IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Per una lettura di “Per quel che resta” di Michele Graziosetto

Libro di Michele Graziosetto

di Nino Fausti

Devo confessare, all’inizio di questa pur breve e non esaustiva nota critica di Per quel che resta di Michele Graziosetto (Caramanica Editore, Scauri di Minturno, 2023), di aver dovuto vincere un’insana prevenzione. Conosco l’autore, ex dirigente scolastico e Presidente dell’Università popolare del Golfo da molti anni. Ora, nel manuale (non scritto) del bravo critico letterario, quale io evidentemente non sono, si recita che non bisogna mai giocare in casa. E’ particolarmente faticoso occuparsi di persone “amiche” in quanto la dovuta neutralità naufraga contro i frangenti burrascosi dell’affettività. C’è poi un altro aspetto: e se non mi piace? All’amico, cosa dico? Vero, basterebbe tacere, ma non è nel mio carattere. Molti anni fa, alcuni “amici” mi invitarono a vedere un loro spettacolino teatrale. Al termine cercai di sgattaiolare, ma chiaramente, e come da consuetudine, fui letteralmente inseguito. Avrei voluto tacere, credo di essermi dato un’infinità di morsi sulla lingua. Carino, piacevole, va bene così…. Ma niente, fui travolto da una pedante e incessante richiesta di un parere tecnico complessivo. Infine il parere fu estorto, ero troppo giovane per sottrarmi, e persi gli amici.

Questa esperienza mi ha edotto che, come sempre mi insegnava il mio maestro e mentore Rodolfo Di Biasio: se non puoi dire qualcosa di bello, sta zitto. Certo, anche il silenzio viene spesso accolto come un diniego, quindi forse bisogna proprio evitare di farsi coinvolgere. C’è poi un altro elemento che mi disturbava: diffido molto dagli insegnanti che scrivono. Spesso ci si trova davanti a “compitini” senza infamia e senza lode. A questo si aggiunga che, come spesso ho detto, in Italia tutti scrivono e nessuno legge, l’editoria è intasata dagli autori “a spese proprie” che pur di vedere il proprio nome su una copertina darebbero l’anima al diavolo. Quindi, avevo tanti, troppi motivi per astenermi.
Una sera, una delle tante che i miei dolori mi costringono prematuramente al letto, il libro mi è capitato tra le mani. Una veste tipografica sobria, coperta bianca con un bel disegno a matita classicheggiante (Apollo e dafne?), sul rovescio una stringata nota biografica e una bella bibliografia del nostro. Carino! Così pigramente e svogliatamente è cominciata la mia lettura. I frammenti, numerati in progressione, mi hanno pian piano preso, hanno catturato la mia attenzione. Ho terminato la lettura in un paio d’ore, ma poi ci sono tornato almeno altre tre volte, per capire meglio, per entrare in un mondo denso di emozioni, governate al timone di una riflessività, di una completezza ermeneutica della vita e dei suoi profondissimi fondali. Mi è piaciuto? Moltissimo.

Intendiamoci, la scrittura di Graziosetto non è innovativa, trasgressiva, ma la sua attualità sta nella rielaborazione di modelli classici, evoluti attraverso la storia della letteratura, compresa e padroneggiata con indubbio mestiere. Questa vis poetica argina e contiene, aiuta ad esprimere un sostanziale equilibrio formale, di un’eleganza che spesso si traduce in una musicalità spirituale e discreta. Ne scaturisce un’intima armonia, che perfettamente si coniuga con la spinta interiore dell’uomo-poeta-autore. La poesia è trasposizione letteraria indispensabile ed indispensabilmente vettore dei sensi simbolici che, sì, sono poesia. Mi si permetta una lunga citazione: “Quando in un’opera letteraria la poeticità, la funzione poetica acquistano un’importanza decisiva, allora parliamo di poesia. Ma in cosa si manifesta la poeticità? – Nel fatto che la parola è sentita come parola, e non come semplice sostituto dell’oggetto nominato, né come scoppio d’emozione. E ancora nel fatto che le parole e la loro sintassi, il loro significato, la loro forma esterna e interna, non sono un indifferente rimando alla realtà, ma acquistano peso e valore propri. Perché questo è necessario? Perché è necessario che il segno non si fonde con l’oggetto? – Perché accanto alla coscienza immediata dell’identità tra segno e oggetto (A è A1) è necessaria la coscienza immediata dell’assenza di identità (A non è A1); questa antinomia è indispensabile, poiché senza paradosso non c’è dinamica di concetti, né dinamica di segni, il rapporto tra concetto e segno si automatizza, si arresta il corso degli avvenimenti, la coscienza della realtà si atrofizza” (cfr. Jakobson, Poetica e poesia, pag. 53, Einaudi ed. Torino, 1985). In parole povere, non è poesia se non c’è poetica, e la poetica è nell’esercizio degli strumenti retorici del poeta. Graziosetto tiene lontano mille miglia i suoi versi dal “parlato”, dalla banalità della comunicazione diretta, non simbolica, non metaforica, tipica vieppiù di tanta pochezza linguistica contemporanea. “Cadranno questi vaporosi fiori / ad ingannevole raggio sbocciati / per incipiente primavera / Si è sciolto ogni collante / giornate bruciate in attese rinviate / – turbinio di violenti rimpianti. / ma tuo sorriso / ancora in pieghe di memorie. / Resistente ad ogni turbamento. (cfr. cit, pag 35 frammento 50).”

Come al mio solito, mi dilungo non sul cosa, ma sul come venga detto. I sentimenti, in fondo, ce li abbiamo tutti, come le emozioni, i sogni, le speranze… Un poeta non è un superuomo, un essere speciale, una creatura di particolare sensibilità. Egli è un “artigiano” della parola, che con maestria domina il mezzo espressivo. Inoltre, la poesia non dice, ma significa. Forse l’aggettivazione di Graziosetto non è sempre essenziale, a volte indugia in qualche barocchismo, ma c’è di fondo un’eleganza stilistica che regge il tutto. Così il suo mondo intimo e segreto si manifesta nelle certezza di una “consegna” che si fa sì urgenza, ma non è mai definitiva, a volte nemmeno definita. Alcuni versi restano sospesi, in un anacoluto logico che, invece di conchiudere, lascia aperto lo spiraglio semantico. “Ma rinnovati tormenti / in solitaria spiaggia / fra muschiati scogli / pace durevole / in pallido ricordo” (Cfr. Cit. , pag. 11 frammento 5), Tale modalità si reitera, diventa quasi un filo di Arianna e simboleggia in modo efficace il senso dell’esperienza e della testimonianza. Noi non possiamo compiutamente dire e dirci, ma possiamo fornire uno spunto, lasciare un segno che soltanto l’altrui compimento può rendere definitivo.

Oserei dire che il senso ultimo del libro è proprio questo. La nostra vita, i nostri tormentati successi, le nostre piccole fatiche umane, trascolorano nel pianeta del ricordo, della “sensazione” che si è sedimentata in noi, a volte persino confusa, incompiuta (lemma che torna di continuo in questa lettura). Eppure, nella stessa incompiutezza restano la memoria ed il lascito, il bilancio dell’avventura complessiva. Nel presente, recuperiamo queste orme, le trascoloriamo della nuova luce di una significazione attuale, nel nostro memento esiziale presente. Ovviamente ciò non è solo un lascito, ma, appunto, “quel che resta”. E’ questa testimonianza che il poeta vuole donarci, in una visione unitaria che procede per frammenti, ciascuno dei quali è però una tessera del grande mosaico dell’esistenza. Esistenza individuale, certo, ma permeata dell’afflato cosmico che ci rende complici e fratelli in una chiave profondamente salvifica. Qui l’amore, quello di coppia, quasi stilnovistico, torna ad effondere la propria luce, che è salvificante, nel riscattare i dolori, le incomprensioni, i momenti inevitabilmente perduti ed ora recuperati: “Ho spento candele / in questa notte di stelle / per ritrovare nei tuoi occhi / lampi di luce / – fiaccole per me eterne / Prima dell’ultima notte / tra l’affollarsi delle coincidenze / sulla via del ritorno / a tuo amato mare. / In isola non più deserta.”

Voglio chiudere il mio breve excursus in questa fatica letteraria di Michele Graziosetto parlando di un ultimo aspetto a mio avviso molto importante: il significato dei luoghi delle sue frequentazioni. Luoghi che, si badi, conosco molto bene, in quanto siamo conterranei, entrambi appartenenti al Golfo di Gaeta. Qui esiste una sorta di magia permanente, un incanto che finisce per possedere chi vi abita, ma anche quanti vengono in vacanza. E’ uno dei posti più belli del Creato, senza dubbio alcuno. Purtroppo, l’invasione massiva di un turismo selvaggio e poco rispettoso, unitamente ad una conduzione pubblica amministrativa certamente molto discutibile, ha portato ad un depauperamento progressivo di molti siti per noi iconografici. Tra questi, la spiaggia dell’Ariana, più volte dal nostro esplicitamente nominata. E’, questa, una spiaggetta Gaetana, abbracciata da scogli che l’hanno a lungo conservata intatta, pura. Per noi che qui abbiamo trascorso la nostra giovinezza, la pubertà, i primi amori, è una sorta di palcoscenico dove è stata rappresentata la parte migliore di ciò che eravamo. Per chi non la conosce, essa si erge, dai versi di Graziosetto, come scenario pregno di significazioni, di grandissimo impatto emozionale. Ciò mi rimanda a quanto Roland Barthes a scritto a proposito dell’ambiguità e della polisemia di un’opera letteraria: “(l’opera) è per noi priva di contingenza: forse è proprio questa peculiarità a definirla nel modo più appropriato. L’opera non è circondata, designata, protetta, guidata da nessuna situazione, non c’è nessuna vita pratica a indicarci il senso che dobbiamo darle. L’opera ha sempre qualcosa di citazionale, e l’ambiguità vi si trova alla stato puro. Per prolissa che sia, essa possiede qualcosa della concisione tipica, parole conformi a un primo codice (…) e nondimeno aperte a più di un senso, in quanto erano pronunciate fuori di qualsiasi situazione . a perte la situazione stessa dell’ambiguità: l’opera è sempre profetica.” (cfr R. Barthes, Critica e verità, pag. 47 Ed. Einaudi, Torino 1969). Ecco che L’Ariana e le Scissure divengono luoghi universali, a cui il poeta, Ulisse intento alla propria Odissea, incessantemente torna: (…) O il sogno d’amore che non cogliesti / ed oggi ancora assaporarlo / come vera alba di tua esistenza / e la musica in esso nascosta / non pura vanità / ma tuo palpito eterno. All’ombra di verdi pini all’Ariana” (cfr. cit., pag. 60, frammento 100).


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