PER TYNA MARIA. PER QUEI MOMENTI STUPENDI IN CUI LA SUA VOCE SI SPANDEA PER OGNI DOVE
Tyna Maria
di Maurizio Nocera
Fino a qualche tempo non conoscevo Tyna Maria. È accaduto così che in un evento in cui la sua presenza era assicurata da un tam tam di voci che mi dicevano:
«Maurizio vieni. Scoprirai Tyna Maria e rimarrai incantato».
Alla mia età, e dopo che ho visto e ascoltato tanto, non è più facile in-cantarmi. Tuttavia…
Fino a qualche tempo fa non conoscevo Tyna Maria, per cui sono andato all’incontro ed è accaduto l’incanto, l’in-canto, il Canto.
Ad un cento punto della serata, il presentatore annuncia la performance di Tyna, di cui non avevo ancora bene individuato la sua postazione in sala. Ma là per là, come fu come non fu, davanti a me, si è alzata, soffice nuvola d’ombra, una ieratica donna, vestita di nero, avvolta in un lungo peplo sul modello greco, di quelli indossati dalle ancelle di Athena Parthénos durante le grandi panathenaidi. Neri i capelli, neri gli occhi, nere le scarpe. Di luce propria brillavano invece i grandi orecchini d’argento che, scintillanti, scendendo orgogliosi e traforati dai lobi degli orecchi. Anch’essi, per me, avevano un che a che fare col mondo greco.
Stando nascosto tra i presenti, la guardavo chiedendomi da dove venisse questa per me enigmatica creatura, che mi evocava il mondo di Andromaca addolorata per la fine che avrebbero fatto i suoi più cari amori sotto le mura di Troia: suo marito Ettore e suo figlio Astianatte.
Fino a qualche tempo fa non conoscevo Tyna Maria. Così, impertinentemente, rimanendo nascosto tra i presenti, a viva voce, ho chiesto:
«Ma lei di dov’è?».
«Sono di Lecce e vivo da sempre qui».
Fino a qualche tempo fa non conoscevo Tyna Maria. Così mi sono crollate addosso le ossa dello scheletro. Perché? Perché da 50 anni vivo in questa città, e da più lungo tempo la frequento, cercando di imparare quel che essa mi offre sul piano delle iniziative culturali. A quanti eventi mi è capitato di partecipare non so più né dire né contare.
Fino a qualche tempo fa non conoscevo Tyna Maria, che ora si alza, si avvicina al pianoforte, si siede sullo sgabello già predisposto, poggia le dita sui tasti avoriati. Suona e le sue note diventano fili di memoria, segmenti di nostalgia socratica. È sul modello del canto Gosbel, ma per me è la musica del troiano Enea che salva suo padre Anchise e fugge dalla città distrutta verso lidi italici.
Tyna Maria comincia a scoprire le vibrazioni di un’ugola segreta. Il suo Canto si espande per la sala. Silenzio totale. La voce penetra profonda nei visceri degli ascoltatori. Anch’io mi perdo nell’incanto del Canto. Sono attimi di un’infinita umanità che, come phonos, raggiunge ogni dove. Le note del pianoforte e la voce di Tyna Maria escono dalla sala della Biblioteca provinciale “N. Bernardini”, orgoglio di una città barocca e bella, ma che legge poco. Musica e Canto si spandono per Lecce che conosce la bellezza ma anche la maldicenza. Vince però la musica e il Canto. Quello di Tyna Maria che, là per là, non ho più il coraggio di avvicinarla, di complimentarmi con lei per le emozioni corali che ha provocato nel mio povero cuore di vecchio combattente per la pace e la giustizia sociale. Non ho il coraggio. E tuttavia mi sono chiesto:
«Com’è possibile che non mi sia mai accaduta l’occasione d’incontro con la Voce di questa maga incantatrice, in-cantatrice, Cantatrice?».
Così vanno le cose della vita, soprattutto a chi, come me, raggiunge l’età della vecchiezza.
Tyna ora levita, cammina su nuvole d’argento, per noi salentini sarebbe meglio dire nuvole di neve. È tanto che aspettiamo di vedere la neve: sul campanile dello Zimbalo, sul Sedile e sull’anfiteatro di Adriano, su Porta Rudiae, sull’Obelisco di Porta san Giusto (oggi Porta Napoli), e ancora su Porta san Biagio, e, tanto per farla breve, sull’incantevole piazza del Duomo, dove, a duemila anni di distanza, troneggia ancora il mezzo busto argenteo di sant’Oronzo, con a fianco san Giusto e san Fortunato. Noi salentini sogniamo la neve, ma essa però ci è sempre negata. Ed anche questa è sofferenza. D’assenza. Sì, d’assenza.
Fino a qualche tempo fa non conoscevo Tyna Maria. Ora però credo di cominciare a conoscerla, anche se solo per la stupenda performance di quell’evento. Ora che scrivo, sono incancellabili le visioni magiche che gonfiano ancora nelle pieghe profonde della mia mente: il peplo nero come quello delle ancelle di Athena Parthénos, gli orecchini d’argento filigranati alla greca, le scarpe nere (forse non erano nere, ma i miei occhi così le hanno percepite), i capelli, gli occhi, tutto nero. Il volto però, nel suo complesso di pura bellezza, quello di Tyna Maria, era quello di una fanciulla i cui occhi, anche se addolorati, splendevano di luce psichedelica. E radiosi erano pure la sua musica, il suo Canto, la sua Poesia.
Fino a qualche tempo fa non conoscevo Tyna Maria. E tuttavia, ora posso dire di averla conosciuta in un evento di una magica serata, anche se – mi accorgo solo ora, quando sono ormai in “zona Cesarini” – forse la Tyna Maria che ho qui descritta non corrisponde affatto a quella reale. Però la sua poesia posso dire di cominciare a conoscerla. Forse. Comunque. E grazie a quella raccolta poetica che lei ha tracciato in un libro dal favoloso titolo Caino è Abele (sì, attenzione, cioè Caino è Abele, cioè non con la “e” congiunzione, com’è nella tradizione biblica, ma come “è” verbo dell’essere, dell’esistere, dell’essere qui ed ora), ma tu chiudi gli occhi e dillo di nuovo (Editore l’officina delle parole, Collana Libri//Liberi, Lecce 2022). Il volume esce fuori «dalla storia di Tyna Maria […] che sostiene il progetto #Ri-Fiutami Campagna provocatoria d’Umanità» (dal colophon) ed è dedicato «a [suo] fratello Nicola Galileo ]come suo] canto nel nostro campo di cotone».
Il libro è introdotto dal M° Nicola Cisternino («compositore e artista sinestetico italiano») che coglie nel segno quando scrive:
«Nella sottile assonanza, molto più che una rimarcatura della sola pronunzia di un nome, ritroviamo molto del senso, o ancor più, della necessità poetica che in Tyna incarna la vibrazione stessa della parola e dell’immagine – eidos, risonante e palpitante in un naturale e sorgivo fluire verso il Canto» (p. 7).
Ecco. Il M° Cisternino riesce a individuare nel Canto di Tyna quell’aspetto fluente come sorgente di vibrazioni canore e ritmiche.
Dal suo canto, l’editora Pompea Vergaro si riferisce subito al favoloso titolo di questa raccolta poetica, e scrive:
«La silloge di Tyna Maria, Caino è Abele, potrebbe indurre a pensare “niente di nuovo sotto il sole”, ma vederlo scritto fa un certo effetto. Il titolo è diretto, senza mezze misure, con il sottotitolo, ma tu chiudi gli occhi e dillo di nuovo, l’autrice immediatamente recupera e incoraggia il lettore eliminando quell’accento che fa la differenza: è un invito alla meditazione, alla riflessione per ritrovarsi ella stessa avviluppata e concederci “speranza”, quel filo sottile che le resta. Ma la vita è un cumulo di speranza!”» (p. 61).
Con ciò Vergaro addolcisce per quanto può il favoloso ossimoro del titolo di questa silloge, che Tyna Maria però lo ha cristallizzato, scrivendo:
«Caino è Abele: quell’accento grafico co-incide vittima e carnefice, con-segnando rivalsa al mite e fragilità al malvagio, com-prendendo le radici storico-emotive di entrambi, alimentati intimamente da processi reattivi diametralmente opposti, ma pur sempre accomunati dall’inevitabile dover scendere a patti con la sofferenza che la Vita ci chiama, prima o poi, ad incontrare» (pp. 59-60).
Ecco. Tyna Maria, empaticamente (con-segnando e com-prendendo), si riferisce al favoloso titolo, cogliendo la radice profonda dell’esistenza umana (allo stesso tempo cosmica) della contrapposizione degli elementi similari (Eraclito), ponendo così la sofferenza come chiave interpretativa della Vita. Poeti e filosofi hanno scritto che la gioia non è altro che una pausa tra due stati di coscienza sofferenti. Stati straordinari di coscienza che la poeta ben conosce a partire proprio da quella sofferenza intima e profonda vissuta accanto al fratello Nicola Galileo prima ammalato poi volato via per sempre verso cieli infiniti.
Stato straordinario di coscienza di Tyna Maria che coglie bene anche l’artista Alessandra Congedo la quale, ripigliando l’Opera (Caino uccide Abele) del Tintoretto (esiste un’altra versione leggermente diversa e precedente a quella del Tintoretto: quella di Tiziano, il quale al posto della lama dipinge una clava), pastella due uomini (i fratelli Caino il coltivatore e Abele il pastore, in Genesi del Pentateuco), dall’eccezionale plasticità coloristica. Abele è bianco e Caino è ombroso, solo la lama impugnata da Caino lumina.
Ora, però, leggo la Tyna Maria della sua raccolta poetica. I suoi eserghi sono moniti d’umanità coscienziale: «Ci vuole molto più coraggio/ ad Amare che a Ferire» (p. 9); «La Voce, da gemito al vagito,/ è il moto della Coscienza» (p. 17); «L’unisono è la sommità della polifonia» (p. 25); «Quando l’amicizia è degna di nota,/ la gratitudine è una legatura di valore» (p. 33); «La Musica è il contemplativo ascolto,/ oltre le note, dell’abisso silente/ dal quale è meravigliosamente emersa» (p. 39); «La libertà non è libera,/ è insita nella costrizione» (p. 45); «Se il dolore ti in-segna non sai ferire,/ e non sapresti gioirne» (p. 57).
Si tratta di massime filosofiche tyniane, che affondano nel pensiero di Platone e nella Musica dei Pitagorici (soprattutto Archita e la scuola di Taranto). Ma c’è da dire che tutte le liriche di Caino è Abele risentono di un pensiero profondo, di un retroterra gonfio di saperi ancestrali, di conoscenze, il raggiungimento delle quali, sicuramente, ha comportato per Tyna Maria sofferenza e solitudine. E per me, che da anni affondo i miei studi nella e sulla bibliofilia (Aldus e Eco) quel termine «legatura di valore» mi fa sentire sotto i polpastrelli la delicatezza delle coperte pergamenacee di antichi incunaboli.
Ecco. Tyna Maria poeta. Dalla silloge ne scelgo una: la più emblematica, che è poi la chiave di lettura del suo pensiero poetico poetante dell’intera raccolta, Caino è Abele:
«Caino una volta era Abele/ che alle volte, di quella volta/ chiamava Caino per rimproverarlo/ del suo dimenticarsi di Abele.// Abele alle volte si augurava Caino,/ ma quelle volte, di quella volta/ ricordò di Abele/ e del suo rimproverar Caino.// Originale fu la scelta dei lor genitori/ di peccar nuovamente consegnandoli fratelli,/ perché memoria ne facesse/ almeno un scampolo di mondo.// In quella giunzione amorosa e perfetta/ li crearono entrambi,/ ed essi crebbero, perdendosi ogni volta/ che del loro eccesso si nutrivano.// Cose dell’altro mondo!/ Come potremmo mai pensare/ che Caino è Abele?// Che sia un taglio o una fune/ che sia lacrima o lanugine/ quell’accento importa ben poco!// Caino è Abele,/ ma tu chiudi gli occhi e dillo di nuovo/ per congiunger sì vecchi anfratti di te» (pp. 20-21).
Sì, forse Tyna Maria ha ragione, ma così detto e scritto l’ossimoro mostra che il Doppio si è configurato come Uno. E tuttavia – Eraclito in-segna – il Doppio continua a imperversare: Bene-Male, – Positivo-Negativo, Uomo-Donna o Donna-Uomo, Vita-Morte.
Con la sofferenza umana che non finisce mai.