Per Raffaele Spada. Un epitaffio in segno di rosa

Raffaele Spada
di Paolo Protopapa
Non è facile tradurre in parole e pensieri l’artista e l’uomo. Raffaele Spada – nel momento della perdita irrevocabile – è il nostro sentimento d’amore per la sua arte; il grido al suo io carico d’inquieta e mossa umanità. La rosa gagliarda e frale, ma anche il pallone rincorso dal bambino nel cielo brumoso dei sogni svaniti. E forse fu questa la sua indicibile pena, la cifra mai doma di un inesausto dolore. Pochi come lui – e alcuni di noi lo capirono subito – hanno redento la materia bruta con la forma radiosa, a tratti maestosa, della luce a volte cupa, altre volte danzante e vaga.
Fu classico, Raffaele; moderno e antico, ispirato dal passato e intrigato di presente. Soprattutto proiettato nel futuro.
La svolta, coraggiosa e radicale della Grembart – di cui non si quietò mai di parlare – fu, insieme, tutta nuova e rivoluzionaria, ma anche completamento e materico presagio. Un messaggio estetico, quindi, del futuro remoto di un incerto scrutare la vita.
Unì, Raffaele Spada, nel suo lavoro tenace e cospicuo, e in simbiosi originale, il segno identitario di una personalità complessa e esuberante, fedele al mestiere, ma indocile alla maniera. Mai rassegnato o pedissequo, sempre animato da una speranza nuova. Tante volte con la Favola e i Grilli e i Putti inventò il mondo grande dell’eterno. E, immaginandosi nella materia ‘metà tà füsiká’ (immateriale), spiò le vite attorcigliate e feroci di un male che ci soffoca perché vince.
Con Raffaele si dialogava, non solo perché ogni vanità era bandita, ma perché si penetrava nel ‘grembo’ delle cose, dove la natura – come dice Maurizio che lo ebbe fratello – si auto-creava in divina sembianza di storie. Così lui, di ottima scuola e generosa fatica, poteva narrare e scolpire, disegnare e suggerire, gridare e cantare la sua eterna Favola per non morire.







