IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Per salvare i boschi dagli incendi dobbiamo tornare ad abitarli

Operatori anti incendio

di Antonio Pistillo

Gli incendi che devastano ogni estate il patrimonio naturale italiano non si combattono soltanto con mezzi aerei e tecnologie avanzate. La vera difesa nasce dalla gestione attiva dei boschi, dalla presenza dell’uomo e da un nuovo patto tra comunità, turismo sostenibile e tutela dell’ambiente.

L’incendio che non vedi, perché per salvare i nostri boschi dobbiamo tornare ad abitarli.
​L’estate picchia duro, il vento di scirocco soffia come un mantice e i telegiornali sgranano il solito, drammatico rosario: migliaia di ettari in fiamme in Puglia, la macchia mediterranea divorata in Sardegna, colline spettrali in Sicilia. Le immagini sono sempre le stesse, i commenti pure: “servono più Canadair”, “servono pene più severe per i piromani”.
​Ma la verità è un’altra, ed è molto più scomoda: i nostri boschi bruciano non solo per mano di chi appicca il fuoco, ma per colpa di chi li ha abbandonati.
​Negli ultimi cinquant’anni abbiamo commesso un errore concettuale enorme. Abbiamo pensato che “proteggere la natura” significasse recintarla, lasciarla a se stessa e dimenticarcene fino alla prossima emergenza. Il risultato? Un sottobosco soffocato da ramaglie secche, rovi e legna arsa dal sole: una polveriera a cielo aperto a cui basta una scintilla per esplodere.
​E se la vera rivoluzione antincendio non fosse un algoritmo, ma un’attività commerciale ben gestita?
​Dal “territorio di nessuno” al “territorio vissuto”
​Immaginate una pineta costiera o un bosco di collina. Da una parte, un’area pubblica abbandonata, dove il primo malintenzionato può agire in totale solitudine. Dall’altra, la stessa area data in concessione a una cooperativa di giovani del posto, a un agriturismo ecologico o a un centro per l’escursionismo e la e-bike.
​Cosa cambia? Tutto.
​Chi vive di quel paesaggio ha un interesse vitale a proteggerlo. Un gestore che offre servizi turistici non aspetta che arrivi la Protezione Civile:
​Pulisce il sottobosco lungo i sentieri durante l’inverno per rendere l’area vivibile.
​Crea fasce di rispetto e riserve idriche attorno alle proprie strutture.
​È una sentinella h24: la sua presenza costante scoraggia i malintenzionati ed elimina quell’effetto “terra di nessuno” che attrae il degrado.
​Non si tratta di privatizzare la natura o di permettere colate di cemento con la scusa della manutenzione. Si tratta di stringere un patto di custodia: ti do in uso un bene comune affinché tu lo valorizzi, e in cambio la tua manutenzione quotidiana diventa la migliore barriera contro il fuoco.
​Dalla tecnologia al presidio umano
​Certo, le telecamere termiche con intelligenza artificiale, i droni e i satelliti sono alleati straordinari per individuare un focolaio nei primi cinque minuti. Ma la tecnologia è solo uno strumento di allarme; non impedisce al combustibile di accumularsi a terra.
​La prevenzione vera non fa rumore, non va nei titoli dei telegiornali e si fa quando fa freddo. Si fa con il decespugliamento mirato, con l’eco-pascolo di capre e pecore che tengono l’erba bassa, con le tecniche di fuoco prescritto e, soprattutto, con la presenza umana virtuosa.
​Per decenni abbiamo considerato il turismo e l’agricoltura come attività potenzialmente invasive per la natura. Oggi dobbiamo ribaltare la prospettiva: se regolamentati con intelligenza e visione, gli operatori locali sono gli unici veri angeli custodi del territorio.
​Se vogliamo smettere di contare i danni e di piangere sui paesaggi spettrali che ci lasciano le fiamme, dobbiamo cambiare paradigma. Meno retorica dell’emergenza, più gestione attiva. Perché la natura non si salva lasciandola sola, ma imparando di nuovo a viverla.


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