Per una lettura di “Ritorni all’Ariana” di Michele Graziosetto
di Nino Fausti
È un’epoca difficiletta per la penna, come scrisse Majakovskij in tempi non sospetti. E lo è davvero, soprattutto per la poesia. Tutti quelli che hanno il mal di pancia scrivono, tot o tot mezze sillabe, senza peraltro contarle, e poi a capo, così la poesia è fatta, con buona pace di stilistica, prosodia, metrica e anni di studi e di sperimentazioni. Poi si pubblica a spese proprie, noi più antiquati, oppure si fa il libro di Facebook, tanto l’importante è il nome sulla copertina, magari per i nipoti o per gli amici, anche virtuali. Le cassette della posta… ops… le mail di critici, studiosi, editori si riempiono di questo ciarpame, con l’effetto, voluto e coltivato, che la poesia, quella vera, finisce per essere sempre più soggetta al potere dei grandi editori, che decidono chi passa e chi no. Un buon libro di poesia è quindi merce rara, e proprio per questo, quando capita di incontrarlo, merita un’attenzione diversa. Quando Michele Graziosetto mi ha sottoposto questa sua ultima fatica, ancora inedita, a parte l’ovvio autocompiacimento, sapevo già che ci avrei investito tempo. Ho letto Ritorni all’Ariana prima tutto d’un fiato, poi un pezzo alla volta, in vari giorni e nottate di riflessione, perché esprimersi su un’opera poetica, quando si riconosce in essa la presenza della vera poesia, è una grande responsabilità e richiede una lettura capace di andare oltre l’impressione immediata, per cercare ciò che sostiene dall’interno la parola poetica. È da qui che voglio partire. I temi trattati sono tanti, e Graziosetto sceglie una misura poematica, anche se per frammenti, numerati per loro progressione (logica? temporale?). Vi sono 2 sezioni, la prima di 55 frammenti, la seconda di 17.
Il titolo Ritorni all’Ariana richiama inevitabilmente il tema antico del nostos, il ritorno verso la terra e il luogo dai quali si è partiti. È il grande motivo dell’Odissea omerica, dove il lungo peregrinare di Ulisse trova il proprio senso nel desiderio di tornare a Itaca, alla casa, alla moglie, alla propria identità. In Graziosetto, tuttavia, il nostos viene completamente interiorizzato: l’Ariana è insieme luogo reale, luogo della memoria e luogo dell’anima, e il ritorno verso di essa coincide con il tentativo di ritrovare una parte essenziale della propria esistenza.
È significativo, per contrasto, che proprio un tema così antico sia stato recentemente affrontato da Nolan nella sua Odissea senza riuscire, a mio avviso, a restituirne il nucleo autentico: lì il motivo del ritorno rimane esterno, spettacolare, quasi sovrapposto alla vicenda, mentre in Graziosetto il nostos è perfettamente mimetizzato nella materia stessa della poesia, tanto da non apparire come un tema aggiunto, ma come il movimento naturale della memoria, del desiderio e della parola.L’Ariana diviene quindi il luogo di un nostos impossibile e tuttavia continuamente perseguito. Il poeta sa, implicitamente, che nessun ritorno può cancellare l’assenza, ricostituire l’amore nella sua forma originaria o arrestare il tempo. Eppure continua a tornare, attraverso la memoria e attraverso la poesia. «In attesa di ritorni all’Ariana»: già questo verso trasforma l’attesa in una forma del ritorno. In questa prospettiva il nostos acquista una precisa implicazione filosofica. Il ritorno rivela la natura irreversibile del tempo e, nello stesso momento, il bisogno umano di opporsi a tale irreversibilità, l’uomo ritorna perché non accetta che ciò che ha dato senso alla sua vita possa scomparire. La memoria diventa allora la possibilità di un ritorno che la realtà non concede, il nostro poeta torna all’Ariana per ritrovare l’amata, ma finisce per cercare anche se stesso, l’uomo che era stato in quel luogo e che il trascorrere degli anni ha reso diverso.
Il nostos assume inoltre una forma circolare, e la circolarità investe la stessa modalità della poesia. Graziosetto torna sulle medesime immagini, sugli stessi luoghi, sugli occhi, sui sorrisi, sulle onde, sul vento, sull’assenza e sull’attesa. «A ritrovare almeno sbiadita / tua immagine che gioca a nascondersi» esprime bene questo movimento della memoria, che ritorna verso il proprio oggetto senza poterlo mai possedere interamente. La poesia procede dunque per ritorni, riprese e variazioni: il ricordo torna sul già vissuto, la parola torna sul medesimo luogo, il poeta torna alla medesima donna, ma ogni volta da una diversa condizione dell’esistenza. La formula «Con ritorni senza fine», posta nella sezione Giambiche, assume allora un valore quasi programmatico. Essa sembra definire non soltanto il movimento dell’esistenza evocata da Graziosetto, ma anche quello della sua poesia, per cui tornare significa ripercorrere un cerchio nel quale il punto d’arrivo coincide con quello di partenza soltanto in apparenza, perché chi ritorna non è più colui che era partito. La circolarità diventa così una forma della memoria e insieme una forma della scrittura.
È proprio questa impossibilità di ritrovare ciò che si cerca a conferire al nostos la sua malinconia. L’Ariana resta, ma ogni ritorno la trova diversa, perché diverso è lo sguardo del poeta. Il vero viaggio conduce dentro la memoria di ciò che non può più essere restituito, il nostos è perciò qui un ritorno che porta con sé la consapevolezza della perdita, si torna al luogo per accorgersi che il tempo al quale si vorrebbe tornare non esiste più.
Voglio qui inserire un’ulteriore riflessione su ciò che è poesia. Così in Jakobson: “Quando in un un’opera letteraria la poeticità, la funzionepoetica acquistano un’importanza decisiva, allora parliamo di poesia” (Cfr. R. Jakobson in Poetica e poesia, Ed. Einaudi, Torino 1985, pag. 53). È proprio qui lo stacco tra questa raccolta e la grande parte del resto, la specificità che il poeta aurunco consegue attraverso lo stile. Ancora in Jakobson leggiamo: “Ma in cosa si manifesta la poeticità? – Nel fatto che la parola è sentita come parola e non come semplice sostituto dell’oggetto nominato, né come scoppio d’emozione. E ancora nel fatto che le parole e la loro sintassi, il loro significato, la loro forma esterna ed interna non sono un indifferente rimando alla realtà, ma acquistano peso e valore propri” (Cit., pag 53). Non c’è il superuomo che, unico nella specie, prova sentimenti e pulsioni dell’anima avulsi ai più, ma il poeta, che tutto ciò sa esprimere nella carnalità del verso.
La spiaggia dell’Ariana rappresenta il vero centro simbolico della raccolta. Graziosetto non la descrive soltanto come un luogo della geografia del Golfo, ma la trasforma in uno spazio della memoria, nel quale il passato continua a vivere e nel quale il presente viene ogni volta misurato attraverso ciò che è stato. L’Ariana è il luogo nel quale il poeta ha conosciuto una felicità, ha vissuto un amore, ha raccolto immagini, gesti, parole, sguardi, e proprio per questo il suo ritorno sulla spiaggia non coincide mai con un ritorno fisico, tornare all’Ariana significa entrare in una dimensione del tempo che il tempo reale ha ormai cancellato o profondamente modificato, in quella circolarità di cui ho già detto.
La spiaggia conserva infatti le tracce di un passato che non può essere recuperato nella sua immediatezza. Gli ulivi, le ginestre, gli scogli, le onde, le sabbie, il vento, le albe e i tramonti non sono elementi paesaggistici autonomi, ma diventano depositari di una memoria sentimentale. Il paesaggio sembra custodire ciò che la vita ha perduto, per questo l’Ariana può essere definita una sorta di archivio emotivo del poeta, ogni suo elemento richiama qualcosa che è accaduto, qualcuno che è stato presente, una felicità che ora sopravvive soprattutto nella memoria. «All’Ariana», «qui all’Ariana», «in un’Ariana» sono formule che ritornano nel corso della raccolta con una frequenza significativa, ma il loro valore non rimane mai identico.
È proprio qui che emerge la polisemia dell’Ariana, la spiaggia assume significati diversi secondo il momento esistenziale e sentimentale nel quale il poeta la contempla. La stessa Ariana può essere memoria della felicità, luogo del rimpianto, spazio dell’assenza, rifugio della speranza, scenario del desiderio o immagine della solitudine, la sua identità poetica nasce dalla capacità di accogliere e sovrapporre queste diverse dimensioni senza esaurirsi in nessuna di esse. La polisemia del luogo permette quindi al poeta di ritrovare sulla medesima spiaggia sentimenti differenti, persino contraddittori, perché non è il luogo a rimanere emotivamente identico, ma è lo sguardo del poeta a modificarne il senso. La spiaggia possiede per questo una sorta di capacità camaleontica, perché cambia colore emotivo insieme allo stato d’animo del poeta, può essere luminosa, solare, verdeggiante, brulicante di passioni, attraversata da «splendenti ginestre», e può diventare tempestosa, ventosa, desolata, assopita, quasi irriconoscibile. L’Ariana non è dunque un paesaggio immobile nel quale il poeta proietta in modo arbitrario i propri sentimenti, ma sembra piuttosto un paesaggio che partecipa alla sua condizione interiore, assumendo ogni volta la tonalità dell’esperienza che egli sta vivendo.
Quando prevale il ricordo dell’amore, l’Ariana conserva ancora qualcosa dell’Eden perduto. È «spicchio terreno d’altro Eden», luogo nel quale la memoria può ritrovare la promessa di una felicità antica; quando invece domina l’assenza, lo stesso luogo si oscura e diventa lo spazio nel quale la perdita acquista una concretezza quasi fisica, le onde, gli scogli, la sabbia e il vento sembrano partecipare alla solitudine del poeta. L’Ariana può essere «piangente», «tempestosa», «desolata», «assopita», «affogata di calura», il luogo rimane riconoscibile, è la sua fisionomia emotiva ad essere in continua metamorfosi.
In tale forma del paesaggio si manifesta anche il rapporto fra memoria e presente, il nostro non guarda l’Ariana come si guarda un luogo appartenente esclusivamente al passato, la guarda dal presente, e proprio il presente introduce ogni volta una frattura. Ciò che vede oggi viene confrontato con ciò che ricorda. Le spiagge possono essere ancora là, gli scogli possono essere ancora là, il mare può continuare a muoversi, il vento può continuare a soffiare, ma qualcosa di fondamentale è cambiato: non c’è più la persona amata, è questa assenza a trasformare il paesaggio.
Perciò la natura non riesce mai a essere consolatoria, può offrire immagini di bellezza, ma la bellezza stessa diventa spesso dolorosa perché rende più evidente ciò che manca. Una spiaggia assolata può risvegliare la felicità perduta, un tramonto può richiamare un tempo ormai trascorso, un sorriso immaginato può apparire attraverso la luce di un paesaggio che continua a esistere senza colui o colei che lo rendeva significativo, la permanenza del luogo entra così in contrasto con la precarietà dell’esistenza umana. Il paesaggio rimane, l’esperienza passa. L’Ariana diventa allora anche il luogo del rimpianto, un rimpianto che non riguarda soltanto la persona perduta, ma una precisa stagione dell’esistenza, una possibilità di felicità, una condizione del poeta che non può essere ripristinata e soprattutto l’innocenza che c’era e che si cerca di salvare. Quando egli cerca sulla spiaggia «sbiadita» l’immagine dell’amata, tenta di recuperare una parte di sé rimasta legata a quel tempo e in tal senso l’Ariana è insieme luogo della perdita dell’altro e luogo della perdita di una propria stagione vitale.
Proprio perché il presente continua a cambiare, anche il significato della spiaggia continua a cambiare. L’Ariana non è soltanto il luogo del passato felice che il poeta vorrebbe recuperare, diventa anche lo specchio del suo presente, della solitudine, dell’attesa, dell’ansia, della disillusione, del desiderio ancora vivo, della difficoltà di accettare che il tempo abbia prodotto una distanza ormai difficile da colmare. In alcuni momenti il paesaggio sembra offrire ancora una possibilità di rinascita, in altri appare svuotato di senso: «Ariana abbandonata», «Ariana tempestosa», «Ariana desolata», «Ariana verdeggiante», ogni definizione sembra registrare una diversa temperatura dell’animo. Questa è forse la caratteristica più originale del luogo nella raccolta: l’Ariana non ha un solo volto perché non ha un solo significato. La sua polisemia non è un semplice artificio letterario, ma nasce dalla relazione profonda fra il luogo e la coscienza di chi lo guarda, è una presenza mobile, capace di assumere la forma del sentimento che la attraversa. Quando il poeta ricorda, diventa memoria, quando rimpiange, diventa luogo della perdita, quando spera, diventa promessa di ritorno, quando soffre l’assenza, diventa deserto, quando l’amore torna a imporsi nella coscienza, può nuovamente accendersi di luce, di sole, di mare, di profumi. La spiaggia diventa quindi una sorta di superficie sensibile sulla quale si imprimono le oscillazioni della coscienza poetica.
Non è casuale, allora, che il titolo stesso parli di ritorni. Il ritorno all’Ariana non è mai concluso, perché ogni ritorno avviene in un tempo diverso e trova un’Ariana diversa. Il poeta torna al medesimo luogo, ma non è più lo stesso uomo, e soprattutto non ritrova più la medesima realtà, il luogo apparentemente identico diventa ogni volta altro perché è cambiato lo sguardo che lo contempla. È qui che la dimensione geografica e quella temporale finiscono per coincidere, l’Ariana è sempre presente, ma il passato che il poeta cerca in essa è irrecuperabile. La spiaggia assume così una funzione quasi speculare, guardando l’Ariana, Graziosetto guarda in realtà il proprio tempo, la propria memoria e il proprio stato d’animo, il paesaggio restituisce ciò che egli porta dentro di sé, ma lo restituisce ogni volta con una tonalità diversa. Il mare può essere placido o tempestoso, la luce può essere inebriante o malinconica, le spiagge possono apparire assolate oppure desolate, e in questa mutevolezza il luogo diventa il vero interlocutore silenzioso della poesia. Per questo l’Ariana finisce per essere molto più di uno scenario dell’amore perduto, è il punto nel quale passato e presente si incontrano senza mai coincidere, il luogo nel quale la memoria tenta di salvare ciò che il tempo ha sottratto e nel quale il rimpianto continua a interrogare il presente. La sua straordinaria capacità di cambiare volto insieme al poeta fa della spiaggia una presenza viva della raccolta, non soltanto il luogo al quale si ritorna, ma il luogo che, a ogni ritorno, racconta al poeta chi è diventato.
Al centro di Ritorni all’Ariana c’è una figura femminile concreta, carnale, riconoscibile nei suoi occhi, nelle labbra, nella pelle, nei sorrisi, nei gesti, mai trasformata in un’astratta figura ideale. È proprio questa concretezza a rendere la donna il vero motore della pulsione poetica, il poeta continua a rivolgersi a lei in un dialogo intimo e incessante, come se la distanza non avesse interrotto la possibilità di parlarle. Il tempo sospende così la sua linearità e mette in comunicazione l’amore che fu con ciò che ancora è, facendo della memoria non la semplice conservazione del passato, ma una presenza viva nel presente e torna la circolarità, in un perfetto connubio tra forma e contenuto.
Anche l’amore, però, cambia con il tempo. Il corpo avverte il peso degli anni, e Graziosetto lo registra con una concretezza quasi disarmante nel componimento 28: «Fiato corto oggi in sentieri di collina – mai successo!», seguito dal «tumulto di pensieri / nel gomitolo degli anni» e dalla constatazione che gli «affanni persistono in questi ultimi tempi». Il dato corporeo diventa così rivelazione improvvisa del tempo trascorso, la scoperta, attraverso il corpo, che qualcosa nella propria condizione è irreversibilmente mutato. Tale metamorfosi non significa tuttavia un semplice impoverimento della vita amorosa, al contrario, modifica la natura stessa del sentimento. Il corpo non è più quello della stagione giovanile, quando l’amore poteva essere vissuto nell’immediatezza della passione e nell’illusione di un tempo ancora indefinito, è un corpo che porta con sé la memoria di ciò che ha vissuto e, insieme, la consapevolezza della propria finitezza, anche il desiderio cambia misura, diventando più profondo perché sa di non poter disporre indefinitamente del tempo.
È in questa trasformazione che l’amore acquista una nuova consapevolezza, ciò che un tempo era immediatezza diventa memoria, senza che la memoria trasformi la donna in un’immagine idealizzata. Graziosetto non sembra voler ringiovanire né sé né l’amata nella parola poetica, ma accetta il tempo come modificazione dei corpi e delle esistenze e, proprio a partire da questa accettazione, cerca una forma diversa dell’amare, non più il possesso della giovinezza, ma la coscienza del valore irripetibile di ciò che ancora può essere vissuto. Parlerei più di nostalgia che di rimpianto, il rimpianto vorrebbe ciò che è stato nuovamente presente, mentre la nostalgia conserva un legame con ciò che non può tornare nella medesima forma, la coscienza del tempo che resta non impoverisce l’amore, ma lo libera dall’illusione di poterlo fermare. Nell’Ariana, la donna amata continua così a vivere proprio nella distanza, come presenza assente che alimenta ancora la parola e mantiene aperto il dialogo, il corpo che invecchia non chiude la vicenda amorosa, ma la trasforma, sostituendo all’urgenza della passione giovanile una più meditata intensità, nella quale amare significa anche sapere che ogni ritorno, ogni incontro e ogni ricordo appartengono ormai a un tempo prezioso perché limitato.
La poesia di Graziosetto non è, dunque, una semplice poesia d’amore, né può essere ricondotta alla tradizione della lirica amorosa nella quale la donna viene idealizzata e innalzata a figura assoluta. La donna che abita questi versi è concreta, carnale, riconoscibile nei suoi occhi, nelle labbra, nella pelle, nei sorrisi, nei gesti, ed è proprio questa concretezza a fare dell’esperienza sentimentale il punto di partenza di una riflessione molto più ampia sulla condizione umana, vicina piuttosto a certa poesia sensuale sudamericana che a tanta lagna nostrana. L’amore è qui il luogo privilegiato attraverso il quale il poeta interroga il senso della propria esistenza, il trascorrere degli anni, la memoria, la perdita, il desiderio, la solitudine e la finitezza. L’esperienza vissuta nel passato non rimane confinata nel passato, perché viene riletta dalla coscienza dell’uomo che gli anni hanno modificato, chi ritorna all’Ariana non è più l’uomo che vi aveva amato, e proprio per questo non può ritrovare ciò che era stato. Il ritorno al luogo diventa allora ritorno alla propria esperienza, alla propria memoria, alla propria identità, e l’amata, pur rimanendo al centro del ricordo, diventa anche la figura attraverso la quale il poeta misura la distanza fra ciò che è stato e ciò che ancora può essere, il sentimento viene sottoposto alla prova degli anni e, attraversando tale prova, acquista un diverso spessore umano.
È soprattutto il mutamento del corpo a rendere evidente questa metamorfosi. Quando Graziosetto scrive «Fiato corto oggi in sentieri di collina – mai successo!», seguito dal «gomitolo degli anni» e dagli «affanni» che persistono, non registra i segni dell’età, ma scopre nel proprio corpo la presenza irreversibile del trascorrere degli anni, il corpo diventa il luogo nel quale la finitezza si manifesta e, insieme, il punto dal quale anche il sentimento viene di nuovo compreso. Non c’è più la disponibilità indefinita propria della giovinezza, non c’è più la possibilità di vivere la passione come se il futuro fosse illimitato, ma la consapevolezza che ogni incontro, ogni gesto, ogni ricordo appartengono ormai a un’esistenza preziosa proprio perché limitata. Per questo il sentimento cambia natura e acquista profondità, ciò che nella giovinezza poteva essere immediatezza della passione diventa coscienza del valore irripetibile dell’esperienza vissuta. Il desiderio viene reso più intenso dalla conoscenza del limite, la donna amata non viene ringiovanita dalla memoria e neppure trasformata in un’immagine ideale, ma rimane legata alla concretezza di una vita condivisa, a un corpo, a un luogo, a una stagione dell’esistenza. È proprio questa fedeltà alla realtà dell’esperienza a impedire che la nostalgia si trasformi in una fuga verso un passato immaginario.
Parlerei quindi più di nostalgia che di rimpianto, il rimpianto tende a voler ancora presente ciò che è stato, la nostalgia mantiene invece un legame vivo con ciò che non può più tornare nella medesima forma, Graziosetto sembra voler comprenderne il significato alla luce dell’uomo che è diventato, la memoria serve a interpretare ciò che quell’esperienza ha significato e continua a significare nell’esistenza presente. È proprio qui che la poesia del poeta aurunco assume una dimensione ermeneutica, l’esperienza sentimentale diventa uno strumento attraverso il quale leggere la vita, e ogni vicenda vissuta, proprio perché attraversata dagli anni, rivela qualcosa della condizione umana. La perdita interroga il senso della presenza, la nostalgia interroga il divenire, il corpo che cambia interroga la finitezza, il desiderio che permane interroga ciò che ancora può essere vissuto, la poesia cerca di comprendere l’uomo attraverso ciò che ha provato, perduto e continuato a desiderare.
In questo senso Ritorni all’Ariana supera la dimensione della poesia sentimentale. La vicenda personale costituisce il nucleo attraverso il quale Graziosetto interpreta la propria esperienza del mondo e degli anni, e proprio perché viene continuamente riletta alla luce dell’età, della memoria e della finitezza, acquista una profondità sempre maggiore. L’amore non è più soltanto ciò che il poeta ha vissuto, ma ciò attraverso cui comprende ciò che significa aver vissuto, è qui che la poesia diventa ermeneutica della vita, non una spiegazione astratta dell’esistenza, ma la sua interpretazione attraverso la carne, la memoria, il desiderio e la coscienza di ciò che ancora resta da vivere.
Concludo con una riflessione del valore della storia, intesa sia come vicenda comune di tutti gli uomini, che come sviluppo di una vicenda personale nel tempo e nel luogo. “Davanti alla pagina bianca, nel momento di scegliere le parole che devono segnalare con chiarezza la sua posizione nella Storia e segnalare che egli ne accetta i dati, lo scrittore avverte una tragica disparità tra ciò che fa e ciò che vede; sotto i suoi occhi in mondo civile forma ora una vera Natura, e questa Natura parla, elabora linguaggi vivi da cui lo scrittore è escluso: al contrario, tra le sue mani la Storia mette uno strumento decorativoe compèromettente, una scrittura eridata da una storia passata e diversa, di cui egli non è responabile, ma è la sola di cui possa far uso. Nasdce così una tragità della scrittura, poiché lo scrittore, ormai cosciente, si deve dibattere contro i segni ancestrali e onnipotenti che dal fondo di un passato estraneo gli impongono la Letteratura come un rituale e non come una riconciliazione.” (Cfr. R. Barthes, Il Grado zero della scrittura, ed. Einaudi, Torino, 1982, pag. 63). In Graziosetto la storia personale diventa allora parte della storia comune degli uomini, e le ferite dell’esistenza, anziché rimanere soltanto segni di una perdita individuale, acquistano nella poesia la possibilità di un riscatto attraverso il riconoscimento dell’altro, nella comune fragilità, nella memoria e nella necessità di amare, perché proprio ciò che ci ferisce può diventare ciò che ci accomuna e restituire alla vicenda di ciascuno un significato umano più profondo:
«Ricordi come ferite sempre aperte
in cuori dolenti»
«tracce sparse di tuoi languori
per ferite ancora aperte».
Grazie per la pubblicazione del mio articolo.