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Per la rubrica La Parola Perduta: Lapalissiano – L’ovvio che non è mai stato così chiaro

Lapalissiano Parole perdute

Nella costellazione delle parole che abitano la nostra lingua, alcune si distinguono per la loro immediatezza, altre per il loro suono evocativo, altre ancora per la loro storia curiosa, quasi avventurosa. Tra queste, “lapalissiano” occupa un posto singolare, poiché porta con sé non solo il significato di ciò che è talmente evidente da risultare ridondante, ma anche un retaggio letterario e storico che affonda le sue radici nella Francia del Cinquecento. È una parola che, a un primo ascolto, può sembrare altisonante, dotta, quasi sofisticata, ma che in realtà custodisce dentro di sé il seme dell’ironia e della semplicità. Dire che qualcosa è lapalissiano significa, infatti, sottolinearne la natura ovvia, lampante, tanto da rendere inutile persino la sua enunciazione. Eppure, proprio in questa apparente inutilità, risiede la sua forza: il lapalissiano ci ricorda che l’ovvio non è mai così scontato come sembra.

L’origine storica: un equivoco trasformato in mito

Il termine nasce da una vicenda singolare. Jacques II de Chabannes de La Palice (1470–1525), maresciallo di Francia, morì nella battaglia di Pavia contro le truppe spagnole di Carlo V. Sul suo epitaffio fu scritto un verso che intendeva celebrare la sua memoria: “Ci-gît le seigneur de La Palice: s’il n’était pas mort, il ferait encore envie” (Qui giace il signore di La Palice: se non fosse morto, sarebbe ancora invidiato). Un elogio semplice e nobile, che sottolineava la sua grandezza. Tuttavia, a causa di un errore di trascrizione o forse di una lettura imprecisa, la parola “envie” (invidia) fu confusa con “en vie” (in vita). Così, la frase diventò: “S’il n’était pas mort, il serait encore en vie” (Se non fosse morto, sarebbe ancora vivo). Una banalità disarmante, un’ovvietà talmente lampante da generare ilarità. Da quell’equivoco nacque una tradizione di “lapalissades”, cioè affermazioni ovvie e tautologiche, e da lì il termine si diffuse nel linguaggio comune fino ad arrivare anche in italiano come “lapalissiano”.

L’arte dell’ovvio come paradosso

A prima vista, si potrebbe pensare che un’espressione lapalissiana non abbia alcuna utilità, essendo appunto scontata. Ma non è così. Nella cultura, nella retorica, persino nella filosofia, l’ovvio ha spesso una funzione essenziale: quella di ribadire ciò che tutti sanno ma che spesso viene dimenticato o trascurato. È lapalissiano dire che il sole sorge ogni mattina, eppure in certe circostanze questa affermazione assume un significato simbolico, poetico, persino consolatorio. È lapalissiano ricordare che senza respirare non si vive, eppure la medicina, le pratiche di meditazione e le discipline sportive hanno costruito un intero sapere attorno al respiro. Ciò che appare scontato diventa allora un punto di partenza per un discorso più ampio, un richiamo alla concretezza, una forma di ironia che rivela più di quanto sembri.

Il valore filosofico dell’ovvio

Nella storia del pensiero, non sono mancati filosofi che hanno fatto dell’ovvietà un punto cardinale. Ludwig Wittgenstein, per esempio, nei suoi Quaderni e nelle Ricerche filosofiche, insiste sul fatto che il linguaggio deve riportarci a ciò che già sappiamo, ma che rischiamo di dimenticare dietro le complicazioni logiche. “Non cercare il significato: guarda come la parola è usata”, scrive. È un’osservazione lapalissiana nella sua forma, ma straordinariamente rivoluzionaria nella sostanza. Anche Blaise Pascal con i suoi Pensieri torna spesso su verità semplici, che però rivelano abissi di complessità esistenziale. L’ovvio, insomma, non è banale: è la pietra angolare su cui si costruisce la riflessione, il mattone elementare senza il quale non si può innalzare nessun edificio del pensiero.

L’ovvio nella letteratura e nell’arte

Molti scrittori e poeti hanno fatto ricorso al lapalissiano come figura retorica. Jonathan Swift, autore dei Viaggi di Gulliver, usava spesso affermazioni tautologiche per mettere in ridicolo la politica del suo tempo. Anche in Italia, la tradizione comica e satirica, da Carlo Collodi a Trilussa, non ha disdegnato l’uso di frasi “ovvie” per rivelare le contraddizioni della società. Un esempio? Dire che “i poveri sono poveri perché non hanno soldi” può sembrare una banalità, ma diventa una denuncia feroce se collocata nel contesto di un discorso sulle disuguaglianze sociali. Nell’arte visiva, invece, l’ovvio si trasforma in concetto. René Magritte, con il suo celebre quadro La trahison des images (Ceci n’est pas une pipe), ricorda che l’ovvio – una pipa dipinta non è una vera pipa – non è mai così chiaro come appare. L’arte gioca continuamente con ciò che si dà per scontato, trasformandolo in sorpresa.

L’ovvio nella vita quotidiana

Se ci fermiamo a riflettere, la vita quotidiana è costellata di lapalissianismi. “Quando piove, ci si bagna.” “Un bambino che cresce diventa grande.” “Chi non mangia, ha fame.” Sono tutte frasi che sembrano non aggiungere nulla alla nostra conoscenza, eppure hanno una funzione: quella di scandire i ritmi della vita, di ricordarci verità fondamentali, di rassicurarci. Spesso, nei discorsi educativi o nelle conversazioni familiari, si ricorre a verità lapalissiane per ribadire concetti che altrimenti rischierebbero di perdersi. Persino nei proverbi popolari si nasconde una vena lapalissiana: “Chi dorme non piglia pesci”, “Chi va piano va sano e va lontano”. Sono ovvietà? Forse. Ma sono ovvietà che hanno attraversato i secoli e che ancora oggi guidano il nostro modo di vivere.

L’uso ironico e politico

Non possiamo dimenticare l’uso ironico, spesso corrosivo, del lapalissiano in politica e nel giornalismo. Quante volte ascoltiamo dichiarazioni che suonano come scontate verità dette con tono solenne: “Dobbiamo migliorare l’economia per far crescere il Paese”, “L’istruzione è importante per i giovani”, “La pace è meglio della guerra”. Frasi lapalissiane, certamente, ma che diventano retoricamente efficaci perché pronunciate in un contesto che chiede conferme, rassicurazioni, o addirittura manipolazioni. L’ovvio diventa allora strumento di potere, perché ricorda al pubblico ciò che già sa ma che ha bisogno di sentire ripetuto. L’arte dell’ovvietà, in questo senso, è tanto sottile quanto potente.

L’ovvio come forma di saggezza

C’è anche un aspetto più profondo. L’ovvio, quando è enunciato con semplicità, può diventare una forma di saggezza. I maestri spirituali, dagli antichi filosofi greci ai maestri zen, hanno spesso usato frasi che suonano lapalissiane ma che custodiscono verità eterne. “Il tempo passa.” “Ogni cosa nasce e muore.” “La felicità non si trova fuori, ma dentro di noi.” Sono affermazioni che non stupiscono, eppure contengono una profondità che non si esaurisce mai. Forse l’ovvio è ciò che resta quando tutte le complessità si dissolvono. Forse il lapalissiano non è altro che un ritorno all’essenziale.

Conclusione: il dono dell’ovvio

Riflettere sulla parola “lapalissiano” significa dunque compiere un viaggio che va ben oltre la sua definizione. È un invito a riscoprire il valore dell’ovvio, a non deriderlo soltanto come espressione banale, ma a coglierne la portata filosofica, ironica, pedagogica e persino poetica. L’ovvio è ciò che ci lega al reale, ciò che ci ricorda i fondamenti della vita, ciò che ci permette di ridere di noi stessi e delle nostre pretese di originalità. Forse la vera sapienza consiste proprio nel saper dire, con umiltà, che l’acqua bagna, che il fuoco brucia, che la vita passa. È lapalissiano, certo. Ma non è mai stato così chiaro.


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