PER LUCIA, PER I FIGLI E LE FIGLIE DI AGRIPPINO COSTA, PER QUESTI TEMPI
di Maurizio Nocera
Di questi tempi, tempi di guerra e di confusione mentale (obnubilamento), soprattutto nell’opulento Occidente, è difficile credere che situazioni evidentemente irrazionali si capovolgono dall’oggi al domani dando realtà che lasciano sbigottito lo sguardo dello spettatore. Eppure è accaduto a Lecce, il 16 agosto 2025, nell’antico chiostro dei Teatini, con lo spettacolo Nostos. Un ritorno artistico tra Memoria & Danza. Devo al regista Piero Cannizzaro (grande amante del Salento e dei salentini. Suoi sono importanti docufilm sul territorio) se, per fortuna non mi sono perso questa straordinaria esibizione spettacolare, donata alla città di Lecce dalla famiglia di Agrippino Costa. Data la sua importanza, mi piace citare tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione: Isabella De Silvestro (presentazione), ospiti speciali: Musicista Cesare Dell’Anna (tromba), Toni Tarantino (pianoforte), Alessio Di Stefano (coordinatore coreografico), Alice Della Valle (regia), Alessandro Costa e Alice Della Valle (grafica & design), Ballerini (e qui viene il bello, perché si tratta dei figli di Agrippino): Francesco Costa (danzatore Solista presso l’Opera di Vienna e ballerino ufficiale di Andrea Bocelli), Jeshua Costa (danzatore Solista presso l’Opera di Lione), Chandra Costa (danzatore presso l’opera di Nizza), Jonathan Costa (danzatore diplomato presso l’Opera di Vienna e cantante della Band Laurangel), Alessia Peschiulli (danzatrice presso il Malandain Ballet Biarritz), Júlia Baró Claveria (danzatrice spagnola presso l’Opera di Dortmund), Ludovica Manco (danzatrice presso Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi” di Milano). I pezzi (quattro) del docufilm sono tratti da Ossigeno, la cui regia è di Piero Cannizzaro.
Non aggiungo altro a ciò che i miei occhi hanno potuto vedere sul palcoscenico: bellezza e eccellenza, quelle vere e non quelle spesso blaterate da ingenui compartecipanti a eventi tanto pubblicizzati quanto insufficienti. Su Nostos, persino il già ministro della cultura Massimo Bray, in prima fila davanti a me, non ha potuto esimersi dall’applaudire più volte.
Ed ora vengo al dunque. Leggo su internet: «Da rapinatore, terrorista gentile ad amaro poeta.// No, non è una storia di criminali, anche se ne potrebbe avere tutti gli elementi, né quella di un illuso, almeno non nella sua interezza. Questa è la storia di una discesa in molti inferi e del riscatto di un uomo che ha pagato, in fine pagato in prima persona i propri errori traendone una grandissima lezione: si può sempre rinascere a nuova vita, senza rinnegare se stessi, e il riscatto non può non essere poesia. Non siamo vasi che si riempiono di nuova acqua, ma gomitoli che crescono di giorno in giorno avvolgendosi sugli strati di lana precedente, sempre nuovi, sempre vecchi. La storia di Agrippino Costa inizia a Mineo nel ’42 e finisce a Lecce 76 sei anni dopo. Una storia che potrebbe ricordare un feuilleton francese ottocentesco se non si fosse intrecciata drammaticamente con la storia recente della Repubblica. Figlio di un carabiniere, orfano di madre ancora bambino, già a 14 anni fugge di casa. Il padre si risposerà e avrà altri figli. In una lettera del giugno del 1982 a Vincenzo Solli, così [Agrippino] racconta i suoi anni giovanili: “Provengo dal profondo sud di una terra siciliana – origini contadine – immigrato con la famiglia nella Torino operaia fin dall’infanzia. A 14 anni ero già in fabbrica a respirare veleni di vernici e profumi di cianuro. Poi l’arte del fornaio per ben 6 anni. Poi la rabbia di una miserabile esistenza che si tradusse in brandelli di “incoscienza armata” convinto di trovare in banca una manciata di serenità. Così fu il battesimo del carcere nell’anno del maiale, nel lontano 1964 – Volarono come secoli quei tre anni di vita – Venne la libertà e decisi l’avventura nella Francia gollista”. Vive il ’68, in Francia, a Marsiglia, dove si arrabatta facendo il buttafuori nei bordelli e nei club privati della città, e anche il rapinatore di banche e il ladro di opere d’arte. Un sognatore, un rapinatore gentile? Il suo primo colpo (oro, gioielli, soldi, preziosi dipinti, tra i quali una ‘Venere’ del Botticelli e opere di Guardi e Buonconsiglio), fu nella villa del presidente della Croce Rossa internazionale sul lago di Ginevra e lo realizzò per strappare una prostituta, “di cui mi ero innamorato”, al suo protettore. Preso, andò in carcere, due anni di lavori forzati da cui tentò per due volte di fuggire. Rimpatriato finì ancora una volta in carcere (7 anni che divennero venti a causa dei numerosi tentativi di evasione: settima tentata evasione nel 1976, decima evasione nel 1981). Proprio in carcere si avvicinò ai Nuclei Armati Proletari e poi a Moretti, a Curcio, alle Brigate Rosse. In un’intervista, Pino Costa dichiarò riguardo a quegli anni d’impegno radicale: “Credevo nella rivoluzione, in un cambiamento della ‘società’. Forse un idealista, un sognatore, chissà. “Idealista e sognatore, un fiancheggiatore delle BR, che non volle mai uccidere. Durante una rapina a Torino, non fece altro che rassicurare gli ostaggi. In carcere è indisciplinato, un ribelle, ma è anche un leader che sa parlare agli altri detenuti, che sa organizzare rivolte, che non rinuncia a scrivere canzoni e, da buon lettore di libri, scrive poesie. Alla fine finì con l’essere rinchiuso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dal quale fu liberato grazie ad un appello del premio Nobel Dario Fo e della moglie Franca Rame, con i quali reciterà in un piccolo ruolo in Morte accidentale di un anarchico.
Ricordando gli anni della militanza, dichiarò: “Nessun rimpianto, nessuna nostalgia. Solo ricordi, a volte sfuocati, li rincorro, per ricomporre mosaici a cui manca sempre qualche pezzo. Ma è difficile parlare del passato. Inconsciamente tendo a dimenticare. Eppure sono sempre stato convinto che la nostra rivoluzione fosse giusta. Anche la nostra rabbia. Erano sbagliati i metodi di lotta, ma noi ci credevamo. Ma tutti abbiamo pagato. Nessuno escluso. Qualcuno ha pagato anche con la morte […] Lo ripeto, mi sento un sopravvissuto, un redivivo in un mondo che forse non mi appartiene più”.
Il riscatto di Costa è partito da lì. Dalla poesia, dall’arte e dalla famiglia, non in quest’ordine e non separatamente. Quando parlava dei suoi figli diceva: “In fondo, dalla vita ho avuto molto di più di quello che ho seminato”. Sei dei suoi ragazzi, in totale dieci, hanno studiato danza con straordinario successo. Stefano, il più grande, ha lavorato al Balletto Nazionale del Perù, Francesco Daniele ha vinto l’audizione per entrare nel corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Vienna, Chandra Emanuele e Joshua Eugenio nella compagnia del Teatro dell’Opera di Nizza. Poi anche Alessandro Eliseo e Jonathan Enea. La danza è libertà, la poesia è libertà […] e non è poco per chi ha vissuto venti anni in una piccola cella. In quei luoghi, a Fossombrone, a Trani, a Pianosa (dove riceve una “valanga di lettere” di solidarietà, anche da parte del grande fumettista Andrea Pazienza), all’Asinara, nel carcere di massima sicurezza di Augusta (primo da esserne fuggito), ha confessato di aver pensato spesso alla morte. Ha pagato un prezzo alto: torturato fisicamente e psicologicamente, alla fine ne è uscito grazie alla sua straordinaria forza spirituale e alle sue inusuali passioni. Morì nel capoluogo salentino la mattina del 21 marzo 2017. A lui nel 2012 il regista Piero Cannizzaro ha dedicato un docu-film, Ossigeno (in internet, questo bellissimo pezzo biografico su Agrippino Costa, non è firmato. All’autore, che mi giustifica, quando leggerà queste pagine, spero che si faccia vivo per ringraziarlo e coinvolgerlo in un nuovo evento sul Nostro).
Maurizio Nocera
IL SEGNO IL SOGNO IL SOGNATORE. AGRIPPINO COSTA: POETA E PITTORE
Quella che segue è una recensione scritta nel 2000. Sin dal primo momento in cui Agrippino Costa arrivò da confinato in Salento, assieme a Piero Fumarola, lo conoscemmo subito e lo coinvolgemmo nella nostra banda di intellettuali irregolari. Tra di noi era il più mite: amava la poesia ed io gli donai non pochi libri di poeti di ogni parte del mondo. Gli piacevano le poesie orientali, ed io che facevo parte dell’Associazione Italia-Cina, non mancai di donargliene alcuni. La nostra amicizia fu molto assidua. Ci vedevamo, se non proprio tutti i giorni, quasi. Ma qui mi preme dire un particolare: Agrippino amava la famiglia, sua moglie Lucia e la quasi squadra di calcio dei figli e figlie. Quando, in un certo senso, sul finire della vita, volle farsi, a modo suo s’intende, una sorta di guru salentino (andava in giro con una piramide di cristallo nella quale mi diceva di vedere il futuro) più volte mi disse. “Guarda, Maurizio, la mia vita non è stata quella di uno stinco di santo, ma ai miei figli e figlie voglio dare il meglio che posso: devono studiare e studiare. Alcuni di loro li manderò a Roma in una delle migliori scuole di danza”. Gli risposi: “Ti costerà un sacco di soldi”. “Non fa niente, ma io e Lucia faremo l’impossibile”. Gli sorrisi di bello. Oggi, avere visto questi suoi straordinari figli danzare e correre come funamboli sul palcoscenico del Chiostro dei Teatini a Lecce, me lo hanno fatto ricordare con affetto e vicinanza.
Questo libro di Agrippino Costa ha un difetto editoriale: manca totalmente dell’indice. Eppure Il delirio dell’oltre (Lecce 2000), ovverosia già Versoperverso (Cavallino 1991) è una raccolta di prose e poesie di Agrippino Costa, l’ex detenuto di origini siciliane che scontò 20 anni di solitudine carceraria per vari reati, per poi finire, negli anni ’80, confinato in provincia di Lecce. Così racconta la sua odissea carceraria: «Per le mie follie ho scontato oltre vent’anni di prigione fra cui dodici trascorsi nelle carceri speciali […] Non ho mai ucciso, né ferito alcuno, eppure il potere dei giudici mi ha regalato un tempo infinito di ferocia e torture inenarrabili./ Dentro quest’infernale viaggio sono impazzito più volte […] Ne sono uscito sempre imparando a dominare il feroce fratello che mi convive» (p. 28).
A Lecce, Agrippino Costa decise di rimanere e vivere tirando su una “piccola tribù”, così ama chiamare i suoi tanti figli avuti con Lucia. E proprio a questa sua “piccola tribù”, e a sua sorella Pina, e alla sua compagna Lucia, Agrippino dedica il volume che, come egli stesso scrive, «prende vita grazie (anche) alla tenace volontà del mio amico fraterno, il professor Pietro Fumarola» al quale dedica anche la lirica di p. 152.
Il libro è dedicato alla sua compagna, alla quale rivolge «il verso più profondo che solo lei ha saputo risvegliare con la poesia del suo infinito amore». Verso che Agrippino stigmatizza appunto nella lirica A Lucia, con la quale si chiude la parte poetica del libro, ma ce ne sono altre di liriche che hanno per titolo lo stesso A Lucia. Scrive: «Come l’ondaì/ sempre vergine e novella/ s’infrange sulla riva silenziosa/ così eterna e spumeggiante sei/ tu l’onda mia/ sorso d’amore/ favola azzurra/ ti sposo sull’altare del mio cuore/ ah dolce musa/ eterna mia follia» (p. 157).
Questa raccolta di poesie contiene una presentazione di Rina Durante, per la quale «Se l’approdo alla poesia è stato il varco alla disperante solitudine (di Agrippino Costa), per riguadagnare l’equilibrio perduto, la forza per ricominciare, la prosa e la pittura hanno offerto nuova linfa al suo sforzo di venire fuori dal caos di un mondo senza tempo, perché privo di scansioni che non siano le violenze quotidiane» (p. 9).
Tutto il senso della poesia di Agrippino, ma direi più coerentemente il senso della ricerca del proprio Sé, egli lo enuclea in una sorta di introduzione-lettera del 1986, scritta dal 6° braccio del carcere “Le Nuove” di Torino. Scrive: «… Non voglio raccontare la mia vita, voglio soltanto presentarmi a voi comunità ideale per capire chi siete, chi sono, chi siamo, e se il mio dire mi consente di stabilire un rapporto che mi aiuti a combattere la più dura battaglia della mia vita, quella con me stesso!/ Ho cercato la libertà in decine di tentativi d’evasione, tutti miseramente falliti […] Forse è impossibile evadere questa realtà materiale ma certo è possibile viverla cercando noi stessi nel profondo più intimo» (p. 14).
Già da queste scarne affermazioni possiamo capire che Agrippino Costa ha praticato alcune filosofie, in particolare quelle orientali, come ad esempio lo yoga, lo zen, il tantra, il mantra, i koan, in genere al più diffuso e variegato mondo del mistico. Ad esse egli si è affidato per rintracciare il suo Sé profondo, insondabile e sconosciuto, temibile ma anche estremamente accattivante. Leggendo la sua poesia, e guardando la sua pittura, quella sua insistenza raffigurata nella spirale del Divino, del Soprannaturale, dell’Oltre appunto, ci vien forse voglia di dire che egli è ancora, e permanentemente, alla ricerca di sé stesso. E questo non è un fatto limitante anzi, al contrario, la ricerca del Sé è vita, la ricerca del Sé è sconfinamento ed oltrepassamento della Soglia dell’essere qui ed ora, per finire sulle ali del Tempo dell’Eternità, padre e madre di ogni cosa. In fondo quello che cerca Agrippino sta dentro anche ad un messaggio che il guru indiano Bhagwan Shree Rajneesh gli invia: «cambiare il mondo è possibile se noi trasformiamo l’individuo […] la trasformazione diventa un processo senza sforzo. Tu non lo devi agire. Accade» (p. 17).
In questo volume Agrippino ha voluto inserire anche alcune liriche non sue, ma a lui «dedicate da amici liberi e prigionieri». Esse sono di: Tony Di Falco (Per te, 1984), Ciro Carbone (Compagno fratello carcerato), Ernesto Olivero (Anch’io, 1986), Vincenzo Solli (-itinerario of special man-, 1982).
Inoltre, io scorgo nel corpus delle sue liriche un itinerario poetico molto bello. Indico qui le liriche che più mi sono rimaste impresse.
La prima è del 1981. Mi piace per il senso di libertà che c’è in essa. È intitolata I gabbiani di Pianosa. Scrive: «Dalla mia cella/ li sento svolazzare/ come bimbi/ talvolta/ ridacchiare/ quando/ veloci/ sfiorano/ la città/ e mormorare/ “resisti”/ e poi volare/ clandestini/ fra le nuvole» (p. 32).
E ancora, un’altra lirica del 1964, che mi piace per il suo alto senso di figlianza ma anche di dolanza: «La Madre// Tra i più grandi tesori del mondo/ ve n’è uno d’immenso valore/ È la madre quell’angelo biondo/ che ha sofferto patito e gioito/ per il figlio il suo unico amor/ Quando è notte e quel figlio riposa/ è la madre che accosta al suo letto/ e la candida mano si posa/ a sfiorare quel volto diletto/ Quella mano che indugia ormai stanca/ accarezza quel volto dormente/ Nel silenzio una lacrima bianca/ scorre piano e nessuno la sente» (p. 39).
Infine una terza lirica, e mi fermo qui perché la scelta diverrebbe poi difficile; è del 1984, e mi piace per quel senso dell’infinito che in essa si respira: «… ho invitato la luna// … ho invitato la luna e le stelle/ per sposarti in un campo di grano/ un concerto di grilli ti accoglie/ un danzare di foglie/ un tappeto di neve/ il vento che soffia la gonna che vola/ sei tu l’aquilone/ ed io appeso a quel filo/ che ancora dipana la vita/ ricamo/ nel vento/ il tuo nome» (p. 91).
Il libro è corredato poi da una serie di tempere, prodotte dallo stesso Agrippino. La sua appare chiaramente essere una pittura liberatoria, non sfogo, non pittura della sofferenza. Dipinge su tutti i supporti, dal coperchio del cesso (su questo ci ha dipinto uno stupendo Cristo pensieroso) alla tavola rigata per il lavaggio a mano della biancheria. Per la maggior parte si tratta di opere i cui colori tendono al chiaro, ma per questo non si può dire che il loro autore sia un chiarista. Egli ama preferibilmente riferirsi al bianco, che spesso traspare dappertutto. Agrippino non cerca e non vuole le forme; per lui forse le forme hanno distrutto l’uomo; per questo egli ama i colori. Non ama chiaramente il non colore, ma questo lo si intuisce subito, perché il non colore per lui è prigione.
Forse è sempre la sua ricerca del Sé che lo porta ad usare questo tipo di colore che non ha sfumature, non ha contorni, ma si perde nell’immensità dell’infinito. Agrippino Costa dipinge spesso la spirale, che segna sul supporto con un dito di colore; con ciò egli insegue l’immagine dell’infinito, la sua idea del divino, la mistericità che c’è in ogni cosa e che egli cerca. Credo che, a suo modo, egli si senta anche come una sorta di novello Dedalo. Dipinge spesso un cielo indefinito, dei soli ruotanti, un universo scandito dal bianco, e poi un qualcosa sul quale imbarcarsi per navigare verso l’alto, appunto verso quel cielo dell’oltre che egli insegue fuori e dentro di Sé. Emblematicamente Agrippino ha enucleato la sua pittura, ma anche la sua prosa e la sua poesia in un quadro, che ha intitolato L’Oltre del Poeta e che io mi permetto di interpretare così: il poeta cerca il suo Sé, ma lo cerca in fondo al suo oltre, in quella parte di lui che comunque manca e che egli non riesce a trovare; il poeta/pittore Agrippino Costa cerca altrove e cerca oltre, per cercare infine sé stesso e, forse, per ritrovarsi. Tanto da chiudere il suo libro con una Postfazione, dove scrive: «Non ci sarà spazio per nessuna poesia fino a quando il delirio energico che travolge questa umanità smarrita non si trasforma e riveli finalmente i nostri Sé che vagano smarriti nella visione dell’altro. Nelle visioni dell’Oltre…» (p. 162).
Permettetemi ora di chiudere queste mie osservazioni sulla poesia di Agrippino con uno sguardo rivolto a quello che qui è indicato come sottotitolo, ma che nell’edizione del 1991 ne era invece il titolo. Parlo della raccolta di Versoperverso, cioè di quella storia vera di una pena infinita che egli si è portato dietro ormai da tanti anni, che oserei dire da sempre, ma che allo stesso tempo gli ha dato la forza di dirsi «ricomincio a vivere».
Quel libro ha una prima di copertina con su uno schizzo giullaresco di Dario Fo, che con Franca Rame si prodigarono per chiedere la libertà per lui. Sempre nella prima di copertina vi è un ideogramma di Mauro Marino; in ultima di copertina invece c’è uno scritto del Pietro Fumarola, il suo amico fraterno.
Quella raccolta poetica del 1991 è prefata da Renato Curcio, con uno scritto risalente al maggio 1982, il cui titolo è Nella città degli spettri ci vuole poesia. Renato scrive: «Ci vuole poesia per liberarci dalle parole che ci parlano, per parlare il linguaggio della vita. Perché è più facile delirare con le parole macilente della tradizione che non decifrare nel tumultuoso susseguirsi di lacerazioni e rotture gli indizi delle forme di relazioni più complesse e i nuovi linguaggi che annunciano concretamente il crocevia dei mondi» (v. Versoperverso, p. 5).
Dopo, vengono le sue pagine, quelle di Agrippino Costa per intenderci che, quand’ancora nel 1983, era un cittadino italiano domiciliato nel carcere speciale di Fossombrone, scrisse: «Ci sono uomini che lottano una vita per dare un senso alla propria. Si gettano a capofitto nella tempesta, percorrono strade tortuose e rovinosi cammini, vanno […] Amano, soffrono, gioiscono, imprecano, sussurrano, bestemmiano […] vanno con lo stile del saggio, del guerriero, del bambino, con lo stile dell’ubriaco […] Si inventano la meta, cercano una meta, fanno scommesse con la storia […] sbattono il muso contro la pochezza, l’indifferenza, la banalità, l’egoismo, contro i muri di cemento […] cadono […] si rialzano e vanno» (da Quelli che vanno, in Versoperverso (p. 9); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 35).
Così inizia la sua poesia, il suo scoramento, la sua disperazione in quella sua prima raccolta, che intitolò appunto Versoperverso, scrivendo ancora che «Se esiste un Cristo è ancora detenuto/ l’ho incontrato nelle celle di rigore/ nei manicomi nei tribunali/ nei cessi nel bujolo/ ovunque vi fosse merda» (da Se Cristo esiste è ancora detenuto, in Versoperverso (p. 10); ma anche in Il delirio dell’oltre (pp. 43-44).
La poesia di Agrippino sembrerebbe fatta di odio e di passione, ma non è così, perché essa è scritta «anche per coloro che Cristo/ l’hanno sempre detenuto/ in nome del popolo» (da Domani è Pasqua all’isola del vento, in Versoperverso (p. 12), ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 47), quando ancora si consumava e fumava la tragedia del «3l marzo ’81 in quella sezione speciale del carcere di Isola Pianosa», sui cui muri Agrippino scriveva poesia fatta di voli, di corse sui cornicioni delle prigioni, implorante il «dio dell’infinito/ (per avere insegnata)/ la Via/ per ricamare con letizia/ la tela del presente…» (da All’Innominabile, in Versoperverso (p. 13); e poi ancora poesia eccessiva manicomiale criminale barcellonesca – era il 1975 – anno in cui i detenuti impazziti ingoiavano fiori per “ossigeno”, intanto che Agrippino si strappava i capelli per la voglia di non «più sognare/ sogni sognati/ non più ombre di gabbiani/ da questa assurda dimensione/ voglio sporcare/ le mie scarpe/ di polvere di strada […] Sì devo andare oltre i miei pensieri/ devo fuggire/ non c’è ristoro in questo spazio-tempo/ ma dove?/ dentro il tuo cuore scopri che è deserto/ la gola è arsa/ e tutto intorno piove» (da Non voglio più sognare, in Versoperverso (p. 21); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 66).
La poesia di Agrippino è sempre poesia di vita, di speranza, di attesa di un «primo giorno di libertà/ [in cui] asciugherò le tue lacrime nascoste/ con il manto del sorriso…» (da Il primo giorno di libertà, in Versoperverso (p. 29); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 117), (anche se esiste sempre quella) «ombra maledetta/ su quel muro/ (che) ghigna/ e pare dire/ mai/ mai/ mai» (da Il primo giorno di libertà, in Versoperverso (p. 29); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 117). Era il 1983, la disperazione nel carcere speciale di Cuneo saliva alla gola.
Ed ancora c’è da dire che la sua poesia è poesia del coraggio, che lo porta «Al di qua della cinta/ nel cortile dei passi perduti/ (a raccogliere)/ una foglia di ulivo…/ (a conservarla)/ come gesto di pace/ suggerito dal vento…/ (mentre)/ Al di là della cinta/ […] resta intatto il colore della speranza» (da Al di qua della cinta, in Versoperverso (p. 36), ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 95); speranza di «primo giorno di libertà/ per carezzare la curva deliziosa del tuo mento» (da Con te vorrei giocare, in Versoperverso (p. 40); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 111).
Speranza rivolta a Lucia, la sua compagna di vita, che è «Là/ nell’immenso/ (dove)/ aleggia il suo sorriso» (da A Lucia, in Versoperverso (p. 41); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 112), ed ancora rivolta alla carissima Chantal, la diletta figlia che «dove posi il cuore/ là è il cielo…» (da A Chantal, in Versoperverso (p. 45); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 129).
Questa, grosso modo, è la poesia di Agrippino Costa, il quale da tempo ormai non crede più in nessun’altra rivoluzione «che non nasca dal profondo bisogno di conoscere se stessi» (dalla Postfazione, in Versoperverso (p. 46); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 162).
Agrippino scrive ancora che «nessuna politica, nessuna filosofia, nessuna religione sono in grado di operare una reale trasformazione alchemica del mondo interiore» (dalla Postfazione, in Versoperverso (p. 40); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 162). Perché – afferma – «nessuna rivoluzione può dare vita alla vita se parla un linguaggio di morte! Bisogna morire al passato e rinascere al presente, alla continua ricerca di quella consapevolezza necessaria a motivare la nostra esistenza.
Senza questa visione la vita – scrive ancora il poeta – non mi riguarda… (perché) in questa civiltà spettrale che vaga nei labirinti del proprio inconscio collettivo, che danza e che geme e corre sfrenata verso baratri che sanno di follia non c’è posto per i poeti […] non c’è posto per i reduci dell’utopia il n’y a pas de plaçe pour les entants de coeur / no, non c’è spazio per nessuna poesia…» (dalla Postfazione, in Versoperverso (p. 40); ma anche in Il delirio dell’oltre (p. 162).
Per quanto mi riguarda, ho rispetto per questo urlo poetico di Agrippino, un uomo ed un poeta che ha saputo attraversare l’inferno della vita negli amari carceri spesso speciali di Fossombrone, Portolongone, Isola Pianosa, Trani, Augusta, Sassari, Cuneo, Asinara, Les Baumetts-Marsiglia, Manicomio criminale di Barcellona, per essere infine confinato in provincia di Lecce. E qui, nella mia terra – il Salento – che oggi è anche la sua, mi auguro, che abbia trovato finalmente un po’ più di pace e felicità. Ovviamente sempre con Lucia e la sua tribù di figli e figlie (Lecce, 2000).


