. Nel silenzio la parola si libera e può connettersi con l’origine della sua nascita, con il punto da cui è partita per significare non solo il presente ma quanto di passato regna nel cuore e a sprazzi si manifesta, per ricordare trascorse esperienze, o loro perdita. E’ quel punto che si dipana e chiarisce verità: così quando una frase, un brano ferma il pensare e ci costringe a scendere al livello dello scritto per recuperarlo nel proprio io e a rileggerlo con i colori del proprio cuore, allora le parole scritte sembrano impersonare personaggi del nostro vissuto e si rincorrono in un racconto che mostra le crepe dove si è infiltrata la ruggine di rapporti, l’amaro di disilluse realtà. Anche i tradimenti sono svelati da una porta che sotto l’azione di una semplice parola si apre e pare essere una magia il capire tutto. Sono parole sedimentate, ritornate padrone del senso e dell’originario motivo del loro essere state pronunciate, poi nascosto da confusioni di sbalzi emotivi, spesso aggiunti che non appartengono.
Detta con amore una parola fa crescere, alimenta, ripristina il giusto rapporto dell’io con il mondo esterno, limando gli eccessi del sentirsi libero o del piangersi solo. La voce che fa decantare le illusioni pericolose su sé stessi è comunque voce materna, con un carico di affetto che sa sfidare la rabbia del bambino che non vuole crescere. E spesso anche l’adulto non accetta e non vuole crescere, continuando ad usare parole che sono dissociate dal loro senso e portano l’individuo a non riuscire a comunicare con l’altro.
La parola può creare un’emozione e insieme da una emozione può essere distrutta: occorre rispetto per le parole, anche quando scaricano rabbia, e chi ascolta si potrebbe ferire e la riparazione non sempre è conseguente. Ferite aperte sono ombre che soffocano germogli di gioia.
2 Parte
La parola non va abusata, esagerata, minimizzata, adulata, corretta, violata, ma va rispettata; va imposto il suo valore, e non deve essere oggetto da corrompere: un “si” ha cambiato percorso di storia, un semplice “si”, senza altre parole accanto perché solo lo spazio intorno libero può permettere ad una parola di espandersi e diventare forza che cambia l’uomo.
Le violente diatribe, senza verità che alimentano la TV e il web, tolgono forza alle parole, le indeboliscono, sono intrecci fumosi di nulla che girano sulle immagini e credono di essere verità. L’affabulazione può raccontare una storiella: la verità si può esprimere in sintesi brevi e sono queste che dovrebbero essere richieste per non turbare gli ascoltatori, che alla fine si sentono intrappolati in reti di suoni e non capendo, cambiano programmi e non si informano.
Spesso cerchiamo di “inventare” la verità e offendiamo le parole, cui più nessuno crede. Non comunicare è il punto iniziale di ogni guerra.
Quando la parola spogliata della carica emotiva viene commercializzata per manipolare il lettore, o deviare l’ascoltatore dai suoi credo, la comunicazione diventa un esercizio inutile alla verità e i testi o i discorsi perdono sostanza di utilità.
Scrivere non convinti o peggio parlare una lingua che non si ama, crea un vuoto che tende ad isolare il soggetto. Ci si rifugia nei social dove immagini e parole tendono a darsi verità reciproca, anche se regna la falsità del raggiro, imperante.
Così si perde piacere di lettura che non sia breve e cui poter rispondere: i giovani camminano con il phone in mano, non con un libro.
Per arginare il vuoto che tende ad offuscare anche il più semplice orizzonte, la parola come atto di comunicazione va recuperata. Va ripescata da letture che scavano nell’io, dove si comunica il sentire del cuore, la risposta alla sua assenza, la reazione alla sua presenza. Va saziata di pathos, con il carico di sofferenza, va asciugata dai torrenti dell’indifferenza che tentano di dare colore algido, perché non trasmetta dolore. Ma sentire il dolore, in un contagio anche superficiale, in una presenza che diventa ombra alla gioia, vivere l’algia di vivere non è male per l’anima. La costringe a guardarsi intorno e smettere di incensare il suo ego, provando la sofferenza dell’altro. in un ponte tra gli esseri, che li rende fruitori e compagni di viaggio nel mondo. Questo è il passo necessario per sconfiggere solitudini e panico davanti alla morte. Ritrovarsi nello sguardo dell’altro, vestire il suo abito e parlare la sua lingua è vivere nella dimensione sociale, è sentire il sé amico dell’altro, una divisione dei progetti, dei successi e insuccessi che incoraggia alla vita, a credere nel domani, a sentire il “dopo” come realtà del presente e non temere nulla.
E’ la parola che riesce a gestire i rapporti, quando “vera” è autentica espressione di anima e come tale ha la forza di mettersi in comunicazione con l’altro e vivere momenti di crescita e di perfezionamento di sé stessi. E’ la parola che ingrana ogni marcia in avanti, che sana ferite involontarie e superficiali, che riversa un carico di sapienza ancestrale con pochi lemmi scelti. Aiuta a piangere la parola perché apre i lucchetti dove stagna l’insuccesso solitario, che in un pianto può trovare la sua liberazione e raccogliere quei punti di un disegno che sconfini nel futuro desiderato.
La parola è aiutata dal silenzio: ma può essere azzittita e favorire il ribollire di istinti mortali. In questo mare di confusione emotiva, interrogarsi e scrivere le risposte perché si possano meditare, in un confronto non solitario ma con gli altri, è un passo sicuro verso un giudizio condiviso, che rimetta ogni parola nella sua giusta casella e le mancanze nella lista di riparazione in attesa di correggersi e rinascere a vita diversa. Una parola deviata può innescare motivazioni non d’amore ma di odio: occorre recuperare il senso etico di ogni parola che esprimiamo. Parola è ethos vitale.