IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Per una scuola progressiva. La democrazia tra lavoro, scienza e filosofia

Filosofia nella scuola

di Paolo Protopapa

Mi pare addirittura bizzarro che sia necessario ribadire ancora una volta la normalità e continuità storica e pedagogica dell’insegnamento della filosofia. Dico normalità e non eccezionalità, come sembrerebbe evincersi dagli appelli dei professori e studiosi della materia, perché sarebbe semplicemente assurda una scuola didatticamente dignitosa senza la filosofia. Colgo l’obiezione di quanti affermano che le numerose scuole senza filosofia funzionano benissimo. Aggiungo soltanto che i licei e le altre scuole in cui si studia la filosofia non se la passano affatto male conservando un pezzetto di sapere filosofico. Mi riferisco alle classi di insegnamento delle due grandi aree di Filosofia, Storia Educazione Civica nei licei e Scienze Umane e Scienze Umane e Psicologia negli Istituti magistrali e professionali femminili e di Estetica nei licei artistici e linguistici. Può sembrare che così parcellizzata, ma in effetti adattata alle finalità dei singoli indirizzi scolastici, la filosofia rischi di apparire davvero “povera e nuda” e non renda evidente e percepibile la ricchezza del suo statuto teorico, oltreché la funzione di raccordo pluri e multidisciplinare che storicamente la caratterizza. Che, insomma, essa, pur essendo un sapere orizzontale come gli altri, si potrebbe addirittura proporre quale base metodologica negli altri ordini dell’istruzione pubblica. Varie commissioni tra pochi mesi approderanno alle prime proposte operative di un insegnamento innovativo della filosofia, sciogliendo il nodo tra 1) un rischio di appiattimento, giudicato da alcuni, conservativo e prigioniero della tradizione storicistica, oppure 2) l’inedita trattazione tematica e di esercizio critico-argomentativo ‘per problemi’ non rigidamente temporali. Si tratta di due strade che, ove fossero assunte dogmaticamente, ossia antagonisticamente, potrebbero arrecare solo danni ad una materia non solo teoreticamente duttile, ma storicamente incardinata in visioni e personalità imprescindibili nei processi fondativi del pensiero critico, entro la cui cornice culturale si è sempre atteggiata la migliore didattica filosofica e dottrinaria. Ecco perché, nel discorso pubblico, in un certo senso hanno ragione sia i fautori della scansione evolutiva e critica dei problemi, sia i propugnatori dell’approccio ‘per temi e problemi’ della disciplina istituita dinamicamente nel tessuto sociale. A patto di liberarsi delle tare del passato e delle nostalgie regressive ancora attive nel presente.

Assai spesso e maldestramente nelle Divisioni e nelle Direzioni del ministero di Viale Trastevere si è messa la toppa, puramente nominalistica, della (cosiddetta) liceizzazione delle scuole superiori, immaginando che cambiando l’intestazione, possa essere trasformato un Istituto scolastico in un liceo. Questo falso storico – che non riguarda solo il settore scolastico, ma gangli interi della società – confonde un sacrosanto principio di parità democratica, con la qualità specifica della funzione assegnata ad un determinata finalità programmatica e professionale., Per la scuola (lo abbiamo ribadito diverse volte) la liceizzazione consiste, pur non trascurando le innovazioni intervenute nel tempo, non solo nel Latino e Greco, ma nel nesso che un certo tipo di sapere, la filosofia e la storia in particolare, tende ad esercitare quale nesso capace di amalgamare la molteplicità delle discipline in unità della visione. Pratica educativa che si realizza puntualmente non già appiattendo le singole discipline in una generica marmellata retorica, bensì nella costruzione di un approccio e di un paradigma di più generale pratica culturale che mette capo alla ‘Paidèia’. In tale circostanza abbiamo, infatti, più volte sottolineato quanto e come l’azione formativa costituisca un processo organizzato e strutturato in tappe diverse, ma articolate in un disegno unitario controllabile e verificabile. Scrivemmo qualche mese fa di ‘Paideia, liceo e licei’ proprio al fine di affrontare, tentando l’attualizzazione del tema con riferimento all’ipotesi concreta ed esemplare di Clemente Antonaci.

Nella seconda metà del 1800 lo studioso salentino, professore al ‘Palmieri’ di Lecce (nato a Martano nel 1836) propose ‘Gli studi classici e il positivismo moderno’. Un Saggio, questo, di grande spessore scientifico e intellettuale che potrebbe, a nostro avviso, avere ancora un utile impatto pedagogico e didattico nella scuola di secondo grado attuale. Non già perché si possa recuperare una sorta di genialità magica del vecchio contro il nuovo. Il passato è per la gran parte passato, perciò lasciamolo riposare. E, tuttavia, nel dibattito corrente, tramite l’approccio scientifico di matrice utilmente positivistica (quindi fecondamente positiva e pro-positiva) potremmo limare la frantumazione dei saperi scientifici, da una parte, e l’astrattezza e separatezza (oggi anacronisticamente elitaria) dei saperi classici, dall’altra. E, tra questi, della stessa filosofia, sempre più negletta e orfana di finalità sia teoriche sia pratiche, purché funzionali ad una società democratica di massa. Come?

Studiando e, soprattutto, chiamando alla riforma urgente degli studi superiori non già burocrati ministeriali ideologicamente confusi o nomi altisonanti lontani dal lavoro scolastico quotidiano, bensì intellettuali-tecnici competenti e in grado di salvare una scuola ormai quasi allo stremo e con diffusi problemi di agibilità e legalità pratica. Sicché le due vie della filosofia cui si darebbe pervenuto- lo diciamo per semplificare senza banalizzare – postulano non già la riproposizione storicistica della separatezza delle due culture, di cui l’umanistica possa continuare a monopolizzsre, contro quella scientifico-tecnica, una sorta di primato nazionale, declinato in salsa neo-nazionalistica. Al contrario. Se vogliamo che la Babele della frantumazione e della tendenziale privatizzazione della formazione pubblica trovi superamento e salvezza civile, dobbiamo immaginare un grande progetto educativo. Al suo interno la strategia scientifica, oggi ineludibile e incontestabilmente necessaria, si deve armonizzare unitariamente e paritariamente con l’umanesimo critico delle scienze filosofiche. Non, dunque, lo scivolamento nella retorica, un po’ patetica e miserabile dei nostalgici, ancora prigionieri della separatezza a-democratica e anti-democratica delle due anime di drammatica radice prevalentemente gentiliana e crociana.

E neppure, recidendo colpevolmente una sana quanto indispensabile ispirazione e conoscenza storiche, con l’affidamento surrettizio a padroni e padroncini dell’istruzione professionale e tecnica dei mestieri e dei talenti. I quali, ancora presenti e diffusi, continuano a costituire l’autentica risorsa di ogni sviluppo sociale e materiale possibile per l’oggi e nel potenziamento scientifico-tecnico del domani.
Dobbiamo immaginare un grande progetto, un’idea politica di respiro strategico, tale da incentrare nel lavoro il fulcro e il fondamento di una scuola nuova, educata ed educante ai valori di cittadinanza democratica dinamica, attiva, solidale. È questo ciò di cui abbiamo bisogno. Come può una società costituzionalmente progressiva, fondata sul lavoro e stimolata dai valori di partecipazione egualitaria e libertaria, non interessarsene fattivamente?

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