IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Per La Provincia

Palazzo della Provincia di Lecce

Palazzo della Provincia di Lecce

di Paolo Protopapa

L’Unione province Italiane (UPI) celebra a Lecce la sua 38ma Assemblea Nazionale. Nei due giorni dei lavori di oggi 25 e domani 26 novembre, con la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, saranno affrontati i delicati problemi di una istituzione fondamentale per la fisionomia politica e istituzionale dell’intero Paese. Prima ancora che di un adempimento giuridico-amministrativo, si tratta di una questione storica e culturale, che attiene al complicato processo della conquista, risorgimentale e poi partigiana, dell’Unità Nazionale.

Senza soffermarci sull’indagine filologica di un termine di straordinaria eccedenza semantica, vogliamo sottolineare come il concetto di provincia attraversi un Evo plurimillenario di vicende storiche, per fissarsi utilmente nella modernità e, in seguito, nella contemporaneità della Provincia costituzionalmente concepita e normata. Tra i primi – e con icastica puntualità patriottica ma non campanilistica – fu Cosimo De Giorgi, nostro grande conterraneo e scienziato, ad adottate La Provincia di Lecce, quale locuzione per ritagliare consapevolmente, entro il quadro più generale della Terra d’Otranto (di cui lo storico Mario Spedicato ha trattato nella Provincia Sospesa), un’identità specifica.

Un lavoro di straordinaria ricerca, quello del medico di Lizzanello, leccese di adozione, che vide nel 1888 la pubblicazione dei Bozzetti di un Salento per la prima volta esposto, scandagliato, poeticamente raccontato come mai era prima avvenuto. È lì la pietra miliare della genesi storico-genetica della nostra terra. Anzi, la vera e propria invenzione intellettuale e morale, di un paesaggio, territoriale e spirituale insieme, che intere generazioni per oltre un secolo e mezzo hanno assorbito ed appreso come Provincia natia e terra abitata dai padri.

So benissimo, naturalmente, – e ne colgo le possibili perplessità – che oggi, in tempi tristi di sovranismo e di stupidità sciovinistica conservatrice, queste riflessioni infastidiscono. E che avendo la sinistra, per propria insipienza ideologica e culturale, regalato la patria alle manipolazioni delle destre, temiamo financo di parlarne. Appare, tuttavia, difficile recuperare la riflessione sul ruolo e lo statuto ordinamentale di un soggetto così importante, tanto impietosamente annichilito dalla (pseudo)Riforma-Renzi, escludendo la disamina critica delle sue radici e della cornice autenticamente politica dell’Amministrazione Provinciale. Della cui scomparsa e del cui patetico ridimensionamento, ancillare e salottiero, l’Italia non ha alcun bisogno.

In effetti, se e quanto la sovranità popolare – e il potere di cittadinanza attiva in capo al cittadino – possano essere esercitati concretamente e non certo retoricamente, dipende dal ripristino pieno dell’ Ente Provincia. Che, nel voto diretto per l’elezione del suo presidente e dei suoi consiglieri, disegnò con lungimiranza Costituente sin dal ’48 l’avvicinamento tra cittadino e Stato, ubicazione dinamica e periferica del soggetto democraticamente sovrano e rappresentanza istituzionale centrale. Solo il Comune, autentico capo di imputazione originario e ordinario di ogni responsabilità pubblica locale, poteva e doveva allinearsi e costituire, in simmetria con la Provincia e con la Regione, il trinomio delle Autonomie locali del nuovo ordinamento. Sembrerebbero, questi, visti i guasti conseguenti alla crisi delle Province, dei luoghi comuni addirittura superflui e banali. E invece…Invece la forte, coraggiosa e autorevolissima presa di posizione di Mattarella fa chiarezza e pulizia di ogni esitazione e tergiversazione in un campo essenziale per la rivitalizzazione della nostra democrazia. La quale è oggi sempre più aggredita dalla disaffezione cronica, ai limiti della irreversibilità, e dell’astensionismo elettorale. Ne consegue la pericolosa degenerazione di un potere (costituzionalmente) legislativo, quale la funzione programmatoria da parte della Regione (S. Cassese), ma sempre più in postura burocratica di sostanziale centro di spesa e apicale di ‘assegnazione’ finanziaria.

Può darsi che i nostri ‘memento’ storici siano spolverini retorici per un ceto di amministratori periferici assai digiuni di memoria e ormai vocati alla separatezza da un popolo sovrano che subisce e delega, ammesso che si attivi almeno per delegare. Può darsi che dai provvedimenti Bassanini in poi la democrazia abbia rinunciato ai valori sociali e culturali dell’auto-governo del Paese di un popolo vero, non da un ‘Plethos’-massa anonima e impersonale. Per parte nostra noi vorremmo, invece, che lo stimolo di un Presidente giurista e genuino statista ci aiutasse a voltare pagina.


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