Pensare eticamente e votare civicamente
Paolo Protopapa
L’articolo su ‘Il Pensiero Mediterraneo’ (Onestà intellettuale e sensibilità democratica) viene da una sollecitazione del discorso pubblico relativo ad alcune posizioni da parte di autorevoli prelati a capo delle istituzioni ecclesiastiche.
In tempi di vecchio PCI – quando la fondamentale visione laica, addirittura di radice e matrice togliattiana e, ‘a remoto’, piemontese – segnava la prospettiva costituzionale, tale concezione non poteva che essere (e apparire) anti-corporativa. Non solo verso l’Ordine giudiziario, bensì verso qualunque categoria si allontanasse dalla rappresentanza e dalla sovranità popolare.
Da Gramsci e, soprattutto, Terracini, Togliatti e il socialista Vassalli, l’Ordine della magistratura doveva essere rispettato, ma non riverito. La differenza tra rispetto e reverenza è il medesimo che insiste tra rispetto e devozione. Ovvio che i due soggetti pubblici sono diversi, anche se auspicabilmente collaboranti, ma con una soglia sottile.
Un grande partito, quale era il PCI, la conosceva, la garantiva, la presidiava. Anche perché è limpido il principio ordinamentale che la rappresentanza politica di uno Stato democratico di tipo parlamentare, è in capo alla sovranità popolare. La quale esprime il potere legislativo ed il potere esecutivo (governo), non anche il potere giudiziario. Gli organi legislativi ed esecutivi hanno sovranità rappresentativa e sono sottoposti al controllo giudiziario. Essi sono espressione ed emanazione diretta, per suffragio universale, del popolo. Della cui rappresentanza si avvalgono entro regole, procedure e limiti costituzionalmente stabiliti. L’Ordine giudiziario è tutore della legge, anche suo interprete ai fini di una corretta sua applicazione a tutela del cittadino. Non ne è direttamente il rappresentante.
È, a mio giudizio, proprio nel concetto di rappresentanza, che negli ultimi decenni si sono ingenerati equivoci e contrasti di delicata soluzione, ma anche di acuta contrapposizione. Conseguenza più evidente e perniciosa è l’antagonismo tra politica e magistratura, che esprime la tendenziale autonomizzazione di un ceto (politica), da una parte, e tendenziale vocazione di supplenza della politics, dall’altra.
Solo se pensiamo compiutamente ed organicamente ai guasti della stagione di tangentopoli, possiamo tentare un riequilibrio ed evitare che il Referendum, straordinario strumento costituzionale di democrazia diretta del popolo scada in rissa e guerra settaria per bande. Chi ha fatto e fa politica, assumendosene oneri e dure responsabilità, sa che non può abdicare all’imperativo etico del dovere civico di ragionare e votare liberamente.