Per una Sociologia di Luigi Federico Menabrea
La formazione dell’élite tecno-burocratica e l’ideologia del rendimento
di Ivan Pozzoni
Nella storiografia tradizionale dell’Ottocento italiano, Luigi Federico Menabrea occupa spesso un ruolo definito da due traiettorie apparentemente distanti: da un lato, l’ingegnere e matematico illustre, celebre per il principio del lavoro minimo e per la prima formalizzazione teorica della Macchina Analitica di Charles Babbage; dall’altro, lo statista conservatore, il generale del genio militare e il Presidente del Consiglio che legò il proprio nome alla repressione dei moti per la tassa sul macinato del 1869. Tuttavia, osservare Menabrea attraverso la lente della sociologia della scienza e della tecnica significa superare questa apparente scissione, riconducendola alla figura dell’élite tecno-burocratica risorgimentale, in cui il calcolo algebrico, l’automazione e il governo della popolazione si fondono in un’unica visione del mondo. Come ha osservato lo storico Carlo Ginzburg, «Le fonti non sono finestre spalancate, ma neppure muri che impediscono la vista» (Il filo e le tracce. Vero falso finto, 2006, 15), richiamando la necessità di leggere i documenti storici come indizi di strutture profonde. Parallelamente, la riflessione filosofica di James C. Scott illumina il medesimo processo quando afferma che «The premodern state was, in many crucial respects, partially blind» (Seeing Like a State: How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed, 1998, 2), evidenziando come la razionalizzazione tecnico-amministrativa costituisca, anzitutto, un progetto di leggibilità e di governo. Il contesto torinese degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento fu un laboratorio di modernizzazione dall’alto, in cui l’Accademia delle Scienze e l’Accademia Militare formarono una classe dirigente orientata al controllo e alla razionalizzazione.A differenza dell’umanista o del giurista, l’ingegnere affronta la realtà attraverso la misurazione, l’ottimizzazione e il controllo dei vincoli fisici. Quando applica la scienza sulle strutture elastiche, formulando il principio secondo cui la distribuzione delle forze interne a un sistema in equilibrio avviene in modo da rendere minimo il lavoro compiuto, Menabrea sta esprimendo l’ideologia fondativa della borghesia industriale dell’Ottocento, ossia il principio del massimo rendimento con il minimo sforzo. In questa prospettiva, l’epistemologo Gaston Bachelard ricorda che «Le réel n’est jamais “ce qu’on pourrait croire”, mais il est toujours ce qu’on aurait dû penser» (La formation de l’esprit scientifique, 1938, 14), sottolineando come la conoscenza scientifica proceda attraverso una razionalizzazione progressivamente rigorosa dell’esperienza. Sul piano filosofico, Byung-Chul Han osserva che «Die Leistungsgesellschaft ist eine Gesellschaft der Positivität» (Müdigkeitsgesellschaft, 2010, 8), evidenziando come la modernità trasformi ogni attività in un processo di ottimizzazione della prestazione e dell’efficienza. La società, nella visione della Destra Storica, era vista come un sistema complesso da stabilizzare, un’impalcatura che doveva reggere a carichi interni ed esterni minimizzando le dissipazioni di energia sociale, trasformando la politica in un’attività di bilanciamento dove il dissenso non è una categoria democratica ma un attrito da neutralizzare. Come osserva lo storico Rosario Romeo, «L’accentramento amministrativo era una necessità storica, non il frutto di una scelta arbitraria» (Cavour e il suo tempo, 1984, III, 76), evidenziando come la costruzione dello Stato unitario fosse concepita innanzitutto come un’opera di razionalizzazione amministrativa.
L’automazione del lavoro cognitivo e la razionalizzazione del controllo statale
Questa impostazione concettuale trova il proprio nucleo teorico nel saggio sulla Macchina Analitica di Charles Babbage, pubblicato da Luigi Federico Menabrea a Ginevra nel 1842 in seguito al Congresso degli Scienziati Italiani di Torino. L’opera, successivamente tradotta e annotata da Ada Lovelace, costituisce la prima esposizione sistematica dell’architettura di una macchina programmabile e rappresenta il momento inaugurale della riflessione teorica sul software. Come ha evidenziato lo storico Corrado Bonfanti, il contributo di Menabrea non consiste in una mera descrizione meccanica dell’invenzione di Babbage, ma nella sua sistematizzazione logica e funzionale come modello generale di elaborazione simbolica. Lo stesso Menabrea coglie infatti la natura profondamente innovativa della macchina quando afferma: «Thus, although it is not itself the being that reflects, it may yet be considered as the being which executes the conceptions of intelligence» (Sketch of the Analytical Engine Invented by Charles Babbage, in ‘Scientific Memoirs’, 1843, III, 689). La differenza rispetto alle tradizionali macchine calcolatrici non risiede nella rapidità del calcolo, sta nella capacità di manipolare simboli ed eseguire sequenze ordinate di istruzioni mediante schede perforate, separando la progettazione logica dall’esecuzione automatica. Tale trasformazione anticipa quella che Luciano Floridi descrive come la nuova condizione dell’uomo nell’infosfera: «We are becoming inforgs among other inforgs» (The Fourth Revolution: How the Infosphere Is Reshaping Human Reality, 2014, 94), nella quale l’elaborazione algoritmica non costituisce un semplice strumento, ma il paradigma stesso dell’organizzazione della conoscenza e dell’azione. Formalizzando il funzionamento di questo dispositivo, Menabrea sviluppa una riflessione sulla divisione sociale del lavoro cognitivo: l’intelletto nobile viene sollevato dalle mansioni aride e ripetitive del calcolo seriale, concentrandosi sulla progettazione dell’algoritmo, mentre la macchina si fa carico dell’esecuzione esatta. Questa separazione tra ideazione ed esecuzione anticipa i principi della razionalizzazione industriale, inserendo il calcolo automatico nella medesima logica del sistema di fabbrica dove la tecnologia ridefinisce le gerarchie e l’autorità decisionale. L’applicazione pratica di questa visione emerge con chiarezza nel 1867, quando Menabrea assume la guida del governo italiano in un momento di grave crisi finanziaria. Come osserva lo storico Gianni Marongiu, «È un leit motiv della letteratura sulla Destra storica che l’adozione […] della tassa sul macinato derivò dallo stato di necessità di sopperire ai crescenti bisogni dell’erario» (La tassa sul macinato: un nome vecchio per un’imposta nuova, in ‘Rivista di Storia dell’Agricoltura’, 2009, XLIX, 2, 57). L’introduzione della tassa sul macinato rappresenta l’incarnazione politica dell’estrazione efficiente delle risorse attraverso l’automazione del controllo fiscale. L’installazione di contatori meccanici sulle macine dei cereali per misurare la farina prodotta riflette la medesima logica della scheda perforata: eliminare la mediazione e l’errore umano imponendo un vincolo meccanico oggettivo. Come spiegava Quintino Sella nel dibattito parlamentare del 13 dicembre 1865, «Abolite le polizze e le stadere, il contribuente non deve che mirare il contatore… La facoltà di macinare in qualsiasi momento… è conseguenza spontanea del sistema de’ contatori», presentando il congegno meccanico come lo strumento capace di conciliare efficienza fiscale, semplicità amministrativa e libertà dei cittadini. Di fronte alle violente rivolte contadine del 1869, la risposta del governo fu lo stato d’assedio e la repressione militare, evidenziando come la razionalità dell’ingegnere, di fronte al rifiuto della popolazione, si converta nella forza coercitiva dello Stato verso un elemento considerato distruttivo per la stabilità del sistema. In questo clima, come ricorda lo storico Rosario Romeo, «I moti di quegli anni e specialmente quelli contro il macinato, la sensazione di diffuso malessere, le impressionanti testimonianze sulla condizione dei contadini… provano con eloquenza che in questo periodo non può affatto parlarsi di un miglioramento delle condizioni di vita» (Risorgimento e capitalismo, 1959,117).
Sociologia delle istituzioni scientifiche ed eredità tecno-politica
Infine, la traiettoria di Menabrea offre spunti cruciali per comprendere la sociologia della conoscenza e il funzionamento delle istituzioni scientifiche del XIX secolo. Le polemiche accademiche che lo coinvolsero, in particolare la disputa con Carlo Alberto Castigliano sulla paternità e sulla dimostrazione formale del principio del lavoro minimo, mettono in luce le dinamiche del potere istituzionale. La priorità scientifica non coincide infatti soltanto con la formulazione di un risultato teorico, ma dipende dai dispositivi sociali che regolano il riconoscimento, la circolazione e la legittimazione del sapere. In questa prospettiva, lo storico della tecnologia David Edgerton ha mostrato come la storia tecnica non sia una semplice marcia lineare verso il progresso, ma un intreccio di possibilità, selezioni e forme sociali dell’uso degli strumenti (The Shock of the Old: Technology and Global History since 1900, 2007). Di fronte alla dimostrazione rigorosa del giovane Castigliano, Menabrea farà valere la propria posizione politica e accademica per rivendicare la priorità del proprio approccio, mostrando come il capitale sociale consenta all’élite di validare e gestire la produzione scientifica. In conclusione, la sociologia di Menabrea si traduce in una prassi di governo che unisce la matematica, l’informatica e la gestione statale. Dalla descrizione delle schede perforate capaci di dirigere la materia senza l’intervento del pensiero cosciente, fino ai contatori fiscali sulle macine, la sua figura testimonia la nascita della modernità tecno-politica, in cui la burocrazia statale e l’algoritmo condividono l’ambizione di ridurre la complessità del reale a una serie di procedure formalizzabili. Come osserva il filosofo Yuk Hui, la tecnologia non può essere interpretata come un processo neutrale e universale, poiché ogni sistema tecnico incorpora una specifica relazione storica tra ordine cosmologico, conoscenza e organizzazione sociale (The Question Concerning Technology in China: An Essay in Cosmotechnics, 2016). La vicenda di Menabrea mostr l’emergere di una particolare cosmotecnica occidentale fondata sul calcolo, sulla misura e sull’amministrazione razionale. Sul piano sociologico, Hartmut Rosa individua nella modernità il tentativo sistematico di rendere il mondo maggiormente disponibile alla manipolazione tecnica: «The driving cultural force of that form of life we call “modern” is the desire to make the world controllable» (The Uncontrollability of the World, 2020, 1). Luigi Federico Menabrea resta un profilo chiave per comprendere non solo il Risorgimento, ma anche le radici della contemporanea società dell’informazione e del controllo, dove l’architettura del potere tende progressivamente a sovrapporsi a quella dell’automazione.